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Lo scandalo

| Marina Greco | CEM Editoriali Storici, Domenico Calarco sx


Lo "Scandalo" della vita -  (1973/6)

I temi trattati nell'editoriale CEM del novembre/dicembre 1973 sono molteplici e accomunati dall’urgenza di evidenziare di quali errate assunzioni di responsabilità si carichi l'uomo moderno quando impedisce lo svolgersi di esistenze umane: dall’aborto, all’eutanasia, ai genocidi, fino ai meccanismi economici e geopolitici che causano la morte per malattia e malnutrizione. Noi cristiani, quando parliamo o scriviamo, orientiamo il discorso verso la salvaguardia di tre valori-cardine: la vita, l’amore per il prossimo e la libertà (nostra e degli altri, se diciamo di amarli); per noi questi tre fondamenti rappresentano la via da percorrere e la verità annunciata dal Cristo.
Qualsiasi parola spesa per giustificare ad esempio aborto o eutanasia viene percepita come lesione del diritto alla vita, la prima delle libertà, e genera una inevitabile reazione di condanna, che, come in un circolo vizioso, genera, a sua volta, la condanna della condanna in chi credente non è.

Mi domando: "Chi può arrogarsi il diritto di decidere per un altro se la vita dell’altro sia o meno degna di essere vissuta?" Provo anche a darmi una risposta: "Se sono cristiano, e credo in Dio, avrò almeno la coerenza di affidarmi alla sua volontà."

Nel caso delle guerre, dei genocidi, delle disuguaglianze, della negazione all'accesso delle risorse della terra, ognuno di noi avrebbe invece l'obbligo, da vivere perfino come fosse un diritto, di adoperarsi per impedire simili drammatici eventi. Perché crediamo nella vita, nell'amore, nella fondamentale libertà e dignità di tutti gli uomini.
Lo scandalo è la vita sminuita, azzoppata, infamante, lasciata a frugare in un cassonetto al centro di Roma o nelle discariche al sud del mondo, come nella poesia di Bandeira riportata nell'editoriale di CEM. Scandalo è anche l'invito a lasciare la vita in balia delle onde di un mare monstrum di inumanità.

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DOMENICO CALARCO

Lo"Scandalo" della vita - editoriale, in CEM Mondialità 1973/06, p. 3.

