
Parliamo di stranieri
Nessuno mi è estraneo - 1973/2
Esiste qualcosa che gradualmente ha trasformato in positivo la scuola e le università.
La necessità educativa di ampliare la visione del mondo sensibilizzandosi ad altre prospettive culturali e di promuovere competenze spendibili nel mondo globalizzato può dirsi in gran parte metabolizzata e concretamente promossa. Qualcosa è stato finalmente realizzato di ciò che appariva urgente sul piano della formazione fin dagli anni '70.
Tutto questo non è ancora sufficiente per abbattere i pregiudizi sulle diversità culturali, che vanno invece aumentando nella politica e si manifestano in forme di pensiero apparentemente nuove, che in sostanza si rivelano spesso come settarismi antidemocratici.
Anche in questo caso dovremmo recuperare la capacità di parlare chiaro.
Lo sviluppo, non solo economico e tecnologico, ma anche umano, non è scontato, è anzi una via impervia ed irta di pericoli.
Per esempio, le parole di condanna verso la violenza terrorista sono ovvie e più che giuste, mentre molto meno ovvio è riconoscere quale impatto, anche devastante, possa avere il modo di vivere all'occidentale su popoli che non hanno le stesse tradizioni, nè sul piano economico, nè sul piano politico, nè sul piano religioso.
Si può comprendere per questa via quale attenzione, cura e rispetto siano necessari non appena si appoggi il proprio piede su un suolo diverso da quello su cui siamo nati.
La mancanza di rispetto per le origini dell'altro è la responsabilità storica che grava sulle spalle dell'occidente, dall'epoca del colonialismo fino ai conflitti armati attuali.
Proprio perchè non siamo stati eccellenti nel fondare il nostro agire "sulla cultura del passato e sui valori eterni delle diverse culture", non abbiamo raggiunto "quella omogeneità nello sviluppo integrale da cui tutti apprendono ad essere uomini che vivono la propria vicenda umana all'interno della comunità internazionale".
Gli Stati moderni in generale, e l'Unione Europea in particolare, hanno il compito di coniugare il proprio standard di efficienza corrispondente al principio trasparenza = correttezza delle procedure - vessillo delle democrazia attuale - con l'abilità di trasformarsi in fucina che integra in se stessa i valori dello "straniero". Per non essere solo freddi guardiani di flussi monetari troppo sbilanciati verso un ristretto numero di nazioni e di persone.
"Esercitate il diritto e la giustizia; liberate dalla mano dell'oppressore colui al quale è tolto il suo; non fate torto né violenza allo straniero, all'orfano e alla vedova; non spargete sangue innocente, in questo luogo."
Ger. 22, 3
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DOMENICO CALARCO
Nessuno mi è estraneo - editoriale, in CEM Mondialità 1973/02, p. 3.
La lettura del "Rapporto Faure" (AA. VV., Rapporto sulle strategie dell'educazione, Armando-Unesco, Roma 1973) ha suscitato in noi qualche perplessità.
Ci sembra che un discorso sullo sviluppo dell'educazione, sul rinnovamento della scuola divenga inefficace quando si trascuri lo studio delle varie culture e il confronto dei differenti paradigmi, nel rispetto delle peculiarità di ciascuno.
Lo sviluppo dell'educazione non può prescindere dall'adozione di innovazioni didattiche con tecnologie di avanguardia, dall'introduzione dell'educazione permanente, da una metodologia didattica integrata dalle competenze di fisiologia dell'apprendimento e dal rilancio della cooperazione internazionale. Un simile sviluppo tuttavia non può basarsi soltanto sugli ultimi ritrovati della scienza e della tecnologia, anche se queste sono da considerarsi oggi elementi essenziali di ogni attività educativa.
Se l'azione formativa non si basasse sulla cultura del passato e sui valori eterni delle diverse culture, non potrebbe raggiungere quella omogeneità nello sviluppo integrale da cui tutti apprendono ad essere uomini che vivono la propria vicenda umana all'interno della comunità internazionale, in “un'ottica interamente nuova, veramente universale".
L'educazione, come la cultura, non si può sviluppare per autofecondazione, ma per interfecondazione. Per questo la scuola deve aprire a tutti i giovani del mondo la strada della comprensione reciproca e dell'universalismo come interdipendenza volontaria.
"È venuto il tempo" scriveva Rabindranath Tagore, "che le barriere artificiali crollino. Sopravvivrà solo ciò che è fondamentalmente compatibile con l'Universale. Tutto quanto si è posto al riparo del particolare, perirà".
Se gli "operatori" del nostro mondo scolastico non riusciranno a convincersi che educare è convivere, simpatizzare, e che la vita umana ha senso solo nella comunicazione e comunione a livello universale, le nostre istituzioni scolastiche si trasformeranno sempre di più in torri d'avorio, isolate dalle realtà sia nazionali che internazionali e la scuola fallirà nell'obiettivo di aiutare i giovani a crescere nel senso di responsabilità e solidarietà, grande privilegio dell'uomo, che può vincere l'egoismo, collaborando attivamente al progresso della grande famiglia umana, integrando il diverso e abbattendo pregiudizi, razzismo e settarismo.
Sri Aurobindo affermava che "una cultura nazionale, una religione nazionale, una educazione nazionale possono anche essere utili, purché non vadano contro la solidarietà umana e non contrastino la libertà individuale di pensiero, di coscienza, di sviluppo personale".
Così come non può esistere una cultura neutra, separata dai bisogni e dalle contraddizioni della nostra società, non può essere favorita una cultura "etnocentrica", che non prepari l'uomo a servire l'umanità, perché sarebbe carente nell'obiettivo primario di educare per "comprendere la vita nelle sue ragioni generali" e per suscitare "la passione e la forza di rinnovarla in profondità".
"Essere uomo" scriveva Antoine de Saint-Exupéry, "è precisamente essere responsabile". E come si può diventare e sentirsi responsabili di fronte alla famiglia umana, quando la nostra scuola continua ad essere schiava di una cultura nazionalistica, che impedisce di esercitare la libertà come affrancamento da ogni forma di servitù, sia interiore che esteriore?
Cosi come viene impartita in Italia in particolare e nelle altre nazioni europee in generale, l'istruzione - dalla letteratura alla filosofia, dalla storia alla geografia e all'arte - non contribuisce a superare i confini dell'individualismo, della volontaria affermazione di sé contro l'esigenza della interazione responsabile. Raramente uno studente oggi potrebbe affermare con Tagore: "Mi hai chiamato in casa / e mi hai fatto conoscere cose sconosciute; / il lontano hai fatto vicino, / l'estraneo fratello".
L'educazione che dona la libertà, frutto della "formazione completa", non può trascurare i valori preziosi insiti nelle grandi tradizioni dell'Asia: le culture dell'India, della Cina, della Persia, crogiolo di popoli, centri di irradiazione, ricezione, circolazione di civiltà e di idee, luoghi d'intersezione di filosofie che hanno generato fondamentali visioni del mondo, dell'uomo e della vita.
Questi valori della cultura asiatica, posti in confronto vitale con quelli della nostra cultura, possono ancora oggi ispirare il pensiero educativo universale e aiutare l'uomo, ognuno di noi, per "apprendere ad essere".

