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Il cane dalle sette code

| Marina Greco | Antologie Saveriane Commentate


Il cane dalle sette code
Favola dei Lega - Zaire

Ripropongo qui la quarta favola della raccolta di Lino Ballarin sx "La figlia del sole e altre favole africane”, pubblicata nel 1979 dalla Editrice Missionaria Italiana. Segue una possibile pista di  lettura.

C'era una volta un uomo, certamente l'uomo più avaro del mondo. Non dava o prestava mai niente a nessuno; preferiva gettare via una cosa piuttosto che darla ad altri. Aveva un figlio unico e lo amava moltissimo. Ma aveva anche un cane ch'egli amava più del proprio figlio e della moglie.
Quel cane era la bestia più straordinaria che si fosse mai vista: aveva sette code.
Un giorno, mentre l'uomo era assente per un lungo viaggio, il giovanotto andò a caccia col cane, ma non prese niente. Proprio mentre tornava tutto triste al villaggio, vide un cinghiale. Si gettò subito all'inseguimento, ma inutilmente; anzi perdette anche il cane che scomparve nella foresta dietro al cinghiale. Il povero giovane cercò il cane dappertutto, per vari giorni, sapendo quanto suo padre ne fosse geloso. Tutto fu inutile.
Intanto suo padre tornò. E quando seppe che il suo cane era sparito, montò su tutte le furie e cominciò a picchiare il figlio con un bastone nodoso. Il povero giovane supplicò il perdono, offrì di pagare il cane con una grossa somma di danaro, ma il padre fu sordo ad ogni proposta.
Finalmente, stanco di picchiare, al figlio sanguinante offrì una possibilità:
«Parti col danaro che mi hai offerto e cerca il cane dappertutto. Devi portarmi proprio quello perduto, il mio, e non un altro, anche se avesse venti code. Ti do due mesi di tempo».
Il povero giovane partì senza speranza di ottenere qualche risultato.
Errò una settimana nella foresta e non trovò traccia della bestia. L'ottavo giorno s'imbatté in una capanna solitaria dove sperò di trovare aiuto. Era sera, era stanco morto e le sue provviste erano ormai alla fine.
Bussò e fu accolto con premura da una vecchietta tutta contenta di vedere finalmente qualcuno con cui scambiare due parole. Offrì al pellegrino una buona cena e un posto per dormire. E poi gli domandò come mai si fosse perso nella foresta e quale fosse lo scopo del suo viaggio. Quando ebbe intesa la storia dolorosa, pregò il giovane di restare con lei una settimana promettendogli d'aiutarlo nella sua impresa. La vecchietta non vedeva anima viva già da un anno, aveva i piedi pieni di pulci penetranti ch'essa non riusciva a togliersi. Il giovane l'aiutò ben volentieri: tolse tutte le pulci, lavò e fasciò i piedi, e poi preparò una bella provvista di legna.
Quando fu il tempo di partire, la vecchia gli diede una piccola zucca e le seguenti istruzioni:
«Quando troverai un bivio sul tuo cammino, per scegliere il sentiero giusto domanderai a questa zucca ed essa ti dirà da che parte dovrai andare».

E fu così. Ogni volta che si trovò ad un bivio, la zucchetta gli sussurrò quale sentiero doveva scegliere, e dopo alcuni giorni di cammino raggiunse un villaggio dove forse potevano dargli notizie sul suo cane. Ma quel villaggio era abitato da feroci cannibali: ogni straniero che arrivava là non faceva più ritorno.
Per fortuna il nostro giovane era stato avvisato dalla vecchietta e sapeva come comportarsi. Quei briganti accoglievano amichevolmente ogni pellegrino e alla sera lo invitavano a dormire nella capanna degli ospiti. Ma il letto dove il malcapitato doveva dormire era un trabocchetto: appena faceva per stendersi sul graticcio , precipitava nella fossa nascosta sotto e così restava preda dei cannibali che se lo mangiavano il giorno seguente.
Quando il giovane fu invitato a dormire nella capanna fatale, rifiutò garbatamente ma con fermezza , e così poté dormire in pace nella veranda.
Il giorno seguente gli presentarono molti cani e gli fu facile conoscere quello di suo padre perché aveva sette code. Pagò il riscatto e si avviò tutto contento per il sentiero del ritorno.
Passò un 'altra giornata nella capanna della vecchietta amica per riposarsi e ringraziarla dell'aiuto straordinario ricevuto da lei. Poi s'incamminò verso casa. Lungo la strada comprò da un passante una manciata di noci di palma per placare la fame. A casa fu accolto con grande festa da sua madre. Suo padre era ancora nei campi. Poi, lasciate sulla tavola le noci rimastegli, andò al fiume per fare un bagno. Ma quando tornò le noci non c 'erano più. Suo padre, che in quel momento stava accarezzando il cane ritrovato, le aveva mangiate tutte, perché erano molto buone.

