Biografia di Padre Giuseppe Arnoldi missionario in Indonesia
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Biografia di Padre Giuseppe Arnoldi, missionario in Indonesia.
In questo libro si racconta la vita di padre Giuseppe Arnoldi, missionario in Indonesia . Padre Ettore Fasolini era forse la persona più indicata a tracciarne il profilo, poiché gli è stato compagno di studi in Italia e di apostolato in missione. L'ha saputo fare da par suo, dandoci un racconto che si legge come un romanzo.
Non ha inteso scrivere la vita di "un santo da altare" (anche se lo potrebbe essere); ha voluto solo presentarci un uomo che ha donato la vita ad un ideale con cuore riboccante d'amore. Dalle vicende quotidiane è emersa una figura esaltante, che non potrà non destare l'ammirazione dei giovani che cercano testimoni sinceri e coerenti.
Per inquadrarlo in un contesto concreto, padre Ettore ci fa sapere che Bepino apparteneva alla "tribù dei bergamaschi" (l'espressione è dello stesso p. Amoldi); e perciò si sofferma a tessere l'elogio di quella gente. Ma siccome egli stesso fa parte di quella tribù, ha evitato di esprimersi con proprie parole: è andato a scovare antichi documenti tra i Rapporti che gli amministratori veneziani inviavano ai Dogi.
Questa sottolineatura ci offre una delle chiavi di interpretazione della vita di p. Amoldi . Lo spirito che lo ha animato, l'ardore con cui si è offerto e consumato, non si possono spiegare se non partendo dalle radici: dall'ambiente in cui è cresciuto, dalla famiglia da cui ha attinto la fede, la laboriosità; la parrocchia e l'oratorio in cui ha trascorso la giovinezza e dove si è nutrito di buoni esempi e della parola di Dio.
Quello che un missionario porta lontano, come un tesoro prezioso da profondere ai suoi nuovi fratelli, è la fede attinta nella Chiesa di origine, con quelle caratteristiche particolari che la distinguono da qualsiasi altra Chiesa. Il ricordo delle origini e l'amore per la sua terra accompagnano Giuseppe in tutto il suo peregrinare per il mondo e ne segnano la spiritualità.
Volendo cogliere il messaggio che traspare dalla vita di p. Arnoldi, dobbiamo guardare alla sua figura, che si staglia davanti a noi come quella di un uomo che si è donato senza riserve: a Dio, prima, e poi agli uomini; ai giovani allievi missionari, cui fu preposto come educatore; alla gente d'Italia, che avvicinava nei frequenti ministeri; ed infine a quelle popolazioni del lontano Oriente alle quali ·fu inviato come messaggero del vangelo.
Ciò che risalta di più in questa vita è il senso dell'amicizia: un cuore caldo, colmo di tenerezza per tutti ("un cuore che non è tenero come potrebbe essere abitato da Dio?", ha scritto il nostro superiore generale); un sorriso per ognuno e una partecipazione spontanea, cordiale alle gioie come ai dolori.
Conoscevamo a gran tratti il vissuto di p. Arnoldi, ma non immaginavamo tanta attività e tanta dedizione, così mirabile incantamento per la natura, per l'Uomo e per Colui che li ha creati. Meraviglioso il suo approccio alla missione, il suo adattarsi alla gente, il prodigarsi senza misura. E quando lo si scorge così lanciato nell'apostolato si vorrebbe che non cessasse più, che portato dall'onda procedesse all'infinito.
Invece, nel pieno dell'attività, il Signore lo ha fermato. Me lo raccontò lui stesso: era un piccolo disturbo o forse un malessere che durava da tempo. Quando finalmente si recò dal medico, questi gli disse senza mezzi tennini: «Purtroppo, padre, lei ha un tumore». Sul volto di p. Amoldi apparve il solito sorriso e la sua voce suonò senza incrinature: «Se questa è la volontà di Dio, così sia!». Le due infermiere presenti si guardarono in faccia stupite.
Cosi p. Giuseppe tornò in Italia: si sottomise alle cure. Dal suo profondo emergeva una gran voglia di vivere, e pareva che inattese energie ridessero quella vitalità che la malattia stava minando. Era conscio del suo male, ma era anche pieno di speranza. Quello che sorprese tutti fu il permanere del suo zelo: seguitò a darsi agli altri, in incontri, prediche, catechismi, non appena il male gli concedeva un po' di tregua. Partecipava alla vita della comunità della Casa Madre come dovesse starci per sempre.
Testimoniò fino in ultimo la riconoscenza a Dio per la vocazione missionaria e accettò il sacrificio della vita come il raggiungimento del culmine della sua missione. Quando avvertì essere giunta l'ultima ora, quasi a confortare la sorella, mormorò: «Si vede che è bene così». Era il suo ultimo "fiat"!
Dietro di lui è rimasta come una scia luminosa. Siamo grati a p. Fasolini che ce ne ha voluto conservare il chiarore.
AUGUSTO LUCA S.X.
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