
Sulla libertà
Libertà come continua liberazione - 1975-76/2
Le nostre parole non nascono dal nulla.
Prendono forma e diventano pezzi di mondo inseriti nel flusso del tempo. Un tempo generale, che chiamerei “il divenire delle cose”, e un tempo particolare, che chiamerei “un segmento dell’esistenza di chi scrive, legge, parla, ascolta”.
Il tutto è una pura rappresentazione, un apparire sul palcoscenico dell’esistenza, dal quale si lanciano pensieri sonori senza sapere chi li ascolterà e cosa se ne farà.
Certo c’è pensiero e pensiero, ma questo non conta ora. Ci sono i saggi e ci sono gli stolti e c’è chi è più saggio e chi lo è meno, chi è più stolto e chi lo è meno. Saggi e stolti lanciano rispettivamente parole come pane o come pietre.
Come essere parte di in un simile panorama? Se fossimo uccelli in volo molto in alto vedremmo la terra come un luogo dove strani esseri si lanciano l’un l’altro pietre e pane di forma, peso e consistenza diversa.
Forse a qualcosa di simile pensava il Qohélet all’inizio del capitolo 11, ed esortava poeticamente:
“Getta il tuo pane sulla faccia dell’acqua, perché nella moltitudine dei giorni lo troverai”. Sapendo che anche "inviare" pane al mondo è “fumo di fumi”, in ebraico “hăvēl hăvāliym”. Sembra quasi di vederlo e sentirlo quel fumo nel suono della lettera “bet” che suona “v” quasi come nella parola italiana “vento”. La Parola Biblica è liberante: invita a gettare, inviare, dare, spargere, offrire senza calcolo alcuno il proprio pane, tutto quello che ci nutre in profondità, verso il mondo, nelle acque, calme o in tempesta che siano.
Il Qohélet suona consolante, anche all’alba di oggi, giorno del sentimento dell’orrore, perchè raffiche di fuoco hanno lasciato precipitare un macigno di non-senso su persone inermi che vivono in New Zeland e erano andate a pregare in una moschea a Christchurch. Persone come noi. Questo m’immiserisce, come appartenente al genere umano.
Eppure Qohélet mi consola, strano a dirsi, mi fa sentire più forte il senso della vita e della libertà, mi proietta verso quel cielo, cui si riferisce chi prega il Padre Nostro.
Oltre il senso di sofferenza acuta per le vite inermi e innocenti stroncate, sorge, raccapricciante, una domanda: perché uccidere? Perché volgersi al male assoluto, al non senso della coazione alla vendetta? Perché autocondannarsi alla morte interiore e alla reclusione esteriore? Non trovo risposta.
Nel documentario di Wim Wenders "Pope Francis: A Man of His Word " si possono ascoltare delle parole importanti di Francesco sul perché della sofferenza degli innocenti: sono un indizio, un invito a riflettere sull’abisso che si stende al di sotto del filo sul quale camminiamo e sull’infinito cielo sotto il quale viviamo come corde tese. Questa riflessione passa ancora una volta da ciò che intendiamo come libertà.
È sul senso della libertà umana che dobbiamo continuare a riflettere ogni giorno.
Chi uccide, credo, non esercita alcuna forma di libertà, semplicemente soccombe ad un macabro e cieco impulso alla vendetta e alla distruzione, precipitando, pietrificato, come un macigno nell’abisso.
Possiamo dare qualsiasi spiegazione scientifica, criminologica o psichiatrica, ma perché una cosa simile possa avvenire sotto il sole nessuna scienza ce lo dirà mai. Il male esiste, da sempre, e gli uomini possono precipitarvi dentro, ciechi, muti, sordi, con tutte le catene del loro rumoroso non-senso.
Libertà, io credo, esiste solo come libertà di amare.
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DOMENICO CALARCO
Libertà come continua liberazione, in CEM Mondialità, IV 1975-76/2, p. 3.
"Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri" (dalla Lettera ai Galati 5, 13). In questo ammonimento dell'apostolo Paolo si possono individuare le idee-madri di una educazione "decondizionante" del fanciullo e dell'alunno: una educazione, cioè, che affranchi l'alunno dalle molte ipoteche (dal nozionismo all'etnocentrismo; dalla depressione socio-culturale alla miseria e ai pregiudizi) che gravano sulla possibilità di realizzazione e di autorealizzazione delle proprie capacità umane.
Gli operatori dell'educazione, pur nella differenza dei loro compiti specifici e delle proprie responsabilità vocazionali, non possono rimanere insensibili alla legittima aspirazione dell'uomo verso la libertà non solo giuridica e psicologica, ma personale, che è l'elemento centrale per la nuova visione dell'uomo in quanto soggetto storico responsabile. Non solo; ma non debbono soprattutto deludere l'aspirazione dei giovani educandi che chiedono di essere aiutati ad acquisire un più maturo senso di responsabilità "nell'elevazione ordinata ed incessantemente attiva della propria vita e nella ricerca della vera libertà".
Esiste, pertanto, un rapporto fra il rinnovamento dell'educazione e le esigenze di liberazione e di promozione dell'uomo nella società di oggi: da un lato il processo educativo non può essere ridotto ad un indottrinamento, ad una imbottitura di risposte già fatte, che strumentalizza e, quindi, condiziona l'alunno trasformandolo in"massa di manovra"; dall'altro, esso deve diventare luogo di dialogo in cui le varie personalità possano maturarsi, nel rispetto delle scelte di ogni alunno, senza premere su di esse per fini di parte.
In questa ottica l'educazione non può che essere un processo di umanizzazione e di liberazione: processo, questo, che deve mettere l'alunno nelle condizioni di poter realizzare se stesso in conformità alla dignità dell'uomo, la quale richiede "che eglia agisca secondo scelte personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna".
Così concepita, l'educazione assume - nel suo sforzo quotidiano di rinnovamento radicale - il ruolo di portare l'alunno alla pienezza della libertà nell'arricchimento e nella purificazione della sua personalità secondo una gerarchia di valori: da quelli spirituali e culturali a quelli sociali ed economici. Libertà piena, che trova la sua realizzazione nella liberazione della persona umana dall'insidia del non-essere per una sempre maggiore apertura ad essere-di-più.
Non si può, infatti, misconoscere la relazione organica e dinamica tra liberazione e libertà: la liberazione è esigita per la realizzazione della libertà; questa influisce, a sua volta, sulla ricerca della liberazione. "La liberazione - è stato affermato - è un'azione che rende possibile la libertà. ( . . . ) Non è la libertà un farsi della liberazione, ma la liberazione un farsi della libertà".
È compito, perciò, degli operatori dell'educazione di riscoprire, difendere e restituire la libertà all'uomo in generale e all'alunno in particolare. Libertà che non sopporta alcuna manipolazione culturale non centrata sull'uomo, e che rifiuta ogni progetto d'uomo chiuso in ideologie totalizzanti. Libertà da servitù interiori e condizionamenti esterni; libertà di fruire, alla pari, dei beni materiali e culturali; libertà per essere di più, agire ed amare; libertà con gli altri, intesi sempre come "soggetti" che, attuando se stessi, mi aiutano ad attuarmi. Libertà, cioè, che renda capace ogni uomo di "emettere giudizi personali nella luce della verità, di svolgere le proprie attività con senso di responsabilità, ( . . . ) di perseguire tutto ciò che è vero e buono, generosamente disposto a collaborare a tale scopo con gli altri" (dalla Dichiarazione sulla libertà religiosa, n. 8).