Il giovane allora si adirò fortemente e chiese la restituzione delle sue noci. Il padre propose di andare a cercargliene subito nel villaggio, ma il figlio precisò che voleva proprio di quelle della stessa pianta dalla quale venivano le sue. Il padre gli offrì di pagarle con una grossa somma, con tutti i suoi averi. Tutto inutile: il giovane fu irremovibile nell'esigere solo le noci della pianta da cui venivano quelle portate da lui.
Il padre allora dovette mettersi in viaggio per cercare le noci volute dal figlio. Seguendo il cane dalle sette code, anche lui giunse una sera alla capanna sperduta nella foresta e fu bene accolto dalla vecchietta. Ma la trattò sgarbatamente e il giorno dopo partì coprendola di villanie. Finalmente giunse al villaggio dei cannibali che lo accolsero con molta premura.
Il povero diavolo però non era stato informato dalla vecchia sul comportamento di quella gente. E alla sera quando fece per stendersi sul letto nella capanna degli ospiti, precipitò nella buca preparata per gli incauti come lui.
Il giorno seguente nel villaggio dei cannibali ci fu gran festa. Il cane dalle sette code però riuscì a fuggire e tornò a casa. Col mugolio, che è la lingua dei cani intelligenti, fece capire che l’avaro caparbio aveva avuto la sua punizione, perché bisogna perdonare ad un amico che ti fa un dispiacere senza volerlo; se un giorno ti capiterà lo stesso accidente potrai meritare il perdono anche tu.

UNA PISTA DI LETTURA
Schatz webAscolto la favola con orecchio, gusto e inclinazioni personali.
Il cane dalle sette code apparteneva ad “un uomo, certamente l’uomo più avaro del mondo”; non so bene se ascrivere questo tipo di avarizia soltanto ad avidità ed egoismo, o anche a pigrizia e scarso acume: “preferiva gettare via una cosa piuttosto che darla ad altri.” Fate voi … certo l’avaro in senso astratto è sicuramente avido ed egoista, non è detto che sia pigro, spesso è un po’ ottuso (ma quest’ultima, per l’appunto, è solo una mia opinione).
Il cane è “una bestia straordinaria”, cioè fuori dall’ordinario: non esistono normalmente cani con sette code; tuttalpiù sappiamo di un mitico Cerbero a tre teste (non code) che, guarda caso, fa la guardia all’entrata dell’inferno dantesco.
Non sappiamo di quali meraviglie sia capace il cane fuori dall’ordinario, dotato di 6 code supplementari, dalla narrazione non si capisce, sappiamo però che quando il figlio dell’avaro lo usa per andare a caccia non solo gli sfugge il cinghiale, ma perde pure il cane: un vero disastro; come dire che al figlio non appartengono le proprietà o le “qualità” del padre, non sa cacciare e il cane, naturalmente, non gli ubbidisce.
In compenso, il povero diavolo viene considerato responsabile dello smarrimento della bestia, e riceve bastonate a più non posso dal genitore iracondo e violento.
Insomma il proprietario del cane fuori dall’ordinario, oltre ad essere molto avaro, egoista, forse pigro o poco intelligente, è anche irascibile, violento e pure ingordo. Infatti, mangia tutte le noci di palma rimaste, che il figlio aveva acquistato e messo da parte per sé: comincio a pensare che il cane con le sette code sia proprio una rappresentazione animale del suo padrone!
È interessante notare che il figlio cominci a pensare alla vendetta solo quando il padre gli fa sparire le noci. Il figlio ha resistito a soprusi e bastonate, ma non poter mangiare le noci, questo, no!
Chissà, forse le bastonate le sentiva meritate perché era andato a caccia col cane straordinario durante l’assenza (e senza il permesso) del padre; ma per la storia delle noci la faccenda sta in tutt’altro modo: sono sue, le ha comprate, sono cibo, non animale domestico più o meno amato e più o meno straordinario; il ragazzo è cresciuto, ha fatto le sue esperienze, certo non è un violento, non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di alzare le mani addosso al padre. Ci mancherebbe! La sua non è una vendetta violenta, perché il giovane, già lo sappiamo, è un uomo molto diverso dal padre; però...però...rivuole le sue noci! Caspita! Proprio di quel tipo, non altre!
L’orripilante seguito lo conosciamo... e non lo ripetiamo.
Il finale della favola ci riserva una sorpresa: il cane dalle sette code, diversamente dal suo proprietario, riesce a sfuggire ai cannibali, torna a casa e “col mugolio, che è la lingua dei cani intelligenti, fece capire che l’avaro caparbio aveva avuto la sua punizione.”
Inutile raccontare storielle: ci sentiamo anche un po’ sollevati dal fatto che l’avaro caparbio abbia avuto la sua punizione! Certo un po’ esagerata … E, tutto sommato, siamo anche contenti che il cane sia tornato a casa.
Già, il cane, strano cane …
In molte culture, compresa la nostra, il numero sette è simbolo di completezza; basti pensare, senza citare i giorni della creazione, ai sette vizi capitali e alle sette virtù (le tre teologali e le quattro cardinali); si noti che il giovane della favola s’imbatte nella vecchietta premurosa all’ottavo giorno, dopo una settimana di ricerche inutili.
In conclusione, potremmo dire che il genitore della favola dev’essere un campione di un buon numero di pessime qualità umane e il suo cane lo rappresenta emblematicamente con il linguaggio dell’immaginazione; ma lo stesso cane, morto il padrone e tornando a casa, rimanendo col figlio, cambierà?
È leggenda popolare che gli animali domestici somiglino caratterialmente ai loro padroni.
Forse il cane dalle sette code, vivendo con un uomo diverso, potrà trasformarsi nella rappresentazione di un buon numero di qualità umane?
Ci sarà un’altra storia da scrivere?

Commento e illustrazione: M. Greco.