
La logica del centurione
Prendere coscienza dell'esistenza dell'Altro - 1974/6
Nei vangeli si parla più di una volta di centurioni romani, soldati a guardia dell'impero fin dentro le terre più lontane.
Immagino questi omaccioni rudi, corazzati, scolpiti con la materia dell'istinto di potere, comando e sopravvivenza, pronti per mandato imperiale a difendere Roma.
Una volta accadde che uno di loro s'intenerì nel vedere il proprio servo malato e pensò bene d'inviare messi a Gesù per chiedergli di guarire il poveretto; era sicuro che questo Gesù, di cui probabilmente aveva sentito parlare come di un guaritore dotato di poteri straordinari, potesse risolvere la faccenda. Immagino che mandando come messi gente del posto, si era anche assicurato una specie di mediazione politica: parte degli abitanti del luogo, appartenente al popolo d'Israele, era infatti tollerante rispetto al potere di Roma, e quei messi in particolare lo erano, perché il centurione, ispirandosi alla logica romana del "vivi e lascia vivere se nessuno ostacola il tuo potere" , aveva permesso che sulle terre da lui controllate venisse costruita una sinagoga.[1] Gli inviati erano dunque ebrei, anziani e non ostili ai Romani: adatti, nello schema politico-militare del centurione, a parlare con Gesù, anche lui ebreo.
A me piace pensare che potrebbe essere stato proprio questo centurione qui, ad aver scritto su una pergamena quasi 2000 anni fa: "Nella vita ci sono due fini, l'amore e il potere, e nessuno può avere l'uno e l'altro": aneddoto citato nell'editoriale CEM, da cui prende avvio la nostra riflessione di oggi.
Non l'atroce metafisico dilemma "Essere o non essere?" , dunque.
E neanche quell'altro un po' più psico-moderno "Essere o avere?"
No, più semplice e netto: "Amare o dominare?"
Questo centurione doveva essere un uomo dalla logica semplice, abbastanza autoreferenziale: il suo modo di parlare e di agire, come raccontato nei vangeli, ne è testimonianza. Si affretta a far dire a Gesù che non è necessario che si disturbi fino a raggiungere il malato; non si sente all'altezza di ricevere Gesù in casa sua, e poi pensa che se quell'uomo ha il potere di guarire gli ammalati, deve funzionare anche a distanza. Dopotutto basta impartire ordini, se qualcuno è disposto ad ubbidire. Il soldato romano lo sa bene.
Immaginate voi cosa deve essere avvenuto nella testa e nel cuore del centurione? Non al momento della guarigione del servo, ma dopo? Voglio dire: dopo la condanna e la messa a morte del Cristo, assassinato (giustiziato?) fra l'indifferenza dei Romani e lo spirito di vendetta della gente del posto? Proprio quello che aveva guarito il suo servo, così, senza chiedere niente in cambio. Dando retta semplicemente ad una richiesta fiduciosa di ebrei e romani. Perché? Così: per fare del bene, per amore, per fede, perché se qualcuno chiede, semplicemente si dà, perché a chi bussa sarà aperto.
L'adesione al Cristo potrebbe essere cosa semplice, alla portata di ciascuno di noi. Forse, chissà, lo Spirito l'attende con desiderio infinito dalle sue alture imperscrutabili; ma agli uomini, alla loro testa, al loro bisogno di consapevolezza serve l'esperienza. E l'errore. E la sofferenza. Siamo così. Serve per poter raccontare a noi stessi quello che noi pensiamo sia la libertà. Autoreferenziali. In fin dei conti semplici. Un po' ottusi. Salvabili. Forse, perché no, già salvati, malgrado noi stessi.
DOMENICO CALARCO
Prendere coscienza dell'esistenza dell'Altro, in "CEM Mondialità", III 1974/06, p. 3.
"Nella vita ci sono due fini, l'amore e il potere, e nessuno può avere l'uno e l'altro". Sarebbe stato, questo, il testamento - lasciato scritto nel deserto libico – di un giovane centurione romano.
