
Educare alla libertà
Per una educazione liberatrice - (1974/2)
"Chi mai penserebbe, oggi, che il diritto alla libertà, con il suo senso di rispetto, di corresponsabilità, di compartecipazione, di giustizia e di verità, sia entrato nel costume e nella mentalità di ciascuno di noi, sia diventato davvero il tessuto dei nostri rapporti sociali?"- ci si chiedeva nell'editoriale di CEM Mondialità di marzo/aprile 1974.
Se tuttora sembra che "l'uomo brami il comando più della libertà e della virtù" è forse perché l'esercizio della "libertà reale" implica un esercizio ancora più arduo: liberarsi dalla paura atavica di non avere alcuna indipendenza reale. Basta un nulla per annientare le nostre vite, allora solo una fiducia pari al nostro essere intrinsecamente inermi può condurci ad essere liberi da, liberi di, e liberi per; liberi dalla paura della nostra naturale inadeguatezza nei confronti delle forze dell'universo, liberi di amare e liberi per agire con giustizia nel mondo. Crediamo che anche la libertà sia un bene comune, perché se la esercitasse solo un gruppo umano, forzatamente un altro più grande sarebbe schiavo o manipolato. In questo caso, a differenza degli altri beni comuni, come l'acqua o l'aria, la libertà, semplicemente, non esisterebbe più per nessuno. "Fiducia" per noi è con certezza sinonimo di "fede", nella consapevolezza che "libertà" non può mai coincidere con "arbitrio". Per questo si parla anche di "libero arbitrio", che può essere solo un dono a disposizione di tutti gli uomini e le donne; un dono che permette perfino di scegliere se essere liberi o meno e, per conseguenza, se permettere all'altro di esserlo o non esserlo.
Per poter accettare la propria libertà - e quella altrui - è necessario avere il coraggio di lasciar scorrere lontano da noi la paura e orientarsi o riorientarsi al bene comune.
Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?
Mt. 6, 26.
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DOMENICO CALARCO
Per una educazione liberatrice - editoriale, in CEM Mondialità 1974/02, p. 3.
Uno sguardo alla geografia della libertà ci induce a concludere con F. Schiller che “la libertà esiste solo nel mondo dei sogni”. Si dirà che la nostra è una conclusione pessimistica e disfattista: perché mai come oggi gli uomini hanno avuto un così acuto senso della libertà. Ma, pur ammettendo la verità di questa constatazione, non si può non riconoscere che mai come oggi l’umana arroganza del potere ha permesso l’affermarsi “di nuove forme di schiavitù sociale e psichica”.
Molti sono i documenti sulla promozione e sulla tutela del diritto alla libertà e alla indipendenza politica, culturale ed economica dei popoli. Nonostante questi documenti, la dignità dell’uomo e la sua libertà continuano ad essere conculcate dal potere politico, culturale, economico, militare e pubblicitario.
Il disprezzo quotidiano delle elementari libertà civili, quali il diritto di libertà di opinione e d’informazione; della libertà di coscienza e di religione; della libertà politica e ideologica; della libertà di autodeterminazione è ormai considerato sinonimo di “ordinato sistema di governo”. Anche se poi questo ordine-legalità è fondato sulla forza bruta dei carri armati, sulla censura della stampa, sulle torture, sull’utilizzazione della psichiatria e dei campi di lavoro forzato, sulle carcerazioni arbitrarie, sulle mutilazioni. . .
“Ogni individuo ha diritto alla libertà” recita l’articolo terzo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma chi mai penserebbe, oggi, che il diritto alla libertà, con il suo senso di rispetto, di corresponsabilità, di compartecipazione, di giustizia e di verità, sia entrato nel costume e nella mentalità di ciascuno di noi, sia diventato davvero il tessuto dei nostri rapporti sociali?
Ci siamo talmente prostituiti alla schiavitù della sicurezza, della comodità e della ricchezza — la nostra “gabbia d’oro”! — da rinunciare alla nostra capacità di decidere e da delegare ad altri la nostra stessa libertà. Da qui la nostra tragica incapacità di capire che ogni privazione della vera libertà è “per l’uomo un’offesa della sua dignità di persona ed una ingiusta diminuzione della sua grandezza”.
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Malgrado la situazione attuale della nostra società, che ci fa pensare che “l’uomo brami il comando più della libertà e della virtù”, non dubitiamo che il mondo umano prosegue il suo cammino storico verso una maggiore crescita nella libertà.
È pertanto in questo umano cammino verso la vera libertà che dovrebbe inserirsi l’azione formativa degli operatori della scuola. Un’azione che va proprio considerata come la maieutica della libertà: liberare la libertà nell’alunno perché egli possa essere un “io” autonomo e responsabile, soggetto di se stesso e protagonista del suo agire.
Non si può continuare a considerare il fatto della libertà nell’alunno ai margini del problema educativo: l’educazione impartita soprattutto nella scuola è oggi credibile solo nella misura in cui essa diventa una educazione liberatrice. “Quella educativa è un’opera di liberazione e non di asservimento” (Laberthonnière).
Non è certamente liberante a tutt’oggi il ruolo dell’insegnante nel processo educativo: l’insegnante ne è l’esclusivo soggetto; l’alunno ne è un puro oggetto. In questo falso rapporto, l’insegnante considera suo compito-diritto fondamentale offrire all’alunno idee e conoscenze belle e fatte, soluzioni a tutto “prefissate” e “corrette”, risposte giuste a problemi ben definiti, un unico modello a cui conformarsi.
Questa educazione, però, ancorata al principio tradizionale secondo il quale l’unica conoscenza valida è quella che è nei fatti e nelle leggi già accettate, non è che una macchina pressatrice, la quale non favorisce affatto nell’alunno “un godimento più maturo e più personale della libertà”.
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Noi siamo pienamente convinti che il regno della libertà non può né deve identificarsi con nessun potere politico, nessuna struttura sociale, nessun sistema pedagogico-didattico e nessuna prassi umana.
Un’educazione che venisse, quindi, concepita come una pressione dell’uniformità di comportamento, come “il paravento per nascondere una volontà educativa preoccupata solo di strumentalizzare e condizionare l’alunno”, sarebbe una delle forme più deleterie e più disumanizzanti di schiavitù. Non formerebbe, infatti, l’alunno al senso della libertà, ma lo addomesticherebbe “quasi alla stregua di un animale incapace di libertà”.
Compito indifferibile e irreversibile insieme di ogni insegnante, oggi: liberare l’alunno restituendogli la fiducia di una autentica libertà di spirito e dandogli il senso della sua vera dignità. Ciò significa che l’educazione dev’essere formazione alla libertà, ma a una libertà reale, che comprenda la padronanza di sé, il senso del dono di sé e il senso del dovere.
Infatti, se da una parte la vera libertà di ogni uomo deve includere il rispetto della vera libertà degli altri, dall’altra la crescita nella libertà è sempre connessa con la crescita nella carità: nessun uomo è libero se non ama veramente e realmente.

