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Ricostruire la catena

| Marina Greco | CEM Editoriali Storici, Domenico Calarco sx


Contro la catena di...smontaggio

Oggi proviamo a fare almeno una leggera autocritica...
Osservo con sgomento che, come ieri, si continuano a ripetere con lievi differenze di contesto, aggravate litanie sulle conseguenze socialmente devastanti dell’idolatria nei confronti del progresso industriale e tecnico. Se ne riconosce in parte il valore e in toto l’irreversibilità, e ancora si denunciano l’inadeguatezza dei metodi e degli strumenti atti a ridurre i danni ambientali e spirituali, che qualcuno considera addirittura inevitabili costi di un più esteso benessere.
L’autocritica è: dove sono stati i combattivi pedagoghi italiani e cristiani negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso e all'alba del nuovo millennio già diciassettenne?
Semplice: in gran parte, tranne pochi ostinati encomiabili, assenti “in ispirito” dalla scuola, demotivati dalla frenetica ricerca di un lavoro adeguato, vergognosi dell’essere spesso additati come ingenui idealisti e utopisti, in ultima analisi aziendalizzati.
Ultima piccola quaestio: dove sono stati (e dove sono finiti) i filantropici pedagogisti, grandi formatori, e gli audaci progressisti cattolici? E i numerosi intellettuali, contestatori di sinistra?
Ricostruire la catena della solidarietà si può. Ricominciamo e cerchiamo di fare meglio. E rimaniamo presenti e svegli anche nella vita politica, su quell'agorà della quale a breve lasceremo la responsabilità ai nostri figli.

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DOMENICO CALARCO
Contro la catena di...smontaggio, in "CEM Mondialità", III 1974/07, p. 3.

Il processo d'industrializzazione, che sta diventando la caratteristica di fondo, comune a tutti i Paesi, ha provocato non poche trasformazioni socio-economiche, psicologiche e culturali.
Queste trasformazioni sono strutturali: coinvolgono i centri nervosi delle tradizioni culturali e si manifestano chiaramente nel cangiante uso della manodopera, nel processo di accentramento urbano e di spopolamento delle campagne, nell'espansione dei mercati e dei consumi.
Queste trasformazioni non sono limitate alla sfera delle attività tecniche, economiche e finanziarie; intaccano anche, e trasformano la sfera esistenziale dell'uomo, i suoi modi di conoscere, consumare e relazionarsi col mondo e con gli altri.
Posti di fronte al processo d'industrializzazione e alle sue trasformazioni radicali dovremmo interrogarci non solo sull'orientamento e il significato dei mutamenti in corso, ma anche sul senso del nostro essere e della nostra sopravvivenza collettiva.
Si tratta di una riflessione tanto più urgente, quanto più l'uomo moderno, quello che popola la civiltà industriale, ha fretta di fare e di arrivare, dimenticando però dove e perché. Dal momento che non solo il ritmo, ma la stessa direzione dell’evoluzione industriale sono sfuggiti al nostro controllo, non possiamo evitare di chiederci "se nonostante tutte le sue conquiste, l'uomo non rivolga contro se stesso i risultati della propria attività. Dopo l’affermazione della necessità di dominio sulla natura, non diventa ora schiavo degli oggetti che produce?
Non vogliamo negare che la rivoluzione industriale abbia contribuito a risolvere molti problemi vitali; ma dobbiamo riconoscere che ha anche alimentato problemi sociali di enorme complessità e gravità.

Preferiamo in genere vedere solo gli aspetti positivi del processo d'industrializzazione: efficiente organizzazione, alta produttività, capacità d’investimento, processi decisionali di forte impatto economico, automazione e modificazioni strutturali dell'ambiente, progrediti interventi tecnici.
Meno scontato è guardare in faccia la realtà di "una società indurita dalle competizioni e dall'attrattiva del successo''. Proprio perché abbiamo aderito, più o meno consapevolmente, alla logica quantitativa (l'aver di più, a costo di perpetuare le disuguaglianze, di non voler risolvere il problema della miseria e di aumentare lo sciupio delle risorse naturali) a scapito della logica qualitativa (l'esser di più nella pienezza della libertà, della giustizia e della solidarietà), assistiamo oggi all’intristimento della natura e della dignità dell'uomo, famigerati sottoprodotti dell’industrializzazione: l'erosione delle campagne, "imbruttimento" delle città costiere, inquinamento dell'aria e dei fiumi con scarichi chimici, accumulo di manti oleosi sulle acque costiere, estinzione della vita animale causata dall’uso indiscriminato di insetticidi, ampliamento di desolate distese suburbane, mescolanza di pandemonio e solitudine nelle città, emersione del senso di disperazione spirituale non del tutto dissimulabile sotto l’accelerazione del frenetico ritmo di vita, crescita della criminalità, dell’abuso di stupefacenti e dell’utilizzo di materiale pornografico, disinteresse, spesso già trasformato in disprezzo, per i “nuovi poveri”: minorati e disadattati, anziani emarginati di diversa estrazione sociale.

Questa litania non è un rifiuto dell’industrializzazione, ma del suo metodo e dell’impiego dei suoi strumenti. L’uso razionale, umano e umanizzante degli strumenti dell’industrializzazione è in grado di concorrere alla realizzazione dell'uomo, ma l'abuso dei suoi metodi da parte di chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione e il potere economico e l’asservimento della politica a questa logica si trasformano in uno strumento di schiavitù.
Non si tratta di rinunciare ai progressi della tecnica, osservava Louis Massignon, "ma di usarne senza febbre né fretta, con discrezione e pudore; non si tratta di un 'Birth-control ' malthusiano - il che sarebbe una deviazione obliqua -, ma di una certa castità d'intenzione che spiritualizza la vita moderna. Bisogna evidentemente ammettere che il mondo non è esclusivamente condotto dagli appetiti materiali e dalle forze economiche, e che le masse celano delle forze spirituali efficienti a dispetto delle ipocrisie perverse che le sfruttano".

È necessario che ciascuno di noi s’impegni a riqualificare il quantitativo "superando la tentazione di tutto misurare in termini di efficienza e di mercato, in rapporti di forza e d'interessi". Non possiamo più continuare ad idolatrare la tecnologia e a fare del progresso una ideologia onnipresente alla quale sacrificare anche i diritti umani.
Rifiutando quest’impegno saremmo responsabili del fatto che "domani / passeranno robot per le strade / col passo d'acciaio, col cuore d'acciaio".