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Eusebio Francesco Chini
Epistolario 1670 - 1710
- Categoria: Volumi Saveriani
- Editore: Associazione Culturale Padre Eusebio F. Chini
- Pagine: 448
- ISBN: 978-88-909733-0-7
- Biblioteca: Archivio Saveriano Roma (ASR)
- Luogo: Segno (TN)
- Anno: 2014
- N° catalogo: XIV.21
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- Note: Introduzione, traduzione e note di Domenico Calarco; prefazione di Eliana Versace
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Scheda informativa
PREFAZIONE
Che cosa può dire al mondo di oggi e alla Chiesa contemporanea, in un contesto tanto radicalmente mutato, la straordinaria esperienza umana, spirituale e religiosa di Padre Eusebio Francesco Chini, religioso gesuita del XVII secolo?
Il Padre Chini o Kino, che ha compiuto la sua vita a cavallo di due secoli, tra il 1645 ed il 1711, e tra due continenti, ha interpretato con coraggio e intraprendenza la sua professione religiosa, mosso dal solo scopo di diffondere la fede di Cristo: proprio in ciò è possibile scorgere l’attualità del suo messaggio, attraverso una conoscenza più approfondita della sua opera. In questo senso credo che una particolare importanza – prioritaria e quasi imprescindibile, per scoprire la sua figura – la rivesta il suo Epistolario, che ci è oggi riproposto grazie al lavoro compiuto dal padre Domenico Calarco, dei Missionari saveriani, con la sua consueta e ben nota acribia scientifica.
Nel missionario gesuita padre Kino, “trentino tirolese”, come egli stesso si definiva, colpisce innanzitutto la vastità degli studi e la ricchezza e varietà degli interessi e delle competenze, che conosciamo grazie alle informazioni giunteci attraverso i “cataloghi triennali”. Apprendiamo così che la sua preparazione fu non solo teologica e filosofica ma incluse anche le scienze matematiche, l’astronomia, la geografia e la cartografia. Tutto ciò gli sarebbe tornato utile quando i suoi superiori lo inviarono in missione nelle terre ancora poco conosciute del Nuovo mondo.
Sin da questo momento, a mio parere, è possibile scorgere in maniera esemplare nell’avventura umana e spirituale di padre Chini, un costante esercizio di umiltà e un fiducioso abbandono alla volontà divina.
Colpiscono, in questo senso, le considerazioni che lo spingono ad accettare la missione delle cosiddette “Indie”. Scrive infatti al superiore Padre Oliva, il 7 aprile 1676: “Intanto lascio umilmente e fiduciosamente a Lei giudicare e decidere se questi miei desideri vengano da Dio e siano conformi alla Sua soave e misericordiosa volontà, come io spero fermamente”. Ed ancora più significativa è l’esortazione rivolta, il 15 settembre 1680, dal gesuita alla Duchessa de Aveiro, con la quale ha intrattenuto un fecondo rapporto epistolare: “L’eterna e infinita saggezza di Dio sa certamente ciò che è più conveniente alle sue creature nei frangenti in cui esse possono venire a trovarsi: senza una sua disposizione ‘capillus de capite nostro non peribit’. E, d’altronde, sono sicuro per quanto mi riguarda, che non avrei potuto ricevere conforto maggiore di quello che fino ad ora, qui e altrove, ho trovato nelle parole della grande madre e maestra del divino amore, santa Teresa di Gesù, la quale dice che con la speranza si riesce ad ottenere tutto ciò che si desidera”.
Analogo esempio di esercizio della virtù dell’umiltà si trova in un’altra lettera indirizzata alla Duchessa de Aveiro il 16 novembre 1680: “Ma se a Dio onnipotente parrà altrimenti – scriveva padre Kino sempre riguardo al desiderio di esercitare la sua missione nelle Terre d’Oriente – sia fatta, sia fatta ora e sempre, la Sua santissima volontà, che da sola rappresenta tutta la nostra santità e tutta la felicità di ogni creatura. La Sua volontà è sempre giustissima e mira ai fini più santi e sublimi. Anche se a volte tali fini ci rimangono occulti, tuttavia noi li vedremo un giorno nel momento prestabilito”.
Padre Kino è stato soprattutto un grande evangelizzatore, credo anzi che potrebbe essere definito un “pioniere dell’evangelizzazione”, intesa in senso moderno. E il metodo da lui esercitato, riconosciuto come il più efficace, fu quello del “dialogo”.
Il dialogo impostato da padre Chini con le popolazioni incontrate nella Pimería Alta è, infatti, mosso da attenzione e rispetto verso l’altro. Nota il padre Calarco in merito che “quando padre Chini chiede o accetta di dialogare, egli non impone ma spiega e documenta i suoi progetti di lavoro, siano essi progetti di evangelizzazione o di promozione umana, ne dà le ragioni appropriate e propone i mezzi adatti alla loro realizzazione”.
L’atteggiamento spontaneo del gesuita trentino, che accostava le popolazioni indigene condividendo la loro realtà e promuovendo allo stesso tempo anche il loro progresso, sembra così anticipare il lungo dibattito in seno alla Chiesa cattolica sull’interculturalità in campo missionario.
Il dialogo come metodo di missione sarà poi riconosciuto tale da Paolo VI, nella sua prima enciclica programmatica Ecclesiam Suam del 6 agosto 1964 quando, al paragrafo 83, scrive: “Il colloquio è perciò un modo d’esercitare la missione apostolica; è un’arte di spirituale comunicazione”.
Papa Montini precisò sempre nell’Ecclesiam Suam (n. 91) come “la sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in un’attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede”.
Così, mentre la Chiesa cattolica s’interroga sulle nuove strade da percorrere per portare il Vangelo di Cristo nelle periferie del mondo contemporaneo, la straordinaria esperienza missionaria di padre Chini potrà rappresentare un eloquente ed esemplare modello per le sfide imposte oggi dalla nuova evangelizzazione.
Eliana Versace