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Alternanza scuola-lavoro

| Marina Greco | CEM Editoriali Storici, Domenico Calarco sx


Alternanza scuola lavoro - 1974/3

L'alternanza scuola - lavoro dovrebbe essere "una forma di educazione nella quale i due elementi si coordinano e si completano nell'intelligenza". Questa l'affermazione di P. Domenico Calarco nell'editoriale di CEM Mondialità del maggio-giugno 1974. Ci riproponiamo quest'oggi non di commentarlo - non abbiamo parole da aggiungere, perchè parla chiaramente a chi sa leggere con la consapevolezza storica della "contestazione severa" attuata negli anni settanta - ma di provare a paragonare ciò che i Saveriani chiedevano ieri a gran voce e che oggi, dopo 43 anni, sembrerebbe realizzato.Il tema è fin troppo d'avanguardia, come spesso avviene quando la "lungimiranza saveriana" è all'opera.
La legge 107 del 2015, cosiddetta "La Buona Scuola", ha finalmente stabilito per tutti noi tanto cosa sia l'alternanza scuola - lavoro, quanto cosa debba diventare la scuola: "la scuola deve, infatti, diventare la più efficace politica strutturale a favore della crescita e della formazione di nuove competenze, contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro."[1] Considerare la scuola come la più efficace politica strutturale contro la disoccupazione è per lo meno logicamente sbagliato, se non addirittura volutamente fuorviante, dal momento che la disoccupazione si combatte stabilendo delle giuste leggi che riguardino la sfera economica e regolamentino mercati troppo aggressivi e a favore di pochi "grandi", con svantaggio di molti "piccoli".
La regolazione delle leggi del mercato, quello vero, riguarda la sfera dell'economia e non quella della formazione delle menti dei giovani.
Il "mercato del lavoro" è poi una trovata da psicologia della comunicazione globalizzata, una semplice locuzione costruita ad hoc, per trasformare utilmente il vecchio adagio vetero-comunista della "mercificazione del lavoro". Non più mercificazione, mercato! Bisogna pur trovare un modo per dare ad intendere al prezioso popolo dei consumatori che far lavorare senza retribuzione studenti di 16/17 anni è una trovata geniale e risolutiva del problema della disoccupazione. Perchè non si offrono agli studenti delle "borse di lavoro", non potendo evidentemente chiamarle"borse di studio"?
Oggi come ieri non siamo contrari a delle esperienze di lavoro formative durante gli anni di studio, anzi crediamo che siano fondamentali, ma non 400 ore nell'arco di un triennio totalmente non retribuite. Un'esperienza di durata più limitata, forse da vincere come premio per un serio impegno nello studio e senz'altro retribuita almeno al 50% di quello che si darebbe a chi è già in possesso del titolo di studio per quella attività specifica.
Giustamente qualcuno rileva: perchè andare a servire fra i banchi di McDonald's per sei ore al giorno, da studente di un liceo scientifico, per obbligo formativo? A 16 anni si potrebbe fare anche senza essere studente e si avrebbe diritto ad una retribuzione.
Chi ci guadagna? E al posto di chi vengono svolte quelle ore di lavoro? Siamo sicuri che risolveranno il problema della disoccupazione? Non ci sorprendiamo delle proteste. Vorremmo naturalmente che fossero ragionate, pacifiche, chiare nelle motivazioni e soprattutto ascoltate, attente ai motivi propagandistici per i quali forse qualche giovane oggi, con la mente ancora poco critica, potrebbe arrivare a considerarle normali.

Ben altra era la posizione espressa in CEM Mondialità del 1974. Allora bisognava abbattere la distinzione fra lavori "colti" e "meno colti", far comprendere che il lavoro è un valore, non un disvalore e che la scuola deve allenare uomini e donne veri, possibilmente non imbottiti di nozioni preconfezionate, spesso incomprese e mandate a memoria, che perpetuano diseguaglianza sociale. Invece "La Buona Scuola" propone 200 ore per i licei e 400 per tutti gli altri istituti. Come mai questa differenza?
"Il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro" è frutto di una miope politica economica, dentro un panorama che considera il lavoro (dell'altro) non come energia creativa per la costruzione di un mondo migliore, giusto ed equo, ma come un necessario asservimento alla logica del mercato. Talenti - grandi e meno grandi -, sforzi - virtuosi e meno virtuosi -, capacità - efficienti e meno efficienti - vengono considerati intrinsecamente alla stessa stregua di frutta e verdura - o colombe - sui banchi del mercato rionale. Dimenticando che non solo il tempio o le chiese dovrebbero essere la casa del Padre, ma anche il cuore, la mente, il sentire, l'energia vitale dell'altro, specialmente se l'altro è rappresentato da un gruppo di giovani in formazione.

E ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato».
Gv. 2, 16.

[1] http://www.istruzione.it/alternanza/cosa_alternanza.shtml

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DOMENICO CALARCO
L'alternanza scuola - lavoro, editoriale, in CEM Mondialità 1974/03, p. 3.

Gli operatori educativi - famiglia, scuola e amministrazione pubblica - durano fatica a prendere coscienza del fatto che ormai l'educazione è sotto inchiesta. In molti paesi, siano essi sviluppati o in via di sviluppo, il processo educativo è oggi seriamente rimesso in causa, nelle sue forme e nei suoi contenuti: esso non è effettivamente, nel contesto attuale, un aiuto allo sviluppo completo dell'uomo secondo le sue esigenze individuali e sociali.