L'amore o il potere: è il dilemma che ha lacerato e lacera la storia dei rapporti umani, a livello sia individuale sia collettivo. L'uomo, posto di fronte a questo dilemma, ha quasi sempre preferito essere "homo homini lupus", scegliendo come unica norma del suo agire la Volontà di Potenza, di nietzschiana memoria.
La storia della Rivoluzione mercantile - dal suo inizio ufficiale nel XVI secolo alla sua affermazione definitiva nel XIX e XX secolo - sta a confermare che l'uomo europeo, nella sua politica di conquiste coloniali, ha preferito non l'amore ma il potere, facendo della violenza la sua propria natura.
L'ostinato rifiuto, da parte dei protagonisti della Rivoluzione mercantile, del principio vitale "Io incontro l'Altro" ha portato all'accettazione della norma deumanizzante "Io conquisto l'Altro". Così gli esecutori delle mire espansionistiche delle potenze europee si son posti di fronte all'Altro (l'Indio, l'Africano e l'Asiatico) come a una realtà solo da aggredire. Un'aggressione, questa, che va dalla conquista alla colonizzazione, dalla corruzione al contagio, dall'assimilazione all'esclusione.
Il conquistatore "bianco" - disposto soltanto a un dialogo permanente con se stesso perché ammalato di un "narcisismo sempre più osceno" - con le armi e con la violenza ha imposto ai popoli dei continenti extra-europei la propria "civiltà", la propria religione, la divinizzazione del proprio sistema culturale: è la imposizione alienante della dittatura socio-economica, politico-culturale.
Contro questa dittatura occidentale - che ha fatto della potenza e quindi della solitudine, un dio - si leva tremenda la voce di Aimé Césaire, poeta martinicano: "Parlo di milioni di uomini cui, scientemente, è stata inculcata la paura, il complesso d'inferiorità, il tremore, la soggezione, la disperazione, il servilismo ".
Non si vuole certo negare l'apporto positivo, attraverso la scienza e la tecnica, che i colonizzatori hanno dato ai paesi extra-europei. Ma non si possono non riconoscere i numerosi misfatti delle potenze colonizzatrici, che "hanno spesso avuto di mira soltanto il loro interesse, la loro potenza o il loro prestigio".
La Rivoluzione mercantile dunque, dall'età moderna all'età contemporanea, non ha affatto messo la consapevolezza dell'Altro prima dell'amor proprio: ha fatto l'uomo vittima dell'uomo; ha ridotto la vita sociale ad un'assenza di rapporto tra uomo e uomo; ha sempre trattato l'Altro come un oggetto, dimenticando volutamente che "essere uomini significa essere liberi" e che "l'origine e il senso della storia stanno nel diventare interamente uomini" (K. Jaspers).
E' pertanto inderogabile, oggi, una collaborazione, in prospettiva mondiale, per la costruzione di un mondo più umano. Ma ciò sarà realizzabile solo nella misura in cui noi - i Paesi del "Primo Mondo" e del "Secondo Mondo" - ci apriremo all'Altro - i Paesi del "Terzo Mondo" - ed ammetteremo anzitutto l'esistenza dell'Altro così com'è.
Nel mondo pluralista che è sempre più il nostro, ciascuno di noi ha bisogno di essere educato al riconoscimento e all'incontro dell'Altro: cioè, a toccare, a sentire e a rivelare l'Altro, con tutto ciò che egli ha di singolare e di insostituibile.
È necessario, quindi, andare incontro all'aspirazione dell'uomo ad essere amato, poiché è l'amore dell'uomo che afferma la nostra fraternità universale. "Io, uomo di colore, - scriveva Frantz Fanon - non voglio che una cosa: che mai lo strumento domini l'uomo. Che cessi per sempre l'asservimento dell'uomo da parte dell'uomo.
Vale a dire di me da parte di un altro. Che mi sia permesso di scoprire e volere l'uomo dovunque si trovi".
[1] http://www.giovaniemissione.it/senza-categoria/1809/lc-7-1-10-guarigione-del-servo-del-centurione/
NB: per riferimenti sulla foto in copertina clicca qui

