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Buon governo?

| Marina Greco | CEM Editoriali Storici, Domenico Calarco sx


Per vivere umanamente insieme - 1975/8

Editoriale dell'ottavo numero della terza annata di CEM Mondialità, marzo 1975: la città è descritta come un agglomerato d'individui isolati, depauperati di socialità e disumanizzati dalla logica del profitto. È un discorso. 
I discorsi, se li leggiamo a voce alta, sono suoni organizzati: ciò che restituisce loro essenza è la nostra interpretazione. E come è noto le interpretazioni sono tutte diverse.
Ognuno ascolta e vede con le proprie orecchie e con i propri occhi

Lui - sappiamo chi è - non sembra interpretare il mondo in termini di conflitto tra classi sociali: ha orecchie per ascoltare e occhi per vedere da una prospettiva molto diversa.
L'industria ai suoi tempi non esisteva; sul commercio, sul profitto e sul denaro si pronunciò con la chiarezza degli atti. Chi crede nel vangelo e pensa diversamente da lui è in una contraddizione palese.
Ai suoi tempi vivevano pastori, contadini, artigiani, commercianti e poi ricchi possidenti, imperatori, militari, schiavi, liberti e sacerdoti.
La "segregazione sociale" degli ultimi - i più - aveva un doppio nome: miseria e servitù.
In compenso, tranne pochissimi filosofi, nessuno pensava che ci fosse un altro modo di vivere. Psicologia, sociologia, scienze politiche, economiche e commerciali come noi oggi le concepiamo non esistevano
La città avevano tutt'altro aspetto e una per tutte - Gerusalemme - fu infine molto inospitale con lui.
La solitudine determinata dalla carenza di autentiche relazioni umane non dipende dall'uomo, non è congenita, non è scritta nel DNA, non è inevitabile: è appresa.
La solitudine dipende dal modo in cui ognuno di noi è abituato  guardare a se stesso e al suo prossimo nelle immediate vicinanze, tutti giorni e concretamente.
Ecco perchè vivere umanamente insieme significa prestare attenzione e non delegare ad alcuno le decisioni riguardo ai modi di vivere gli spazi comuni.
La nostra città è anche la nostra casa. Non possiamo essere inospitali, altrimenti lo saremmo anche verso noi stessi.
La politica, nel senso etimologico del termine - l'arte del governo della città - è partecipazione attiva alla nostra vita, purchè serva a smascherare gli inganni e le menzogne dei politicanti, schiavi impreparati dei propri interessi.
Così ristruttureremo le nostre belle città o i nostri piccoli borghi; per farli diventare più belli, più ospitali, più accoglienti e più funzionali per tutti: saranno i microcosmi del buon governo.

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DOMENICO CALARCO
Per vivere umanamente insieme, in "CEM Mondialità", III 1974-75/08, p. 3.

Le città sono luoghi dominati dall'industria, dal commercio e dall'interesse immediato del profitto, sono un immenso sistema di smistamento di prodotti per il consumo; frustranti agglomerati d’individui che sperimentano l’isolamento, le città hanno depauperato le persone di contatti autentici con i loro simili: l'incontro amichevole e fraterno e l'aiuto vicendevole cedono il passo alle discriminazioni e all’indifferenza.

Così, per molte persone costrette a vivere in una intollerabile promiscuità, le città sono luoghi disumanizzanti, non adeguati a far crescere bambini, a far invecchiare anziani, a favorire il benessere fisico e mentale della popolazione che le abita.

Leggere e interpretare il processo di urbanizzazione, adoperando le chiavi della psicologia e della sociologia, ci consente d'individuare anche geograficamente i confini fra le aree riservate a chi detiene il potere economico e quelle destinate al proletariato e al sottoproletariato: le città marcano e favoriscono le distinzioni di classe sociale.

La città frammentate dall'egoismo e dalla cupidigia di profitto è teatro di una sorta di “segregazione sociale dell'abitato”: da un lato la borghesia, dall'altro il proletariato, l'una ricca e l'altro povero di stimoli, di gratificazioni, di possibilità di sviluppo.

Certo, le città moderne offrono pluralità di scelte esistenziali, ma impongono anche schiavitù che ostacolano la partecipazione attiva sia del lavoratore nell'ambito dell'impresa, sia del cittadino nell'ambito della società; nelle città si moltiplicano rapporti scambievoli tra individui, ma sono sempre più "funzionali" e sempre meno "umano-sociali"; questo tipo di rapporto funzionale al sistema generale della produzione ha un potere disgregante del valore che attribuiamo al termine “persona” e riduce l’individuo ad elemento di un insieme anonimo, soggetto passivo di un aggregato amorfo, perché incapace di espressione autonoma, manifestazione concreta di un’inedita forma di schiavitù.

Le strutture dell’attuale società urbana, che hanno indebolito e, in parte, distrutto le funzioni sociali della città, non aiutano ma ostacolano lo sviluppo personale dell'individuo. In una società urbana dal volto inospitale, non comunicativo, egoista ed anonimo, l'individuo è destinato a vivere nel quotidiano il timore dell'isolamento e dell'ignoto, dello snervamento e della spoliazione di se stesso: "disfatti uomini ed ultimi / siamo / gridi del male / che del gorgo opaco / sa il fondo".

Siamo tutti chiamati a colmare il "fondo" dell’anonimato, della folla solitaria caratteristica della nostra civiltà urbana attraverso una sincera fraternità vissuta ad ogni livello ed una giustizia concreta, che soddisfino il bisogno dell'uomo di essere amato e riconosciuto. Non si tratta di liberare una società umana astratta, ma di liberare la città, vera "realtà umana", dall'anarchia dell'urbanizzazione attuale nella quale gli uomini sono oppressi.

Siamo convinti che la trasformazione radicale della "città" passi attraverso il destino comunitario degli uomini: si realizzi, in altri termini, con il soddisfacimento del nostro desiderio di vivere insieme con l’"altro", di incontrarci con lui per essere entrambi "soggetti di vita". Per "vivere umanamente insieme", la città dev’essere gestita in prima persona da ciascuno di noi in quanto cittadini, senza deleghe all’imprenditore o al politico, se, a loro volta, mossi dalla legge del profitto.