La cultura delle risorse
Molteplici fattori determinano una situazione di forte tensione nella comunità mondiale. Le nazioni, unite (o divise?) in grandi blocchi apparentemente sempre più distanti, sperimentano quello che molti definiscono uno choc delle culture.
Dagli attentati terroristici alla guerra per impedirli, dall’inasprirsi delle tensioni razziali, alla politica perennemente coinvolta in un clima da campagna elettorale, dalla crisi economica ai tassi di disoccupazione, il panorama nel suo insieme induce a ragione il comune cittadino in una sorta di preoccupazione quotidiana generalizzata e permanente.
Crediamo importante continuare a pensare con convinzione e determinazione che le tensioni, quali che siano, non vadano mai esasperate. Per questo è necessario uno sforzo collettivo.
Mi spiego.
Il presupposto obbligato, suggerito dallo studio dei popoli e della storia, è che una cultura incapace di trasformarsi è una cultura morta o destinata a morire. Le culture necessitano inoltre, per vivere, della possibilità di una coesistenza armoniosa.
Qualcuno domanderà: “Bisogna allora relativizzare la nozione d’identità culturale?”
Se il termine “relativizzare” viene utilizzato come sinonimo di “scartare” o “gettare via” risulta chiaro che non solo non è possibile relativizzare, ma neanche fronteggiare l’istintiva paura di perdere o annacquare la propria identità nel cambiamento. Bloccando il pensiero sul fantasma della relativizzazione dei valori culturali, si blocca al contempo qualsiasi possibilità di trasformazione e quindi di sviluppo e coesistenza armoniosa sia di popoli che di persone.
Dovremmo cominciare a pensare che l’identità culturale non è un oggetto materiale finito, che fa parte del nostro patrimonio, come fosse un pezzo di proprietà privata, perché le culture cambiano e sono collettive, che piaccia o meno. Una cultura che non cambia sappiamo che è morta o sta morendo.
La “mia” cultura non è mia, perché è di un gruppo e non è neanche “nostra”, nel senso di appartenente soltanto ad un gruppo. La cultura è di tutti, perché è una risorsa della terra proprio come lo sono l’acqua, la luce, il mare. La cultura non fa parte delle cose da possedere.
Le culture assomigliano più a delle risorse pubbliche che a dei patrimoni privati; le risorse non si possiedono, “appartengono” a chi le “sfrutta”, a chi le usa.
Le risorse non si escludono. Ne giova chi le utilizza.
Questo è il punto di incontro nel dialogo fra le culture anche quando riguarda i valori.
Se le risorse sono molte, la rete culturale si allarga. La risorsa diventa un allargamento dell’intelligenza.
Mi vado convincendo che bisognerebbe pensare le culture come capaci di riflettere le une attraverso le altre. Bisognerebbe pensarle come intelligibili anche attraverso le lingue, perchè le risorse culturali sono prima di tutto nelle lingue.
Ci sono risorse di questo tipo ovunque. Bisognerebbe poterle “guardare in faccia” ed essere “guardati” per poter riflettere su se stessi, rimanendo aperti senza paura alla possibilità della trasformazione.
La differenza di cultura non si misura come fosse un rapporto di forze. L’incontro non è uno scontro, non è una battaglia da vincere per colonizzare il “patrimonio” interiore dell’altro, facendo lievitare le tensioni per dimostrare chi è il più bravo e il più forte.
Parlare la lingua delle differenti culture significa anche saper vedere il mondo con gli occhi dell’altro. Nella reciprocità. Perché è una risorsa. Non è obbligatorio utilizzarla, ma non è neanche un nemico da eliminare.
Se questo rovesciamento del punto di vista potrà essere collettivo, se l’intelligenza e il cuore basteranno, forse gli uomini potranno cominciare ad avere pace.
Superiamo, rispetto agli immigrati, l'atteggiamento forse troppo paternalistico sia dell'"aiutiamoli a casa loro", sia del più gentile "aiutiamoli da casa nostra", che contrappongono comunque entrambi un noi ad un loro. "Loro" appartengono al mondo come "noi" e la terra è una per tutti, come il sole, il cielo, l'aria. E, per dirla proprio tutta, di Dio ce n'è uno solo.

