Dimensione comunità
Gli Editoriali Storici di Cem Mondialità (1973/5), Dobbiamo cedere allo scetticismo?
Introduzione: "I miti possiederanno la terra proprio perché non avranno perso l'abitudine di sperare in un mondo di disperati". Le parole di Georges Bernanos, citate nell'editoriale del quinto numero di CEM Mondialità del 1973, allo stesso tempo illuminano un rischio e spalancano una possibilità. Osservando realisticamente la società contemporanea e volendone parlare, si rischia d'impantanarsi nella denuncia sterile, priva di proposte o in uno scetticismo velato da intellettualismi. Ci si può arroccare dentro un sistema di pensiero chiuso, apparentemente senza vie d'uscita, continuando a produrre documenti ufficiali che parlano reiteratamente di diritti e rispetto di fronte ad una comunità che ogni giorno allo stesso tempo calpesta entrambi.
Ma c'è un'altra possibilità: IO posso abbandonare la presa su tutto ciò che considero MIO diritto, arrendermi alla mitezza e lavorare tutti i giorni perché TU possa godere dei TUOI diritti. Per me, per te, per tutti noi, una scelta di libertà, su un pianeta a dimensione comunità, animato dalla speranza. Una speranza, per quanto mi riguarda, giustificata dalla certezza che dentro ogni uomo e ogni donna, dentro ogni persona, esiste una scintilla di luce. Non importa quanto indebolita o nascosta possa essere: c'è. E allora, se c'è, può tornare a brillare.
DOMENICO CALARCO
Dobbiamo cedere allo scetticismo?" - editoriale, in CEM Mondialità 1973/05, p. 3.
10 dicembre 1973: 25° anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo. Una data che alcuni commemoreranno più per consuetudine che per convinzione; altri contesteranno per narcisistico disfattismo; altri infine considereranno come momento storico da dimenticare per non aver visto spuntare, nonostante le speranze diffuse, “l’alba trasparente di un giorno nuovo”.
Una cosa è certa: in occasione della ricorrenza venticinquennale della Dichiarazione, la mensa delle “nozze d’argento” sarà imbandita con congressi, raduni e manifestazioni; e ad essa si avvicenderanno, più o meno confusamente, gli organi burocratici del ministero della pubblica istruzione, dei partiti e dei sindacati. Una burocrazia variopinta, la quale farà a gara per rievocare i meriti e per riconoscere gli alti attestati di benemerenza di questa Dichiarazione.
Non contestiamo alla Dichiarazione né i suoi meriti né le sue benemerenze: essa è certamente da considerarsi “un atto della più alta importanza” nella storia della comunità umana. Diciamo soltanto che gli operatori politici ed economici, i “baroni” senza scrupoli che detengono il potere, hanno fatto di questa Dichiarazione una delle solite enunciazioni astratte, con poca incidenza nella condotta degli Stati.
La cronistoria, infatti, di questi venticinque anni della Dichiarazione conferma amaramente che essa è stata esautorata, emarginata, resa impotente dall’egoismo omicida dell’uomo. E la cronistoria è così tragica che ci induce a credere quanto reale sia oggi la visione del profeta Isaia: «. . . questo è un popolo depredato e spogliato; tutti i giovani sono presi e rinchiusi nelle prigioni; sono stati depredati senza che nessuno potesse salvarli, sono stati spogliati e nessuno ha detto: “Restituisci! ”» (Is. 42, 22).
La violazione sistematica della Dichiarazione ci fa toccare con mano che noi tutti siamo di fronte ad un ammasso di detriti dell’ingiustizia nel mondo: l’umanità intera ci rimane estranea; l’uomo non è affatto un fratello per l’uomo; la libertà e l’uguaglianza “in dignità e diritti” di tutti gli esseri umani sono soltanto teoriche.
Abbiamo atteso invano “l’ora in cui il mattino sconfigge la morte nera”! Perché per ben venticinque anni abbiamo pugnalato alle spalle, con feroce cinismo, la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo: dal genocidio di popolazioni inermi alle segregazioni razziali; dalla spietata repressione della rivolta ungherese e dallo schiacciamento della “primavera di Praga” alle vittime trucidate in Biafra, Sudan, Burundi e Mozambico; dalle installazioni dei microfoni-spia del “caso Watergate”, per rendere inoperante l’opposizione interna, all’internamento negli ospedali psichiatrici degli intellettuali russi “dissidenti”; dalle stragi perduranti in Indocina, nel Medio Oriente e in Cile allo sfruttamento propagandistico di tragedie come quella dei profughi palestinesi; dalla falsa supremazia degli interessi e valori economici all’odio di classe, alle torture e alle persecuzioni politiche; e via di seguito. . . Dov’è allora la tutela, la promozione dei diritti civili e politici, dei diritti religiosi, sociali, culturali ed economici?
Di fronte a un quadro del genere, saremmo indotti a fare nostro il grido pessimistico di Sartre: “Perché tacete? Perché? Non esiste una risposta? Nessuna risposta! ”, e, nello stesso tempo, a cedere alla forte tentazione dello scetticismo circa la capacità degli uomini ad essere e conservarsi fratelli.
Siamo però convinti che, nonostante i possibili sentimenti di sfiducia, a nessuno è concesso di tener le braccia incrociate e di serbar le mani pulite, quando la tutela e la promozione dei diritti primi e fondamentali dell’uomo costituiscono un dovere essenziale per tutti coloro che vogliono sentirsi fratelli di chi crede nell’“uomo nuovo con la volontà di essere migliori” (Salvador Allende). Nessuno di noi può e deve arrendersi: bisogna mantenere accesa “l’abitudine della speranza in un mondo di disperati”, se si vuole che l’uomo, ognuno di noi, cresca in responsabilità e in partecipazione “per poter esercitare veramente la dignità di costruire, in ogni momento, la propria storia” e di preparare l’avvento di un mondo più umano, nel quale i valori supremi — vita, libertà, giustizia, pace — della persona umana siano per tutti garantiti e permanenti.
Proprio in vista della costruzione di un mondo più umano, bisogna comprendere l’estrema importanza di introdurre “i diritti dell’uomo” nei programmi d’insegnamento. La scuola, in quanto organo di istruzione- educazione, deve aiutare l’alunno a procedere “sulla strada di un più pieno sviluppo della sua personalità e di una progressiva scoperta e affermazione dei propri diritti”. Ma deve anche fare acquisire all’alunno una intelligente comprensione delle proprie responsabilità e dei propri doveri a riconoscere e rispettare negli altri, “senza eccezioni e senza distinzioni”, tutti i diritti che egli vuole e deve godere per sé.
Soltanto così la scuola riuscirà a risvegliare nell’alunno la coscienza al senso della valorizzazione simultanea della persona e della sua dimensione comunitaria; a far comprendere all’alunno che il vero uomo è una sintesi: l'individuo-nella-società. Una società, la quale abbia il carattere della mondialità.
Sta, dunque, a coloro che si dedicano all’attività educatrice fare in modo che tutto ciò che l’alunno “sa, può ed ha, non si opponga più a ciò che egli è, ma accresca il suo essere fino a raggiungere una dimensione mondiale”.