"Vangelo e denaro"
Cordialmente vostro IV, Vangelo e denaro.
Il titolo dell'articolo di questa rubrica è lo stesso della lettera di Francesco Marini che oggi ripubblichiamo come riportata nel primo volume di Cordialmente Vostro.
Nel curare su Agorà gli scritti storici dei Saveriani, siamo soliti adoperare titoli diversi da quelli originali, per distinguere anche formalmente le impressioni che ricaviamo nel presente, leggendo le riflessioni provenienti dal passato.
In questo caso abbiamo adoperato lo stesso titolo perché ci sembra anche l'unico possibile.
Il rapporto fra l'insegnamento contenuto nel vangelo a proposito del denaro e il denaro stesso non cambia, ovviamente. Ciò che può cambiare è solamente l'utilizzo del denaro, la prospettiva di chi lo usa e la comprensione che il verbo "dare", in ottica cristiana, dovrebbe essere usato riflessivamente, avere come complemento oggetto "se stesso" piuttosto che "qualcosa", vale a dire darsi più che dare. Altrimenti si rischia di continuare ad imporre la propria forza, instaurando una nuova forma di colonialismo.

MARINI FRANCESCO
Vangelo e denaro
in ComMix, 1992, 2, pp.3-4 e in Cordialmente vostro, I, pp.38-43.
Carissimi fratelli,
come accennato nel mese scorso, due pericoli “storici” minacciano la missione e cioè il neocolonialismo e l'etnocentrismo culturale.
Il neocolonialismo, considerato in se stesso, può essere descritto come l'uso della superiorità economica dell'Occidente per i suoi interessi. Questo fenomeno è in continuità con il colonialismo del secolo scorso.
Il colonialismo esercitava la sua forza politico-militare per controllare politicamente alcuni Paesi, naturalmente secondo i propri interessi. Il neocolonialismo esercita la propria forza economica per condizionare economicamente altri paesi, sempre per i propri interessi. Non tutto è male e diabolico in questi fenomeni; ma si tratta sostanzialmente di un esercizio egoistico della propria forza maggiore.
In che senso allora il neocolonialismo può costituire un pericolo per la missione? Nello stesso senso in cui lo è stato il colonialismo. A volte i missionari, con lo scopo di diffondere il Vangelo e quindi di contribuire al bene della gente, si sono appoggiati o serviti dei servigi del potere coloniale e così facendo lo ratificavano e lo rafforzavano. Per qualche aiuto occasionale in favore dell'evangelizzazione, davano la ratifica ad un sistema di governo di oppressione e spoliazione delle popolazioni locali.
Così oggi la missione, per usufruire di qualche aiuto economico, può dare il suo avallo ad una riprovevole prassi economica internazionale. E se noi oggi rimproveriamo ai missionari del passato la loro miopia nei confronti del colonialismo, non potrà accadere che i missionari di domani rimproverino la nostra miopia nei confronti del neocolonialismo?
Ma ben più grave è il pericolo che il neocolonialismo può costituire per la missione, se visto in relazione con il messaggio che portiamo. A volte difatti il missionario pensa che “bisogna avere molto per poter dare molto” e quindi è naturale cercare il massimo di contributi economici per aiutare la gente che è nel bisogno. L'intenzione è di aiutare lo sviluppo e di diffondere il Vangelo. Tuttavia il confronto di questa preoccupazione con la metodologia di Gesù, ci può illuminare sulle trappole nascoste in quella mentalità.
Col suo insegnamento e col suo comportamento Gesù ci fa vedere quale deve essere l'atteggiamento dell'apostolo di fronte alle forze di questo mondo. La scelta che egli ha fatto esplicitamente all'inizio del suo ministero (le tentazioni erano appunto offerta di una diversa modalità di esercitare la missione), mostra che positivamente ha rinunciato ad utilizzare strumenti mondani forti per diffondere il suo Messaggio (la distribuzione dei beni, l'uso del potere politico e la forza coagulante e propulsiva del prodigio religioso). Gli stessi miracoli che ha fatto non erano che dei “segni”: orientati a far cogliere una maggior ricchezza di vita, pochi (del tutto sproporzionati alla vastità dei bisogni della gente) e non accompagnati da un'azione politica (che avrebbe potuto influenzare più ampiamente la situazione sociale).
Insomma, Gesù, disarmato e povero, presenta un messaggio che non ha altra forza che la sua bellezza interna: è libero appello non strumentalizzabile. Lo prenda chi lo scopre!
Non dovrebbe essere simile la presentazione dello stesso messaggio da parte del missionario? Insomma, la prassi di presentare il Vangelo avvolto nel denaro, non imbroglia la gente e non sfigura il messaggio stesso?
Ma non dobbiamo noi dare il nostro contributo allo sviluppo? Certo! Ma lo sviluppo, come ogni altro valore umano, non si può né regalare né imporre. Si aiuta lo sviluppo nella misura in cui si opera nelle coscienze, a tal punto che delle persone si mettono insieme per risolvere i loro problemi...
Ma non dobbiamo noi privilegiare la carità, nella nostra vita e nell'annuncio? Certo! Ma la carità non consiste tanto nel dare, quanto nel darsi. Non c'è limite alla carità in questo senso; mentre il dare può creare meccanismi di dipendenza, di passività...
Di sua natura, insomma, il Vangelo non può essere accompagnato da doni facili, ma da richieste difficili. Ed è meglio essere rifiutati per le nostre richieste che essere accettati per i nostri doni. Perciò, se degli aiuti debbono arrivare, che non siamo noi però a decidere tutto e a distribuire...
Vorrei dire tutto questo, cari fratelli, non perché dobbiamo rifiutare la comunione tra le chiese, la solidarietà tra i popoli o la generosità di chi si converte. Ma perché la nostra preoccupazione si fìssi sull'essenziale. E l'essenziale è: che la carità è donarsi, che lo sviluppo si attua con la crescita della coscienza della gente e che il Vangelo deve essere libera proposta di comunione e di conversione. A me pare che in genere, a parte casi di emergenze particolari, la preoccupazione per i soldi sia inversamente proporzionale alla preoccupazione per il Vangelo.
Ma siccome so che non tutti si ritroveranno in queste posizioni... mi aspetto una valanga di reazioni. A voi fratelli!