Un uomo, tutti gli uomini
Gli Editoriali Storici di Cem Mondialità (1972/2), Ogni uomo è tutti gli uomini.
Introduzione: Nell'editoriale del secondo numero di Cem Mondialità 1972 è citata una lirica di John Donne, la stessa riportata in calce ad ogni pagina di questa rubrica.
John Donne si sentiva così legato al resto del genere umano, da considerarsi diminuito da ogni morte di uomo, come lo è la terra dall'azione erosiva delle onde del mare.
Evidenziamo qui le idee emergenti dal testo dell'editoriale CEM, come invito alla riflessione sulla necessità di una rifondazione dei valori.
Valori morali ed esistenziali - non solamente cristiani - sotto varie forme attraversano tutto l'umano sentire. Possono, se vissuti concretamente e rielaborati in comune, promuovere l'evolversi di una comunità mondiale migliore dell'attuale.
Questo ci sembra possibile solo colmando la distanza tra valori dichiarati e valori vissuti:
se il mondo dell'educazione, formale e informale, riuscirà a trasmettere l'idea che l'interdipendenza culturale rende l’istruzione una trama di rapporti, un luogo di scambio; se saremo capaci di fare a meno della falsa coscienza e dell'intellettualismo cosiddetto progressista, che svuota di significato la naturale vocazione dei giovani ad essere contestatori; se oltre alla storia antica, moderna e contemporanea, i nostri giovani saranno in grado di comprendere i fatti, le politiche, le dinamiche nazionali e internazionali attuali e realizzare il limite intrinseco delle frontiere vissute come barriere.
Probabilmente i se appaiono numerosi, ma raggiungere l'obiettivo di una rifondazione dei valori vissuti, nei livelli e nelle strutture della società contemporanea, è probabilmente la sfida del nostro tempo. Come lo era nel 1972, come è sempre, se la comunità mondiale nel suo insieme dimentica di essere un tutto che incide su tutto, anche sulla ricerca della gioia di vivere dei singoli individui.
DOMENICO CALARCO, Ogni uomo è tutti gli uomini, in CEM Mondialità 1972/02, p. 3.
Coloro che prendono sul serio l’educazione delle nuove generazioni come un impegno formativo a lungo raggio, non possono ridurre la scuola a un “vagabondaggio culturale’’. Il quale sembra impegnato a muoversi in forma erudita intorno ai problemi piuttosto che a risolverli. Di qui quel funesto divario tra valori dichiarati e valori vissuti, tra modelli ideali e comportamento reale.
Se nella nostra società, in ogni sua dimensione, si avverte infatti una certa prevalenza di giovani che hanno sì le mani piene di manifesti e il cuore colmo di aspirazioni ma che sono privi di idee, la motivazione ci sembra vada ricercata nel fatto che l’istruzione scolastica è diventata purtroppo “un brandello di determinismo sociale anziché un atto di emancipazione spirituale”.
Non ci si vuole, certo, inserire nella polemica salottiera sul carattere autoritario o capitalistico, burocratico o selettivo, conciliante o strumentale della nostra scuola. È una polemica, questa, che non può giovare alla funzione formativa. Il cui fine deve restare la promozione totale dell’uomo in relazione con i suoi simili, alla luce di quella interdipendenza culturale che rende l’istruzione una trama di rapporti, un luogo di scambio, dando così agli alunni la coscienza di appartenere alla comunità mondiale.
L’educazione, come istruzione scolastica, che si dilettasse di intelletualismo cosiddetto progressista, non solo mortificherebbe lo slancio creativo dell’alunno, ma gli impedirebbe anche di essere quel contestatore permanente dell’egoismo, che lega l’uomo al “chiuso concetto di tribù”. Ed è questo legame che impedisce all’alunno sia di acquisire una più matura coscienza della propria dignità e dei suoi compiti in relazione con la vita sociale, sia “di accostarsi più facilmente al patrimonio culturale e spirituale” degli altri popoli. Queste relazioni interculturali lo aiuteranno ad una fraterna convivenza mondiale.
Non si riuscirà mai ad avere uomini nuovi, artefici cioè di una umanità nuova, se l’educazione impartita nella scuola non sarà in grado di portare l’alunno a vivere per gli altri, a capire, partecipandovi attivamente, i fatti nazionali e internazionali che stiamo vivendo, a far proprie le aspirazioni comuni di libertà, di verità e di giustizia.
Solamente indirizzando verso responsabilità interpersonali, l’educazione potrà suscitare una comunità viva e non una scuola di ideologie, una vita e non una pseudo-cultura. L’alunno si renderà allora conto di non essere un “pedissequo seguace di una espansione culturale già quasi automatica”, ma, nella misura in cui si aprirà agli altri per una comune ricerca della verità e col reciproco dono dell’amore, di essere artefice di un mondo migliore di quello attuale: un mondo che non sia più quello dell’egoismo e del piacere, della disperazione e del nichilismo.
“Nessun uomo è un’isola, afferma infatti John Donne. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata via dall’onda del mare, l’Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una casa amica o la sua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità”.
Ma per diventare partecipi dell’umanità, perché ogni uomo sia tutti gli uomini, sembra necessario che l’istruzione scolastica aiuti l’insegnante e l’alunno ad ampliare il loro cuore “secondo le dimensioni del mondo”, a superare con coraggio tutto ciò che sa di limite: dai limiti delle diverse frontiere — culturali e sociali, economiche e politiche — ai limiti “di una estraneità umana”, che è il rifiuto della partecipazione e la negazione della solidarietà civile.
La scuola allora riuscirà a “costruire” nell’alunno un animo sempre giovane — la facoltà “di essere conquistati e di donarsi” in difesa di valori superiori.