Sull’ultimo numero del Journal of medicine del New England è apparsa la notizia che “quarantatré neonati malformati sono stati lasciati morire col consenso dei genitori nell’ospedale Yale New Hawen”[1] (USA). Quale la motivazione di questa umana decisione? I neonati, che avevano un’età variante da poche ore ad alcuni mesi, sono stati lasciati morire - al di là di ogni eufemismo, sono stati uccisi - per “non esporli a vite prive di significativa umana”.
Il solo pensare che si possa inorridire di fronte a tale notizia è una pura illusione: qualcuno avrà, forse, parole di compassione ma non di esecrazione. Ma perché stupirsi della nostra non reazione ai crimini contro la vita, dal momento che la nostra società, schiava del materialismo pratico e del consumismo esasperato che spingono a godere la vita con la maggiore intensità possibile, ha ridotto ciascuno di noi a “robot per le strade / col passo d’acciaio col cuore d’acciaio”?
“Ogni individuo ha diritto alla vita”: come sa di amara ironia questo articolo 3° della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo[2], quando è ormai divenuta una esigenza inderogabile sacrificare l’uomo sull’altare della scienza e della società tecnocratica e meccanizzata. Comincia da qui l’abnorme corsa al permissivismo e «all'amoralismo, che consacrano il genocidio, l’aborto e l’eutanasia; la violazione dell’integrità della persona umana e il violentamento dell’intimo dello spirito; le condizioni di vita infraumana, le incarcerazioni arbitrarie e le deportazioni; le ignominiose condizioni del lavoro “con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili”.
Coloro che detengono il potere - dal potere dell’informazione a quello economico, politico e culturale — strombazzano con disinvoltura che non può esservi limite all’inalienabile diritto alla vita che compete ad ogni uomo. Ma sono smentiti dai fatti d’ogni giorno, che testimoniano essere l’uomo un oggetto fra gli oggetti, “come un insetto tra gli insetti". Ciò che, oggi, interessa ai poteri pubblici è accrescere il dominio del circuito "lavoro-benessere-consumo”, anche a costo di sacrificare sull’altare della produttività e dell’efficienza, dei laboratori di biologia e delle centrali cibernetiche il conclamato “riconoscimento incondizionato del diritto alla protezione della vita”.
È vero che la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in alcuni suoi articoli, legge: “Ogni individuo ha diritto... alla sicurezza della propria persona;... al riconoscimento della sua personalità giuridica;... alla sicurezza sociale;... a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro;... ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della propria famiglia;… all’istruzione”. Ma tutto questo è lettera morta per milioni d’individui, appartenenti all’area sia occidentale sia orientale; è soltanto un vivere “questo frusto di tempo / a scrivere / parole / sull’acqua mobile dei giorni / a muovere gesti / nel vento...”.
È anche vero, purtroppo, che per tutti coloro che si arrogano il diritto di stabilire chi debba nascere - con il controllo delle nascite (il birth control - e chi debba morire - con il controllo delle morti -il death control -), come pure per gli uomini di scienza di tendenza positivista e per i pensatori di tendenza strutturalista, la vita, da una parte, non ha alcun senso perché è un assurdo; dall’altra, dev’essere soltanto una scelta o economica o politica. Da qui il principio assurdo e disumano che bisogna “uccidere, per vivere meglio”: il diritto alla vita dovrebbe essere pertanto subordinato alla possibilità della cosiddetta “umanizzazione" o “umanizzabilità".
Con queste “premesse scientifiche", proprie di una società dominata dalla tecnica e dallo pseudo progresso, non ci si può attendere altro che l’avallo della proposta della morte a servizio dell’economia e della politica. E così viene codificato non più il diritto alla vita ma il diritto all’egoismo con le sue leggi del profitto, del potere, della violenza e della sopraffazione.
Di fronte ad una civiltà, come la nostra, che è diventata “anti-vita”, come si può mai condividere l’inno del salmista che esalta la dignità della vita dell’uomo: “Cosa è mai questo figlio dell’uomo / che Tu abbia di lui tale cura? / Inferiore di poco a un dio, / coronato di forza e di gloria! / Tu l’hai posto signore al creato / le cose tutte a lui affidasti. ” (Ps. 8, 5-7)? Tutto questo non è forse un sogno, un’utopia tragica per tutti coloro che inutilmente hanno creduto, hanno sperato che “fra tutti i diritti dell’uomo, il diritto alla vita debba assumere un particolare e fondamentale significato”?
Quando si riflette sulle situazioni disumane e ingiuste in cui si trovano gli handicappati, i subnormali, gli incurabili, gli anziani in ripostiglio e i disadattati sociali; quando si considera seriamente la condizione subumana di milioni di individui che sono sottonutriti o malnutriti, che rimangono analfabeti, che sono costretti a vivere nei quartieri-ghetto o nei “bassi”, nelle bidonvilles, nelle favelas o negli slums, viene spontaneo chiedersi cosa sia la vita e il perché della vita. Perché continuare ad ingannarci gli uni gli altri affermando che la nostra vita d'oggi, in ogni suo momento, è un reciproco “atto irripetibile di amore"? È invece tutto il contrario, come ci suggerisce la lettura della poesia di Manuel Bandeira:
Ieri ho veduto una bestia:
tra le immondizie
del mio cortile
cercava cibo.
Quando trovava qualcosa
senza guardare,
odorare,
la trangugiava con avidità.
Non era né un cane, né un gatto, 
né un topo.
La bestia, mio Dio, era un uomo!
Ma nonostante ciò, noi crediamo che la vita abbia un senso, che la vita non sia affatto un assurdo, perché l’uomo non è un oggetto, ma un soggetto “cosciente e libero” e, perciò, capace di realizzare la pienezza di vita individuale nella comunicazione e donazione di sé agli altri.
Proprio perché siamo consapevoli degli abominevoli delitti contro il diritto alla vita, sappiamo di non dover rimanere passivi appoggiando “ai vetri due occhi sbarrati / liquefatti”: l’urgenza a riconoscere, rispettare e difendere il diritto alla protezione della vita, in quanto è uno dei presupposti essenziali per la sopravvivenza dell’umana società, è un invito a non rinunciare a sperare, a credere, a impegnarsi per poter far nostra “la voce della coscienza universale che urla il suo diritto alla vita”.

[1] http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJM197310252891705 (ndr).

[2] http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Pages/Language.aspx?LangID=itn (ndr)