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Un mostro prodigioso

| Marina Greco | Antologie Saveriane Commentate


Un mostro prodigioso
Favola dei Lega - Zaire

Riproponiamo qui la terza favola della raccolta di Lino Ballarin sx "La figlia del sole e altre favole africane”, pubblicata nel 1979 dalla Editrice Missionaria Italiana. Segue una possibile pista di  lettura.

Nel villaggio di Ngando viveva un giovane che, seguendo i consigli e gli esempi del padre, era divenuto un bravo lavoratore ed aveva accumulato tanti beni da essere l'uomo più ricco del villaggio. In più suo padre, quando morì, gli lasciò una quantità di campi e di capre. Poteva vivere in pace. Gli mancava solo una cosa: prendere moglie.
Un giorno si decise e incaricò un suo zio di cercare una ragazza conveniente. Di lì a poco gli presentarono una giovane molto bella e il padre di lei chiedeva per dote solo un campo di arachidi, uno di manioca e uno di mais: in quel momento c'era carestia e fame nel villaggio. Il giovane fu contento. Ma poi vennero altri a offrirgli le loro figlie in cambio di campi per vivere. Egli non voleva altre donne, ma finì per prenderne altre quattro secondo l'uso del paese. Avere una grossa famiglia con molti discendenti era la più grande ambizione per quella gente.
Disgraziatamente la prima moglie, che pure era buona e laboriosa, sembrava sterile. Le altre avevano avuto già due o tre figlie, e lei niente. Gli anni passavano senza che la situazione cambiasse. Lui, l'uomo più ricco del villaggio, desiderava avere almeno un figlio. A volte, preso dall'ira, voleva scacciare di casa la prima moglie.
Finalmente, dopo parecchi anni, anche la prima moglie ebbe un figlio ... Ma no, non era né un figlio né una figlia! Era una cosa strana, un mostro; infatti aveva solo la testa. Le comari del villaggio consigliarono la madre a buttar via quel mostriciattolo. Ma lei rifiutò. In fin dei conti era suo figlio.
Anche il marito le ordinò di disfarsi di quel coso, e lei osò opporsi. Allora l'uomo, perché temeva che il mostro gli portasse disgrazie, minacciò il divorzio, e infine scacciò la povera donna dalla casa e dal villaggio.
Bililo, così si chiamava la donna, si rifugiò in un angolo della foresta e custodì con ogni cura il suo strano figlio. E la testa cresceva, finché cominciò a parlare come gli altri bambini, e più tardi a camminare.
Veramente non camminava, ma saltellava.
Col passare del tempo imparò a lavorare e ad aiutare sua madre. Divenne così abile in qualunque lavoro da superare gli uomini normali.
Un giorno Bililo si fece coraggio e tornò al villaggio. Il marito ne ebbe compassione e la accettò di nuovo in casa. Ma la gente guardava con inquietudine il mostriciattolo tornato nel villaggio e mormorava pronosticando terribili disgrazie. Finché un gruppo di notabili vennero dal padre e lo invitarono esplicitamente a disfarsi del mostro facendolo morire con sua madre.
Il padre dovette cedere. Ma tutti i tentativi di sopprimere la strana testa e sua madre furono vani: il fuoco, l'acqua, la lancia, la scure erano impotenti; ogni volta la testa e sua madre si trasformavano in pietra, in pesci, in polvere ...
Passarono così vari anni, e venne finalmente il tempo della rivincita.
Un giorno la testa mostruosa ordinò a tutta la gente del villaggio di radunarsi nella grande piazza, minacciando di trasformare in pietra chiunque osasse fuggire o nascondersi. Tutti furono all'appuntamento pieni di angoscia e di oscuri presentimenti. La testa giunse preceduta da un coro di canti meravigliosi e dal suono dei tamburi. Saltò in mezzo a tutti e stette come un vaso di terracotta sul piedistallo. Allora cominciò a parlare e svelò davanti a tutti i pensieri e i propositi di suo padre e degli altri che avevano tentato di ucciderlo.
«Ora vedrete chi sono io e perché sono venuto tra voi!» disse con voce minacciosa.
E sotto lo sguardo della gente tremante spiccò un salto e cadde in terra spaccandosi in due parti. Tutti caddero a terra per lo spavento. Dalla testa spezzata balzò fuori un giovane bello e splendente come il sole. Egli fece segno ai compaesani di alzarsi e poi parlò così:
«Sono venuto tra voi sotto la forma strana che sapete per conoscere e misurare l'amore di mio padre e di mia madre, e anche il vostro. Ora vi conosco e tutti dovete obbedirmi. lo sono il capo! Chi oserà mettersi contro di me morirà. Ed ora facciamo festa. Guardate! »
Egli alzò gli occhi verso il cielo e comparve per incanto una grande veranda dove c'era posto per tutti gli abitanti del villaggio. Il giovane guardò ancora in alto e comparvero vivande d'ogni qualità e zucche spumeggianti di birra di banana e di palma. Tutti mangiarono e bevvero a sazietà.
Alla fine il nuovo capo diede i primi ordini e tutti lo riconobbero e gli obbedirono come loro sovrano. Sua madre ebbe un posto d'onore e una casa nuova; suo padre e i suoi cattivi consiglieri furono contenti d'essere ammessi nel villaggio all’ultimo posto.

