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PU_CC

| Marina Greco | CEM Editoriali Storici, Domenico Calarco sx


L'uomo o il programma? - 1973/3

La scuola su misura fu il grande slogan della pedagogia funzionalista. I programmi della scuola media furono riformati nel 1979 e furono seguiti da una marea di decreti e testi esplicativi; negli ultimi trentotto anni i più zelanti insegnanti hanno scritto e cercato di realizzare programmazioni didattiche contenenti finalità, obiettivi generali, specifici, multidisciplinari, interdisciplinari, trasversali, educativi, formativi, abilità, competenze, metodologie, metodi, criteri di valutazione e verifica iniziali, in itinere e finali e finalmente indicato cosa ritenevano che i loro studenti dovessero conoscere, comprendere e saper fare alla fine dell'anno scolastico.
Venne in seguito la riforma della secondaria superiore, delle università e perfino delle istituzioni di alta formazione artistica, ancora in corso. E il delirio continua.
Molte delle idee diffuse negli anni Settanta dai Saveriani, e per la verità diffuse e difese anche da altri, sono state riscoperte, tagliate, incollate, rielaborate, depotenziate, mistificate, utilizzate, sfiacchite e infine scritte perchè altri le mettano in pratica.
Una sola cosa non è ancora ben chiara: nessuna scuola nel sistema del capitalismo avanzato potrà formare uomini “preoccupati,  (men che mai) soltanto, di accrescere la dignità umana”. Così. Lo dico. Senza offesa per nessuno. Nel tentativo forse ingenuo e ambizioso allo stesso tempo di svegliare l’assopita mente europea senza che per questo debba atterrirsi, aprendo gli occhi sull’incalcolabile rischio cui è esposta.
Questo sistema economico produce non la povertà dei poveri di spirito, ma la miseria degli ultimi, mentre ottunde la capacità di pensare dei primi (politici, governanti, economisti, intellettuali, professionisti e parte del clero) e dei secondi (la classe media immiserita, affogata a rincorrere il lavoro, i figli e il tempo sottratto alla vita).
Non si comprese nel Novecento come avrebbe dovuto essere organizzata l'educazione scolastica e non si comprende bene neanche adesso, a quasi un secolo dalla Scuola su Misura di Claparède e a poco più di un anno dalla scomparsa del centenario e geniale psicologo Jerome Bruner. Ci provò - Bruner - a rimuovere l'influsso del disagio sociale che ostruisce le vie dell'apprendimento. Guarda caso i suoi grandiosi progetti non ricevettero il supporto finanziario necessario.
Sono comunque ragionevolmente certa che "l'homo concors", fermento di un mondo nuovo anche nel modo di concepire l'educazione, non avrà bisogno di comprare cose inutili, non correrà tutto il giorno, non si farà portare in giro, non si farà sfruttare, se proprio sarà costretto a parlare dirà ciò che ritiene giusto.
L’homo concors non dovrà sempre essere concorde, immagino, anche a costo di sfiorare l’acquiescenza all'ignoranza e all'ingiustizia, ma perché avrà mediato per trovare un punto di equilibrio nella propria e altrui dignità.
Talvolta l'uomo, fermento del mondo nuovo, oggi fa capolino, quando il tempo della vita per miracolo ritorna. Bisogna essere veloci però ad acchiapparlo e a chiedergli: "Chi sei?". Magari la risposta arriva: Programma Uomo (Cordialmente Concorde): PU_CC, e mi scuso per il CC: non è un software della Adobe.

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DOMENICO CALARCO
L'uomo o il programma? - editoriale, in CEM Mondialità 1973/03, p. 3.

 La sensibilità per i problemi della vita individuale e sociale nella prospettiva dell’educazione permanente implica che la scuola debba essere pensata per gli studenti e non gli studenti immaginati su misura per la scuola: la scuola per gli studenti, non gli studenti per la scuola.
Questa idea, in teoria ammessa da tutti, in pratica rimane spesso solo un gioco di parole.
Oggi la scuola continua a limitarsi, trasferendo soltanto bagagli culturali da una persona all'altra, senza suscitare interessi nuovi e senza intercettare i veri bisogni dei giovani.

