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Il dilemma della ricerca

| Marina Greco | Cordialmente Vostro


Cordialmente vostro II, Un dilemma: cercare Dio o noi stessi.

"L’anima, beato, si cura con certi carmi magici, che sono poi i discorsi belli, dai quali cresce nelle anime la saggezza."
Platone, Carmide, 157a.

Riproponiamo oggi la lettera ai confratelli di Francesco Marini, pubblicata per la prima volta su ComMix di luglio/agosto 1991.
Viene qui fornita la risposta all'obiezione, che talvolta i credenti devono affrontare, sia come questione posta dall'esterno, che come dubbio personale: al dio della tradizione giudaico-cristiana viene mossa l'accusa di essere il principale ostacolo alla "pienezza" dell'esistere.
La risposta di Francesco Marini è chiara: si tratta di una proiezione sulla divinità della contraddizione interna a ciascuno di noi fra la limitatezza delle possibilità umane e l'infinità dei desideri.
Se la ricerca della felicità coincide con la volontà di appagamento della molteplicità del desiderio, che ordinariamente presidia la mente, allora dio viene immaginato come un ostacolo alla realizzazione del sè. Da una simile prospettiva, la ricerca della felicità non può coesistere con la fede.

Per Marini il termine felicità ha due significati: il primo "moderno", legato alla logica dell'appagamento del desiderio, che culmina nell'infantile visione dell'Altro (e dell'altro con l'a minuscola), come dispensatore a tempo pieno di benefici gratuiti; il secondo, evangelico, correlato ai concetti di vita, beatitudine, pace, vissuto dalla prospettiva del Cristo, che non ha a che fare con alcuna realizzazione di desiderio alla maniera dell'appagamento.
Vita, beatitudine e pace alla maniera del Cristo si ottengono nell'abbandono incondizionato alla volontà di Dio. Anche e soprattutto quando si tratta di sacrificarsi perchè l'altro possa continuare a vivere.

timpano greco

MARINI FRANCESCOUn dilemma: cercare Dio o noi stessi, in ComMix, 1991, 19, pp.3-4 e in Cordialmente vostro, I, pp.22-24.

Carissimi fratelli,
chi di noi non ha sentito, almeno qualche volta, l'obiezione dell'incredulo che nega Dio perché egli sarebbe contrario alla felicità dell'uomo? Anzi, non sentiamo noi stessi nel nostro spirito l'eco di questa obiezione quando ci si presenta l'alternativa del ricercare la nostra felicità piuttosto che affidarci a questo Dio che non sembra darci nulla di palpabile e di concreto? Dio ci appare a volte come l'antagonista, il guardiano che stabilisce i confini oltre i quali potremmo raggiungere la felicità.
Ma c'è anche un'altra possibilità. Difatti, questa contrapposizione con Dio non è che il riflesso di una contraddizione che abbiamo in noi stessi: siamo fatti di desideri infiniti e di possibilità limitate. Dio allora ci può "servire" per superare i nostri limiti e realizzare i nostri sogni. Ciò significa che il vero Dio vorremmo esserlo noi; l'Altro, dovrebbe essere occupato solo a guardarci per accontentarci in ogni momento. E l'assolutizzazione dell'infantile principio del piacere.
E allora non ci sono che due vie di uscita: o l'autoaffermazione assoluta per la propria massima realizzazione o l'abbandono in Dio, per lasciare a lui le modalità della nostra salvezza. La ricerca della felicità e la fede esprimono difatti due dinamiche contrapposte dello spirito umano.
La ricerca della felicità, serrata nel circolo vizioso del desiderio e del suo appagamento, rincorre se stessa e per conservarsi deve aggrapparsi avidamente a sempre nuovi oggetti e distogliere lo sguardo dagli aspetti negativi della propria e altrui vita. Essa è tutta centrata sul desiderio e su di sé.

Il Vangelo non parla di felicità intesa nel nostro significato moderno: parla di vita, di gioia, di beatitudini, di pace, ma Cristo dà tutte queste cose "non come le dà il mondo". La fede anzi ha una essenziale relazione col martirio ed in esso si manifesta nella sua massima chiarezza. In esso non appare nessuna vittoria né personale né storica: è puro abbandono a Dio, non condizionato o finalizzato a qualcosa, sia pure l'affermazione della persona o futuri risultati nella storia.
Questa tensione verso la "felicità a portata di mano", credo che costituisca la sfida esistenziale più grande alla nostra fede. Essa trova delle risonanze talmente profonde nel nostro spirito e talmente ne è impregnata l'aria che respiriamo che ognuno ne è condizionato. E cosi sorge in noi la tentazione di riprendere in mano la nostra vita e costruircela con i nostri criteri, nella speranza di ottenere qualcosa di più di quanto non ci dà Dio, specie nei momenti difficili.
Più spesso tuttavia questo bisogno di felicità si esprime in noi nel tentativo di conciliare la nostra fedeltà a Dio con il massimo di benessere possibile. "Non è Egli la pienezza della vita?", ci diciamo. L'espressione più chiara e quasi ovvia di questa tendenza è data nella formula della "realizzazione di sé". Non sempre teorizziamo questa formula: ci accorgiamo difatti che essa ha poco a che vedere con il Vangelo il quale ci dice che per salvare la propria vita (o persona) bisogna perderla per Cristo e il Suo Vangelo.

Dobbiamo riconoscere tuttavia che questa contrazione su di sé si infiltra dappertutto, trova molteplici ramificazioni, riesce a manipolare anche le cose più grandi: in realtà strumentalizza tutto al fine della propria affermazione. E a causa di questa tendenza più o meno conscia che facciamo i nostri piani indiscutibili, che poniamo aut-aut, che siamo clericali o troppo condiscendenti, che giudichiamo senza metterci in questione, che... E a causa di questa concezione che ci imponiamo attraverso le nostre costruzioni, i nostri cristiani, i nostri poveri, i nostri scritti, le nostre conferenze, le nostre virtù... É terribile come possiamo strumentalizzare perfino il Vangelo e i nostri stessi sacrifìci per innalzare il piedistallo per il nostro idolotto.
Ecco il nostro dramma: Dio "non ci basta" ma senza di lui cadiamo nella disperazione; vorremmo conciliare tutto ma siamo costretti a scegliere. E allora, se non vogliamo restare con i nostri sogni vuoti, non c'è che da affidarsi completamente a Dio il quale ci darà veramente a noi stessi e ai nostri fratelli.