Questa contestazione severa è propria non so lo degli studenti, ma anche dei datori di lavoro e degli organismi professionali. Questi, considerando poco efficace il processo educativo nelle sue forme attuali, chiedono che la formazione dei giovani si adegui meglio ai bisogni della società industriale.  Quelli, persuasi   che il sistema d’istruzione attualmente in vigore non li prepari convenientemente alla vita professionale, lo ripudiano nei suoi contenuti, metodi e organizzazione.

A noi sembra che esista una concatenazione logica tra l'affermare che senza educazione e senza formazione non si può applicare né scienza né tecnica, e il constatare che "nessun progresso ha realtà e significato per l'uomo, se non si proietta e non si riflette nella sua educazione".

L'educazione attuale, invece, non ha affatto assolto il duplice compito di integrare l’alunno nella società, in cui egli è chiamato ad operare, e contemporaneamente d'integrare la società nel cuore di ciascun alunno. A tutt’oggi, non è stata l'educazione che si è adattata all'uomo, ma l'uomo che si è dovuto adattare all'educazione.

Da ciò la triste conseguenza che l'educazione, frammentaria nella sua organizzazione interna ed isolata dalla società, rimane tagliata fuori dal resto delle attività umane e, non vivendo in simbiosi con la collettività, costituisce un mondo chiuso. Diviene pertanto sempre più evidente il contrasto fra ciò che si vuole insegnare nelle aule e ciò che la vita richiede, fra la somministrazione della cultura e le possibilità di lavoro.

Diffidenza e contestazione verso l’educazione attuale, la quale non è preparazione alla vita né, tanto meno, una dimensione della vita: è, nel suo neutralismo, "un periodo di vita murata". Ci è impossibile credere che una simile educazione sia in grado di realizzare ciò che il principio settimo della Dichiarazione dei diritti del fanciullo esige: (Il fanciullo) ha diritto a godere di un’educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta, in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società.”

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Gli operatori educativi non debbono illudersi che i contrasti e le critiche, per quanto riguarda il processo educativo nelle forme attuali, finiranno per spegnersi da sé. Secondo René Maheu, "meglio è cercare coraggiosamente di comprendere e di affrontare una crisi, in cui deve vedersi non l'assurda minaccia d'uno sfacelo, ma la chiara promessa di una rinascita".

È in questa promessa di rinascita dell’educazione in quanto vita, che si situa la pro posta   del sistema di alternanza scuola-lavoro. Abbiamo la convinzione che l'educazione potrà conseguire il suo scopo - creare uomini che siano capaci di fare cose nuove e non semplicemente di ripetere ciò che le altre generazioni hanno fatto: uomini che siano creativi, inventivi e scopritori - solo nella misura in cui essa riuscirà a portare a termine il "progetto sempre più vasto e complesso di incarnazione della scuola nella vita reale e attuale". Si tratta, cioè, di agganciare la scuola al lavoro, di superare la contrapposizione tra lavoro e cultura e di correlare la formazione intellettuale con quella pratico-operativa, affinché l’individuo possa partecipare attivamente alla vita sociale ed economica.

La proposta innovativa dell'alternanza scuola-lavoro tende appunto a far sì che istruzione e lavoro non siano più in conflitto; che lavoro e vita non si divorino più fra loro. L'istruzione è, infatti, lavoro: s'inserisce nel tempo del lavoro e nella produzione.

Il rapporto istruzione-lavoro ha ormai assunto una rilevanza mai conosciuta nel passato. Scuola e lavoro non possono più essere reciprocamente estranei, non debbono costituire due mondi diversi. "Tutto il lavoro dell'educazione - scriveva Jacques Maritain - deve tendere ad unificare non a disperdere; esso deve costantemente sforzarsi di assicurare e nutrire l'interna unità dell'uomo.

Ciò significa che fin dall'inizio e, per quanto possibile, per tutti gli anni della giovinezza, mani e mente devono lavorare insieme. Non c'è posto più vicino all'uomo di una fabbrica, e l'intelligenza dell'uomo non è solo nella sua testa, ma anche nelle sue dita. Il lavoro manuale non favorisce soltanto l'equilibrio psicologico, ma potenzia anche l'ingegnosità e la precisione dell'intelligenza. Il fatto di mettere così l'accento sull’importanza del lavoro manuale nell'educazione mi sembra corrispondere ad una caratteristica generale del mondo di domani, in cui la dignità del lavoro sarà senza dubbio più chiaramente riconosciuta, ed in cui forse scomparirà il dislivello sociale tra l’homo faber e l’homo sapiens" (L’educazione al bivio, Ed. La Scuola - Brescia 1973, pp.  70-71).

Ci sembra sia utile chiarire, a scanso di equivoci, che il sistema dell'alternanza scuola-lavoro non consiste in un periodo di lavori pratici destinato a far acquisire all'alunno le capacità e le esperienze che non possono dare né la classe né l'insegnante.

Per alternanza scuola-lavoro, noi intendiamo "una forma di educazione nella quale i due elementi si coordinano e si completano nell'intelligenza dell'alunno". L'autentica alternanza scuola-lavoro non è quindi una semplice giustapposizione di questi due elementi, ma suppone la loro interazione riflessa.

Questa concezione è senza dubbio l'elemento caratteristico del sistema pedagogico fondato sull’alternanza: è una concezione creatrice. Secondo Paul Lengrand, "l'esperienza di lavoro nelle officine, nei campi, negli uffici potrebbe essere determinante per elaborare la nuova dottrina dell'educazione quanto la saggezza dei filosofi, il criterio dei letterati e le ricerche degli scienziati".