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Balbettii

| Enzo O. Verzeletti - 24/08/2017


Il rapporto dell’uomo con il linguaggio è stato ed è oggetto di studio per la filosofia, la teologia, le scienze; la facoltà umana di articolare il pensiero in parole è un motivo dominante che attraversa tutta la storia della riflessione dell’uomo su se stesso.

L’uomo appena nato emette un suono, un vagito, conseguenza di quell’improvviso, stupefacente primo respiro, immediatamente successivo al suo ingresso nel mondo.

Esercitandosi ostinatamente, lallando, balbettando, imitando riuscirà ad articolare parole intere, imparerà a dare nomi alle cose, a costruire e a comprendere proposizioni e discorsi, fino a possedere un’immagine complessa e significativa di ciò che lo circonda e di se stesso.

Quale lingua e quali modalità di comunicazione imparerà? Quali lingue e quali modalità di comunicazione comprenderà?
Dipende da molteplici fattori: dall’ambiente, dalle circostanze, dall’educazione, dalla famiglia, dagli amici, dalla salute, dalla società, dal lavoro, dalle esperienze apparentemente casuali, dai tratti caratteriali, dalle capacità personali.
Si tratta di un percorso, in ultima analisi, massicciamente condizionato dalla qualità del confronto col mondo esterno.
Il linguaggio ne rappresenta lo strumento principale.

“All’inizio era il Verbo”: è l’incipit del Vangelo di Giovanni.

Potremmo anche dire che l’uomo nasce sulla terra con la capacità d’imparare a parlare, ad ascoltare e a farsi ascoltare, perché trova una condizione preesistente che glielo consente: la presenza dell’aria come mezzo di trasmissione del suono.
Questo, forse, può essere uno dei sensi del soffio divino, che anima Adamo.

Durante tutta la vita si espirano parole nostre e si inspirano parole altrui.
Si respirano parole, perché ci sono le condizioni date per farlo.

Il linguaggio, inteso come strumento di comunicazione, si usa ovunque, all’infinito e con infinite variazioni. Mi tornano in mente due autori: Albert Camus ed Eugenio Montale.
Il primo scriveva che dare un nome sbagliato ad un oggetto vuol dire prendere parte alla sofferenza del mondo e poiché la grande miseria umana è proprio la menzogna, il grande compito corrispondente è quello di non servirla.1
Il secondo così andava poetando: “[…] bisogna rassegnarsi a un mezzo parlare. Una volta qualcuno parlò per intero e fu incomprensibile.[…]” come reputando necessario meno che un balbettio “per destare la lingua dal suo torpore”.2
Sembrano in contraddizione, eppure sono convinto che avessero ragione entrambi.
Non si trovano garanzie di verità nelle lingue degli uomini e mentre da un lato è necessario uno sforzo di chiarezza per dare il giusto valore e il corretto significato alle parole, dall’altro occorre umilmente fermarsi ad un balbettio, donando a se stessi e agli altri lo spazio temporale ed interiore per rendersi disponibili ad accogliere la luce.

Mosè era balbuziente e mentre ascoltava la chiamata del Signore nel deserto, allo stesso tempo prendeva tempo, trovava obiezioni, esprimeva incertezze (Esodo 4,103).
Proprio lui, balbuziente, imperfetto, forse straniero, imparò, né più, né meno che come un bambino, il linguaggio del Signore e – non ultimo - quello del suo popolo.

 

1. « Mal nommer un objet c’est ajouter au malheur de ce monde, car le mensonge est justement la grande misère humaine, c’est pourquoi la grande tâche humaine correspondante sera de ne pas servir le mensonge. »
http://dicocitations.lemonde.fr/citation_auteur_ajout/80929.php

2. http://www.cronachemaceratesi.it/2014/02/09/e-montale-incespicare/429146/

3. “Mosè disse al Signore: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua».”