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Spiritualità e vita pratica

| Marina Greco | CEM Editoriali Storici, Domenico Calarco sx


Lo sviluppo postula o esclude la religione? - 1973/4

Assistiamo ad "un ritorno del sacro": la crisi economica e sociale, esito della diluizione del senso di solidarietà e responsabilità nell'ansia nebulosa del malessere individuale, genera ombre di fallimento più che luci di speranza. Allora gli uomini cominciano a ricordare di essere parte di un corpo unico, c'è chi lo chiama Corpo del Cristo, c'è chi lo chiama interdipendenza di "tutte le cose". L'aspettativa che anima questa piazza - la nostra agorà - è quella di vedere la nascita di un progetto politico-spirituale che riunifichi l'animo diviso fra il bene e il male, fra la conoscenza e l'errore, fra la teoria e la prassi e coniughi in sè la bellezza dell'aspirazione al bene comune con la destrezza artigiana dell'assunzione di responsabilità. Per l'esercizio dell'arte di vivere insieme.

"Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità."
Ef. 4, 14-16.

DOMENICO CALARCO

Lo sviluppo postula o esclude la religione? - editoriale, in CEM Mondialità 1973/04, p. 3.

La domanda non è né oziosa né nuova: di fronte al fallimento quasi totale del "decennio dello sviluppo'', gli studiosi di economia, di sociologia e di politica tornano a chiedersi se, in un mondo in rapida trasformazione, la dimensione religiosa non debba ancora essere considerata "l'anima ed il motore" della nostra vita sociale.

La risposta non può essere evasiva o dilatoria: la certezza religiosa di "cieli nuovi" e "terra nuova" in un regno futuro sopramondano non è pienamente accettabile dalla nostra generazione, che aspira alla realizzazione di questa "novità" in questo tempo, non solo nel futuro.

La questione del ruolo positivo o negativo esercitato dalla religione nel processo di sviluppo interessa direttamente l'uomo. Se da un lato è necessario sapere a servizio di quale concezione dell'uomo si debbano mettere le enormi risorse del mondo di oggi; dall'altro, è utile riconoscere che l'uomo deve partecipare alla creazione della propria storia, superando la comoda concezione di se stesso come "pedina impotente di forze cieche", siano esse quelle incontrollabili della natura, del destino o della provvidenza.

Nella prospettiva di uno sviluppo autentico, "volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo", nessuna delle dimensioni costitutive  dell'uomo "integrale" può essere trascurata: dalla dimensione economica sociale e politica, alla dimensione culturale e spirituale. Solo persuadendosi che l'uomo deve rimanere "l'autore, il centro e il fine " dello sviluppo autentico, si può comprende che essenziale per l'uomo non è tanto "l'avere di più", quanto "l'essere di più ".

Una concezione "materialistica" dello sviluppo, che inquadri l'uomo in uno modello laicizzato, temporalizzato e massificato con lo scopo di costituirlo signore di "una terra dagli idoli infranti", frustrerebbe nell'uomo la dimensione trascendente. In questo specifico senso consideriamo "finalità suprema dello sviluppo personale" l'apertura e la donazione di se stessi nella carità a Dio, verità prima e supremo bene.

Una concezione rigorosamente "spiritualistica " dello sviluppo, che si proponesse di dover soltanto accumulare "dei tesori nel cielo, dove né ruggine né tignola consumano e dove i ladri non sfondano né rubano", distoglierebbe l'uomo, come soggetto del proprio destino, dal rispondere ad una precisa vocazione divina: l'uomo responsabile della propria crescita attraverso la dilatazione del suo dominio su tutta la terra. Non solo: impedirebbe all'uomo, come persona attiva e creativa, di esercitare il diritto di cooperazione allo sviluppo dell'umanità e del mondo, dispiegando le proprie forze e agevolando l'espansione delle energie creative e orientate al bene nei propri simili.

"C'è infatti un modo di lassù - osserva l'abate Franzoni - per pensare alle realtà terrene che pur dobbiamo organizzare, come c'è un modo mondano di pensare alle realtà celesti come quando si strumentalizza la religione per difendere interessi sordidi e antiumani".

Non possiamo dare credito all'opinione di chi non ammette, per i credenti nel "futuro" come definitiva affermazione di Dio, la possibilità di riconoscersi chiamato a farsi parte attiva nei vari settori dell'avvenire intramondano. Bisogna piuttosto non dimenticare che "la perfezione finale attesa da Dio - come afferma Karl Rahner -, in definitiva non vuole una umanità morta, ma viva e vitale, cosciente dei suoi limiti e quindi tutta tesa alla salvezza che le viene dall'alto, tutta intenta a sviluppare le sue energie".

Siamo convinti che non esiste incompatibilità tra sviluppo e religione: è necessario però avere una visione chiara dello sviluppo e della religione in relazione alla loro natura e ai loro fini. Lo sviluppo consiste non solo nell'utilizzare i beni materiali e gli strumenti che li producono, ma anche nel muoversi delle persone e delle comunità verso Dio. Lo sviluppo "non è una semplice addizione di piani di sviluppo economico e piani di sviluppo sociale: al di sopra dell'uomo e della società c'è Dio, cui tutto dev'essere finalizzato": non per svuotare l'uomo della sua autonomia, ma per scongiurarne la dissoluzione intrinseca alla condizione di separazione da Dio.

La religione - ci riferiamo soprattutto a quella cristiana - non può essere limitata ad una linea di condotta ultramondana ed escatologica, come se per l'uomo non dovesse esserci altra storia che quella "dello spirito e dell'esistenza che rappresenti soltanto il superamento e un rifiuto delle cose materiali".

La funzione profetica della religione sveglia ed affina il senso della giustizia e il senso di Dio; "la speranza cristiana - scrivono i vescovi del Nord est Brasile - che punta verso una nuova umanità riconciliata con se stessa e fraternizzata con l'universo, non ci permette di rimanere inerti, aspettando passivamente l'ora della restaurazione di tutte le cose, (...) ma esige una presenza attiva, capace di provocare nella corrente della storia i segni della risurrezione, i germogli della nuova umanità del futuro”. Se così non fosse, nella religione non si amerebbe né Dio né l'uomo: il primo perchè rimarrebbe un concetto svuotato del suo senso e dunque non più il Dio della cristianità; Il secondo perchè ridotto a fantoccio irresponsabile nei confronti di se stesso e dei propri simili.