UNA PISTA DI LETTURA

Pesellino triumphs love chastity death web

Francesco di Stefano, detto il Pesellino (1422/1457): "I Trionfi", ispirato all'omonimo poema di Francesco Petrarca.

 

2020.10.14.Illustrazione Il trionfo della morte di Petrarca arazzo fiammingoGli echi di questa favola sono molteplici. Varie potrebbero essere le piste di lettura.
Per cominciare vorrei distinguere la motivazione di fondo di una cultura dell’accoglienza, dal metodo per trasmetterla ai bambini. Si dovrebbe imparare ad accogliere la diversità per affinamento di un'attitudine interiore alla benevolenza, piuttosto che per il timore di rivincite, punizioni o altri guai che potrebbero colpirci. La paura, in ambito educativo, è un deterrente che, nonostante sembri in qualche caso funzionare, sicuramente non funzionerà in vista della formazione di personalità dotate di spessore morale.
Il “mostro prodigioso” della favola sembra nato con un’intenzione precisa: presentarsi tra i suoi in una forma strana per conoscere e misurare la capacità d’amare dei suoi genitori e degli abitanti del villaggio: è scritto nel testo. Solo la sua personale volontà di non infierire, farà sì che i suoi nemici vengano infine ammessi “all’ultimo posto” … della scala sociale, immagino.
Potrebbe trarre in inganno la somiglianza del fine favolistico con quello religioso di Gesù di Nazareth; ma il Nazareno, oltre a non avere difetti fisici tramandati dalla storia, non sembra essere venuto al mondo per conoscere o misurare alcunché, ma per portare agli uomini la “buona nuova” e offrire gratuitamente la salvezza, come ben illustrato nell’ultimo commento al Vangelo di Matteo, su Tramites.
Detto questo, è chiaro che la favola ha un intento moraleggiante: non bisogna tramare contro altri esseri umani, anche se ci appaiono inferiori e diversi da noi, perché prima o poi quegli stessi esseri umani potrebbero prendersi una “rivincita”.
C’è dell’altro che possiamo ricavare da questa favola, però; tematizza a suo modo una questione universale: il senso da attribuire alla sofferenza degli innocenti. Perché si può nascere diversi? Perché ci si ammala? Perché si muore di Covid?
Un paio di domeniche fa, durante la funzione in memoria dei Saveriani deceduti di Covid a Parma, tenutasi a Roma, proprio all'inizio dell'omelia l'officiante ha esordito dicendo: “Tutto è grazia!”
Appena venti anni fa – venti anni mi appaiano retrospettivamente brevi come un lampo – un esordio del genere, per di più da un pulpito, avrebbe scatenato in me un senso di pura ribellione: “Tutto è grazia? Tanta gente che muore non si sa perché? A caso?”
Chi conosce il libro di Bernanos[1] da cui è tratta la citazione che costituiva l’esordio dell’omelia, e ha avuto anche modo di guardare indietro alla storia della propria vita, sa come ciò sia una verità assoluta. Senza alcuna eccezione, come avrebbe detto Simone Weil ...
Non è certo nelle mie corde, né tra le mie competenze, addentrarmi in questioni di … filosofia morale; mi attengo all’esperienza individuale, e proprio pensando a Simone Weil mi viene in mente come sostensse che non è il male a dover essere considerato in opposizione al bene, ma la necessità, nel senso greco del termine.[2]
La necessità era secondo la Weil una sorta di costrizione ad essere anche sottoposti alla sventura e, dunque, sempre esposti alla sofferenza.

Se non si accetta di essere esposti anche alla sofferenza, si rifiuta al contempo ogni possibilità di grazia.
Ecco perché ai bimbi, secondo me, bisognerebbe insegnare ad essere educati e cauti, sì, ma a non avere paura, o meglio a non avere paura della paura.
In effetti, cosa significa, cosa è volersi liberare di “un mostro” attorno al quale si fantastica soltanto come fonte certa di guai?
Penso sia solo una prova inconfutabile del terrore di dover soffrire.

[1] Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna.

[2] Anánkē (ἀνάγκη): costringimento, necessità, e anche dolore, miseria, bisogno e ragione costringente. Ἀνάγκη, con iniziale maiuscola, in epoca mitica è una divinità femminile, che rappresenta il Fato, il Destino. In filosofia sarà utilizzato come sinonimo di necessità logica o legge di natura.

NB: Sotto la riproduzione del Pesellino, una riproduzione riadattata di un particolare di arazzo fiammingo, sempre ispirata ai "Trionfi" di Francesco Petrarca. Qui sono raffigurate le tre Parche: Cloto, Lachesis e Atropo, mitologicamente figlie della dea Necessità. Petrarca intendeva probabilmente esprimere come, attraverso successive cadute sotto i colpi della necessità, l'uomo possa salvarsi affidandosi a Dio, artefice dell'ultimo trionfo, quello dell'Eternità, che domina il Tempo e la Morte.