Pensiamo che questo sia il motivo da cui derivano da una parte diffidenza e contestazione, sfiducia e assenteismo negli studenti, dall’altra rigidità nell’insistenza su programmi redatti da una burocrazia ministeriale, avulsa dalle reali esigenze di rinnovamento e adattamento. Siamo così costretti ad assistere all'accrescimento di un ribadito pre-potere di presidi, provveditori e direttori didattici, e alla diminuzione della libertà d'insegnamento proprio per coloro che si propongono di superare il "contrasto" fra ciò che si deve insegnare nelle aule e ciò che la vita richiede.
Si tratta di un "abuso di potere", chiuso all’interazione e insensibile sia alle nuove tecnologie educative sia alla promozione del "senso dei valori" (non ultimo fra questi una sincera apertura alla "fraterna convivenza con gli altri popoli").

Quindi non ci stupiscono le accuse di eresia, marxismo, spirito rivoluzionario, corruzione di coscienze rivolte da un certo establishment nostrano ad una categoria d’insegnanti, considerati colpevoli di non voler limitare la propria azione educativa al compito di trasmettere nozioni e contenuti, di non saper rinunciare a suscitare negli alunni produttività e creatività e supportare la ricerca personale fondata sul libero sentire e ragionare, di non arrendersi a presentare dall'alto della cattedra certezze preconfezionate.

C’è chi considera l'insegnamento un ripiego, un'alternativa concreta alla difficoltà di reperire altre fonti di guadagno, e non sa vederlo come strumento indispensabile per una formazione completa (a cominciare da quella del carattere). Da questa prospettiva l’unica preoccupazione, nel migliore dei casi, è lo svolgimento del programma nei contenuti e nei tempi stabiliti. Si trascura così l'educazione alla fraternità, che consente, oltre tutte le conoscenze, di vivere degnamente.

Il compito essenziale dell'educazione è insegnare a vivere, a pensare in modo libero, a realizzarsi nel lavoro creativo, ad amare il mondo per diventare protagonisti e testimoni della nascita d'un nuovo umanesimo in cui la persona si definisce prima di tutto per l’assunzione di responsabilità verso i propri simili e verso la storia.

Ugo, alunno di quinta elementare, vittima dell'esigenza di svolgere soltanto il programma fissato, afferma che "l'uomo pensa solo a stare bene, vuole sempre stare meglio: gli altri cosa c'entrano con lui?"
Noi pensiamo che in questo caso il fondamento dei principii educativi sia crollato insieme alla trasmissibilità della grande idea biblica di uomo, ri-dotto in pro-dotto da e per il supermercato.
Un insegnante scrive: "Allora non è solo crisi di strutture, di programmi, ma di uomini, di persone che han fatto della scuola un mezzo servizio e parlano di dignità. Ma quale dignità? La crisi dei ragazzi è la nostra crisi, la mia, la tua. Non uscirne è egoismo. Uscirne insieme è realizzarci come persone”.

Imparare a leggere e a scrivere alle elementari è essenziale, ma l'alfabetizzazione, come scriveva Gandhi, deve andare di pari passo con la diffusione delle conoscenze utili alla vita dell'uomo. Se così non fosse, l'educazione promuoverebbe uomini di raffinato intelletto, ma di limitato spessore umano, proprio quando il nostro tempo esige personalità solide al servizio della comunità umana.

Il fine dell'istruzione non può essere la formazione di produttori e consumatori a livello nazionale e internazionale; dovrebbe piuttosto coltivare "il fermento" di un mondo nuovo, uomini e donne di domani preoccupati soltanto di accrescere la dignità umana.

Non basta saldare l'homo sapiens con l'homo faber; è necessario che nasca l'homo concors, capace di sentire come irrinunciabile la propria responsabilità civica e sociale e di reagire costruttivamente all'ingiustizia e alle contraddizioni. Solo così chi ha il compito d’insegnare può farsi esempio e lasciare che i più giovani imparino a vivere ogni paese come la propria patria e a vedere in ogni uomo il proprio fratello.

 

NB: L'immagine di copertina, raffigurante la "Fontaine des Fleuves" in Place de la Concorde a Parigi è di Pierre-Louis FERRER (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons.