Dire per la missione
Cordialmente vostro V, Comunità e Comunicazione.
La lettera ai Confratelli di Francesco Marini dell'aprile 1991, (intitolata in seguito Comunità e Comunicazione per l'edizione di Cordialmente vostro I), presentava due testimonianze dei Saveriani Silvio Turazzi e Gabriele Ferrari. Erano state prodotte in quel periodo su esplicita richiesta, rivolta a tutti i Saveriani, di raccontare "il cammino della loro fede e della vocazione nel tratto di strada (finora) percorso".
Abbiamo scelto di pubblicare anche un estratto della testimonianza di P. Turazzi per due ragioni: prima di tutto perchè illustra con parole semplici, prive di qualsiasi retorica, un modo di sentire, vedere e amare; in secondo luogo perchè fa riferimento alla vicenda dell'Acquedotto Felice e alle vicissitudini della Nuova Ostia, dove P. Turazzi scelse di vivere per un periodo in mezzo ai baraccati con altri tre Saveriani.
Fu un pezzo di storia "dura" della periferia romana, collocato in anni di grandi equivoci politici, durante i quali ideali, aspirazioni, slanci sinceri e spirito di solidarietà umana e cristiana vennero strumentalizzati e schiacciati da ogni dove. Naturalmente scrivo questo, per così dire, ex post. Nel 1975 (anno in cui si conclude la cronaca manoscritta di P. Turazzi di quel periodo), ero una scolaretta di seconda media. L'insegnante di lettere ci faceva leggere un libro di narrativa intitolato Ogni uomo è mio fratello e ci tormentava meritoriamente con le traduzioni dall'italiano in latino di piccole frasi alla nostra portata.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1601-1602, Cena in Emmaus.
MARINI FRANCESCO
COMUNITÀ E COMUNICAZIONE
in ComMix (Quaderni Saveriani) 16, 1991, 4 - aprile - pp.3-4 e in Cordialmente vostro, I, pp.65-66.
con un estratto da una testimonianza di Silvio TURAZZI, sx,
tratta da Un cammino verso la Missione
in ComMix (Quaderni Saveriani) 16, 1991, 4 - aprile - pp.5-21.
Carissimi fratelli,
questo numero di QS costituisce una novità; presenta difatti due testimonianze di confratelli ai quali abbiamo chiesto di esprimere il cammino della loro fede e della vocazione nel tratto di strada finora percorso. Naturalmente speriamo di continuare a pubblicare altre testimonianze in futuro, scegliendole tra quelle che voi stessi ci invierete.
Può sembrare strana questa testimonianza ad alta voce e troppo delicato il suo contenuto per una pubblicazione. Difatti, raramente incontriamo testi simili ed anzi, perfino nelle nostre comunità, non siamo abituati a parlare con coinvolgimento personale, di noi stessi o della nostra fede.
Ciò significa che non è ancora sufficientemente profondo il livello della nostra comunicazione e della nostra comunione. Parliamo degli altri, del nostro lavoro, delle nostre idee... ma non di noi stessi. Ossia, non ci compromettiamo, non mettiamo in comune il meglio di noi stessi: la nostra storia, i nostri sentimenti, la nostra fede ossia la nostra persona.
Per stimolarci a questa più profonda comunione, per aiutarci a scoprire i nostri confratelli e noi stessi, per abituarci ad un contatto disarmato ed umano, pubblichiamo queste testimonianze e speriamo di pubblicarne altre in futuro.
Naturalmente, più il livello della comunicazione si approfondisce e più si richiede nell’ascoltatore attenzione, rispetto, delicatezza, riconoscenza per il dono ricevuto. Sarebbe imperdonabile la battuta ironica, l’accenno polemico o addirittura l’utilizzazione di una simile comunicazione come arma da usare "contro" colui che senza difesa si espone così agli altri.
Sono sicuro che ognuno di noi, leggendo questi testi, vi scoprirà qualcosa di se stesso: o in una difficoltà, o in una aspirazione, o in un atteggiamento o nell’individuazione di un possibile cammino.
Nella misura in cui andiamo nelle profondità della nostra persona e nelle radici della nostra vita, ci avviciniamo a qualunque uomo e sentiamo di poter accogliere chiunque. Le nostre contraddizioni e contrapposizioni, sia caratteriali che culturali, sono spesso la conseguenza della superficialità delle nostre relazioni.
Auguro di cuore ad ogni lettore che questi testi siano uno stimolo nella linea della autenticità e fedeltà alla nostra vocazione. Il Risorto ci raggiunge anche attraverso questi segni di lotta e di risurrezione.
Cordialmente vostro - Francesco Marini
Nel cammino della missione
Nel ’67 entrai in Noviziato: fu l’incontro con il carisma della missione; non capivo tante cose, ma quella scelta mi sembrava il modo più concreto e più adatto per rispondere al richiamo dell’amore per Dio e per l’umanità. Era come assecondare un modo di amare che mi legava alla passione per il Cristo, presente nei popoli del mondo: volevo raccontare il Vangelo, come Lui aveva fatto nella vita pubblica. Sentivo pure l’attrattiva per una vita religiosa tesa all’unità tra i suoi membri. A poco a poco scoprì dei valori che avrei potuto vivere intensamente perché aspetti e riflessi del “mio” Signore, che si manifestavano attraverso i suoi figli. La Chiesa mi appariva come il riflesso del Risorto e le varie famiglie religiose o laicali come la parte di un tutto; la ricchezza dell’insieme stava nella comunione [...]il mio posto era un particolare, proteso verso l’incontro con chi si trovava più lontano: la vita della missione.
Continuavo così a camminare amando anche le debolezze delle istituzioni, perché c’era in loro un dono di Dio, anche se dovevano essere purificate.
Arrivai a Parma, allo CSAM, dove mi fu chiesto di lavorare nel settore “Mani Tese”: un’esperienza importante, che mi ha portato a riflettere sulle vicende della famiglia umana, ad amare la storia come maturazione del Regno. Incontrai i poveri del mondo e cominciai a scoprire i meccanismi che generano miseria. Lavorai con gruppi giovanili tentando risposte educative: sensibilizzazione, campi di lavoro con raccolta di carta, microrealizzazioni. In quel periodo l’aspetto istituzionale della congregazione mi faceva paura anche se volevo bene ai confratelli e li stimavo. I mezzi e l’isolamento dai bisogni reali di tanta gente erano le due difficoltà maggiori. Pensavo - anche se con qualche timore - che in missione le cose sarebbero andate diversamente e che il rinnovamento doveva essere un fatto collettivo. Altri sentivano questi problemi e questo mi incoraggiava. Mi sembrava di essere un po’ nel Regno: Dio, la ricerca della sua volontà, la croce e l’amore per i poveri erano vivi anche in me.
Il tempo del deserto
Poi l’incidente. In ogni caso mi sentivo in casa, nella Sua volontà: è stato un lungo contemplare, pace e gioia pur nella sofferenza.
Non mi è stato difficile come si potrebbe supporre, [...] Il periodo all’ospedale di Ostia è stato un po’ il tempo del deserto. Eccetto le suore, pochissimi altri vedevano Dio e la religione di buon occhio. Erano quasi tutti operai infortunati sul lavoro. Mi hanno insegnato tanto, soprattutto il valore delle cose semplici. Ho visto con maggiore evidenza l’essenziale della vita come quell’essenziale che Gesù propone.
Mi sono sentito umano allo stesso modo di chi frequenta le fabbriche e lo stadio, senza titoli, sofferente, spesso sfruttato, senza troppe luci e protezioni. Mi accorgevo contemporaneamente che molti sentivano la Chiesa lontana da loro stessi, dai loro problemi e questo mi faceva soffrire.
Ho ripensato tante volte al significato e al potenziale della vita religiosa. Mi rimaneva poco della forza del mio corpo, ma avrei voluto ugualmente donare il massimo [...] Mi sembrava che la vita religiosa superasse le istituzioni e gli ordinamenti: essi valgono per i valori che portano - così mi dicevo - nella Chiesa bisogna camminare con lo Spirito che rinnova e dà vita, cercare con la Sua forza coloro che hanno fame e sete dei valori proposti dal Vangelo. Essere Chiesa per il mondo.
Ricordo alcuni episodi significativi al Centro Paraplegici di Ostia. Ci fu uno sciopero al Centro e in un momento di tensione (picchettaggio) lasciai la Cappella in cui mi trovavo a pregare e rivolsi la parola agli operai. Non ricordo esattamente cosa dissi ma richiamai giustizia e amore. Ci fu un momento di commozione, poi un impegno: cercare insieme giustizia in modo nuovo. Fu per me un segno, una barriera che cadeva. Fui ancora sorpreso quando la notte di Natale, ammalalo per infezione, vidi la processione delle candele nei reparti. L’avevamo preparata insieme, ma credevo che nessuno ci pensasse ancora: era amicizia tra personale, ammalati e verso il prete handicappato.
Quando fui dimesso dall’Ospedale alcuni del personale (sindacalisti) vollero accompagnarmi per una visita a Roma. Chiesi di portarmi in un quartiere di baraccati. Desideravo vedere dove il Papa Paolo VI aveva parlato e fu un modo di incontrare e di mostrare un nuovo volto della Chiesa.
Una missione con i laici
Nella comunità di Tavernerio, dove fui accolto con premura dopo le cure dell’ospedale, ebbi occasione di riflettere sulla storia della Chiesa, il rinnovamento, il mio impegno futuro. Ci fu molta pazienza da parte della Direzione Generale. L’attesa della missione poteva essere permanente per cui ero portato ad intensificare il senso e il modo di una vita di “retroguardia”.
Non mi sembrava che la nostra vita religiosa fosse sufficientemente segno in mezzo agli uomini. Mi turbava il distacco dalla gente per la quale Dio ci dava la gioia di un dono speciale. Mi dicevo: “Deve nascere una umanità più giusta, più libera, più vera, più unita e noi che disponiamo di un legame con la sorgente, Cristo, troppo spesso siamo assenti. Non credo che il rinnovamento sarà fatto a tavolino. Le risposte come i problemi vengono dalla vita e spesso nella sofferenza. È necessario ascoltare e proporre”.
Cercavo di allontanare questi pensieri, ma più intensificavo la vita di fede, più ritornavano. Ne parlavo con trepidazione sapendo che l’Istituto Saveriano “portava” un carisma (il carisma della missione) che ha le caratteristiche del Regno.
Scrissi così al P. Generale: “Chiedo di poter vivere, solo o con altri (laici oppure religiosi, teologi o padri) che manifestino gli stessi desideri, in una zona della città particolarmente povera e lontana, con tutte le difficoltà del caso, con l’impegno di vivere religiosamente e di tentare un’esperienza "missionaria" aperta ai laici. Penso che se 1’ 1 % di questa esperienza fosse valida per la Chiesa, varrebbe certamente la pena tentarla".
Partecipavo alla problematica di quel periodo difficile e fecondo per la Chiesa. [...]“Sarebbe auspicabile - scrivevo - che nell’ambito dell’Istituto sorgessero modalità diverse di consacrazione e orientamento, distinte naturalmente da quelle attuali (sempre necessarie); ciò consentirebbe un fruttuoso collegamento con gruppi e sacerdoti che troverebbero nella mano dell’Istituto la stabilità e la continuità necessarie, e manterrebbero quella agilità e quell’ inserimento nel mondo secondo lo spirito delle Beatitudini, che giustificano e qualificano la loro presenza”.
La carovana in cammino
Con questo spirito, d’accordo con la Direzione Generale e con il Vicariato di Roma, cominciai a vivere all’Acquedotto Felice, una delle zone di baraccati che il Papa Paolo VI aveva rivelato alla città con tutti i suoi problemi in occasione della visita pastorale del 1969.
[...] Fu un periodo intenso in cui fui stimolato ad aprirmi alla sofferenza e ai problemi degli immigrati della periferia, alla problematica ecclesiale di quel momento.
Eravamo installati sotto alcuni archi dell’Acquedotto Felice; in seguito ci trasferimmo con la gente nel quartiere popolare di Nuova Ostia. Mi sembrava di esprimere, in qualche modo, l’opzione preferenziale per i poveri e di rendere presente tra loro il carisma della Missione espresso nello Spirito delle Beatitudini. Il nostro essere Chiesa e comunità era legato a Cristo, alle famiglie della borgata, ai giovani volontari che ci frequentavano per rendere servizio ai poveri.
Eravamo immigrati come tutti, accanto a chi era arrivato, soprattutto dall’Abruzzo o dalle Marche, cercando lavoro. Celebravo l’Eucarestia domenicale nell’asilo delle Suore di Madre Teresa di Calcutta. La condivisione creava amicizia vera e fraternità. I problemi erano vissuti insieme ed era spontaneo incontrarsi, organizzarsi e diventare solidali per superare le dure difficoltà della borgata: casa, scuola, acqua, luce...
Arrivati a Nuova Ostia l’impegno fu rivolto alle infrastrutture del quartiere. Sul piano ecclesiale, più che gli incontri di Vangelo tra le famiglie ritenevo fosse importante far cadere la diffidenza verso la Chiesa, renderla più credibile in quell’ambiente, preparare un nuovo incontro con il Vangelo e la comunità cristiana. Penso che il modo di essere presenti nelle difficoltà e nelle lotte dei baraccati fosse legato alla persona e alle proposte di Gesù. Si amava quella gente che spesso era strumentalizzata dai gruppi extraparlamentari o dai partiti come massa da manovra nelle occupazioni e negli scontri con la polizia.
Nella lotta si procedeva con dignità, cercando di superare l’odio anche quando si incontrava disprezzo o passività. Alcuni di noi l’hanno più volte accompagnata col digiuno e la preghiera per essere liberati dal male, fiduciosi nel Padre e resi capaci di amore. Gli errori e le strumentalizzazioni non sono mancati ma credo che l’orientamento del nostro agire fosse cristiano. [...] Pochi mesi bastarono per capire che un progetto di comunità aveva bisogno di essere strutturato e poggiato su dei valori precisi, e di tempi lunghi. Ma il mio ideale era la fraternità tra i popoli sulla strada della missione, nello stile iniziato.
Così abbiamo scritto in seguito nel “Progetto di Vita” richiesto a tutte le comunità: “Preferiamo collocarci dove maggiore è il segno del dolore, nella città in periferia, nel mondo in quelle nazioni che maggiormente portano il peso dell’egoismo e il buio che nasce dal limite dell’uomo.
Silvio Turazzi- Goma (Zaire), 19 gennaio 1991.
