
La verità disarmata
La pedagogia della pace: un lavoro inutile? - (1974/1)
Riprendiamo il percorso attraverso gli editoriali storici di CEM Mondialità con una riflessione sulla pace contenuta nel primo numero del 1974.
Il messaggio di Papa Francesco per la giornata della pace, celebrata in questo 2017 il primo giorno di gennaio, ha messo in risalto il tema della nonviolenza. La Buona Notizia che è arrivata alle nostre orecchie, c'induce a ricercare e a promuovere una "pedagogia della verità disarmata" nei confronti prima di tutto di noi stessi, quindi verso gli altri, nella famiglia, nella società e nel mondo in generale, coltivando ciascuno questo seme nella vita quotidiana. Riconoscendo il senso e l'effetto dell'esercizio di "addomesticamento" dei propri istinti di supremazia e controllo dell'altro e del suo ambiente nell'ottica della nonviolenza, potremo forse comprendere anche tutto il valore del nostro profondo bisogno di pace e nutrire la speranza di raggiungerla, dentro e fuori di noi.
Allora Gesù gli disse: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada."
Mt. 26, 52.
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DOMENICO CALARCO
Lo pedagogia della pace: un lavoro inutile? - editoriale, in CEM Mondialità 1974/01, p. 3.
Chi visita la cattedrale di Hiroshima - edificata sui luoghi stessi in cui l’orrore della guerra sembra essersi sintetizzato - può leggervi questa iscrizione: “Questa chiesa è stata costruita per ricordare le vittime della prima bomba atomica lanciata qui il 6 agosto 1945, e come simbolo di pace fra tutti i popoli, simbolo che addita l'unico e vero cammino della pace con Dio e con gli uomini. Questo cammino non è né la menzogna, né la forza, né l’odio, ma la verità, la giustizia, l’amore’’.
Noi abbiamo invece percorso, dal 1945 ad oggi, un cammino diverso: il cammino degli antagonismi ideologici, discriminatori e razzistici. La cronaca internazionale dei nostri giornali e dei nostri teleschermi continua a mettere in ridicolo gli operatori di pace e a dar spazio agli slogan di odio che ci bersagliano. I mass-media ci hanno ormai mobilitati ad assistere passivamente a scene assurde perché inumane: dal terrorismo anarchico o organizzato alle guerre-lampo; dai conflitti separatisti ai conflitti d’intervento; dalle guerre civili alle lotte etniche e tribali; dalle insurrezioni razziali ai genocidi ed agli etnocidi.
L’esperienza o il ricordo di distruzioni e dolori causati dalle guerre ci aveva indotti a credere che l’uomo — ciascuno di noi - dovesse coltivare soltanto pensieri di pace e deporre le armi dell’odio per innalzare “dei ponti qui e lì / o, forse, anche una scala a chiocciola, su cui / si possa andare insieme, a due a due, / e sentire così l’inesprimibile’’. Le reiterate dichiarazioni di pacifismo degli operatori politici ed economici da una parte, e il progresso della scienza e della tecnica dall’altra ci avevano abituati a considerare quasi imminente l’avvento di un’era nuova e definitiva del genere umano, caratterizzata non più dall’ingiustizia e dalla violenza ma dalla fraternità e dall’amore secondo il vaticinio del profeta Isaia: “Le genti faranno delle loro spade vomeri / e delle loro lance falci; / un popolo non brandirà più la spada contro un altro popolo / e non impareremo più l’arte della guerra".
L’attuale situazione conflittuale della realtà internazionale ci fa purtroppo toccare con mano che è stato tutto un sogno: ci siamo illusi che l’uomo voglia e cerchi la pace nonostante che quasi tutti i Paesi che oggi siedono all’ONU si siano impegnati a promuovere, tutelare e difendere il diritto dell’umanità alla pace ratificando l’articolo 28 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale, nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati”.
Noi tutti siamo idealmente disposti ad ammettere che la pace non può non essere un’esigenza insopprimibile dell’uomo; che la pace deve essere una dimensione dell’uomo, senza la quale l’uomo non riesce a trovare se stesso, a vivere realmente. Ma nella nostra realtà quotidiana noi tutti accettiamo, ad esempio, la “epidemia contagiosa” del commercio delle armi se non sempre come normale, spesso però come fatale. Ma starsene all’ombra di tale fatalismo, tanto più alienante quanto più irrazionale, significa che noi siamo disposti a cedere alla tentazione di fondare l’ordine sociale e internazionale più su ragioni di potere che su motivi di diritto. Motivi, questi, che esigono il riconoscimento, il rispetto, l’armonizzazione e la garanzia dei diritti e dei doveri della persona umana.
La pace, infatti, continuerà ad essere un nome vuoto, una illusione da utopisti, un traguardo impossibile, finché non si porrà a suo fondamento “l’intangibile dignità della persona umana, dalla quale scaturiscono inviolabili diritti e rispettivi doveri”.
Non possiamo pertanto accettare la irrazionalità della pedagogia della guerra, proposta da coloro che si ispirano alla dottrina hegeliana - la guerra è un fatto necessario per l’affermazione dialettica dello spirito o alla indicazione marxiana - la “lotta” è lo strumento del necessario affermarsi dell’uomo stesso -; oppure al pessimismo radicale - l’uomo dev’essere considerato a livello poco più che biologico e materialistico.
Di fronte ai sostenitori della inevitabilità della guerra, in quanto connessa “a pulsioni e motivazioni individuali e collettive”, noi abbiamo il dovere di proporre e di promuovere, ad ogni livello, la pedagogia della pace come forma umanizzante, la quale, proprio per la sua esigenza di giustizia e di amore, può raggiungere e proteggere il bene non di alcuni uomini ma di tutti gli uomini.
La pedagogia della pace potrà essere un 'alternativa attendibile nella misura in cui essa riuscirà a formare una coscienza nuova in ogni uomo, intollerante della violenza ed impegnata alla cooperazione ed alla solidarietà; a coinvolgere direttamente l’uomo singolo, ma sempre come appartenente corresponsabile alla convivenza umana. Infatti, “non ci sono più frontiere geografiche della pace e della verità. Queste frontiere passano all’interno di ogni paese, nell’interno di ognuno di noi” (Ignazio Silone).
Di qui l’urgente necessità che i centri operativi (famiglia - scuola - stato) dell’educazione contribuiscano insieme a proteggere il fanciullo “da comportamenti o influenze che possano indurlo a qualsiasi forma di discriminazione razziale, religiosa o di altro genere. Egli deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia tra tutti i popoli, di pace e di fraternità universale e nella consapevolezza dei suoi simili” (art. 10 della Dichiarazione dei diritti del fanciullo).
Riconosciamo che la pedagogia della pace è difficile e lunga. Perché essa non significa inculcare né una sorta di amorfa rassegnazione, frutto d’indifferenza o peggio di complicità, né la fuga del rischio o del sacrificio, ma una eroica opposizione ad ogni genere d’ingiustizia.
L’efficacia della pedagogia della pace, che si ispira alla verità disarmata, all’amore incondizionato e alla giustizia perfetta, dipende anche dal senso di responsabilità degli educatori: “a nessun patto e per nessun motivo essi devono rinunciare ad essere persuasori e operatori di pace".

