
La messe è molta
Ottobre, mese missionario. Domenica, 22 ottobre, giornata missionaria mondiale.
“La messe è molta”, prima di essere uno slogan per i cartelloni della giornata missionaria mondiale 2017… è Parola di Gesù… (Lc. 10,2).
Guardando il mondo, a pensarci bene è pure una costatazione ineludibile!
Ineludibile per chi cerca di vivere e di proporre il Vangelo oggi, ma anche per tutti coloro che promuovono la propria visione del mondo: conservatori, identitari, progressisti, volontaristi, pessimisti, assistenzialisti, sindacalisti, assistiti, sani e malati, istrioni e depressi.
La missione affronta oggi una “crisi di credibilità”, non ritengo si debba avere paura a ripeterlo.
Abbiamo bisogno di una riflessione trasformatrice che rivitalizzi gli atteggiamenti, vivifichi le relazioni, per vivere il Vangelo dentro la società contemporanea.
Non è una questione da preti, è una questione comune a tutti i cristiani.
Abbiamo bisogno di una riflessione teologica che riparta seriamente dalla sorgente evangelica e che sia capace di rivisitare i temi centrali della fede e della missione seguendo Cristo e i suoi apostoli oggi, che sia capace di proporre una pedagogia della trasformazione individuale e comunitaria, basata su una conversione necessaria e continua.
Fra religiosi si continua a discutere sulla maniera di vivere ed operare in una società secolarizzata: il dialogo oscilla tra l’inquietudine depressiva e la combattività identitaria.
D’altro canto quell’enorme parte della società attuale, composta da un folto gruppo di uomini e donne, di tutte le confessioni, atei e agnostici, sembra anch’essa attraversata da una crisi di fiducia e del vivere insieme: affascinata dalle tecno- e bio-scienze, interpellata dalle preoccupazioni ecologiche, incastrata in un sistema politico-economico fondato sulla speculazione, in realtà – esagerando solo un pochino – è ancora vittima della scandalosa e insopprimibile paura della morte.
Quella morte che viene esorcizzata continuamente dai media cavalcando la tecnocrazia, attraverso le immagini, le notizie, i giochi per la play, attraverso uno sfarfallio multicolore di merci, denaro, centri commerciali, centri benessere e spot pubblicitari.
Intorpidire le menti, privarle del tempo, della possibilità di una riflessione filosofica e spirituale, non è forse questo il vero tarlo suicida dell’umanesimo europeo?
Perché dunque non “ridistribuire le carte” fra laici e religiosi in tempi così carichi di sfide?
Se da un lato la chiesa fatica a rendere credibile la propria visione globale, appare “inquadrata” e “inquadrante”, erede della civilizzazione parrocchiale, che continua a sfinirsi, tentando di mantenere l’offerta pastorale tradizionale, dall’altro i cristiani non sanno più bene come vivere o come rapportarsi a tutti coloro che non credono più o che credono altrimenti o che francamente deridono le religioni come inattuali favole per bambini.
Se religiosi e società laica si allontanano sempre di più, come due continenti alla deriva, allora è necessario scavare in profondità per trovare il punto in cui cristiani, atei, agnostici e figli di altre confessioni, possano incontrarsi su una “fede elementare”, attaccata alla fiducia nel bene fondamentale della vita, necessario per lo svolgersi dell’esistenza di ciascuno, ma non garantito al momento della prova.
Da questo punto potrebbe muoversi anche la missione di tutta la chiesa, composta da laici e religiosi: mettersi disinteressatamente e senza proselitismi, al servizio della vita, lasciando a disposizione di “chiunque” le risorse di speranza e di fiducia del Vangelo. Riconsiderando l’ospitalità e il servizio alla fraternità come “mistica non sacrale”, prerogativa di tutti.
La messe non solo è molta, è abbondante. Questo è certo. Ma per accogliere questa parola e per risponderle, la chiesa deve entrare in una movenza nuova, capire di essere lievito e il lievito funziona solo se mischiato alla pasta. Così si fa il pane, non rimanendo lievito dentro la bustina, foss’anche quella del “Pan degli Angeli”.
Darsi, esserci, mischiarsi al prossimo per ritornare al cuore dell’esperienza cristiana segnata dal “tutto è grazia”; rivedere le priorità e modo di funzionamento.
“Nulla ci obbliga a fare intervenire Dio nella gestione delle nostre esistenze individuali e collettive; la sua in-evidenza rinvia ciascuno alla libertà della sua coscienza; ma per coloro che si arrischiano a nominarLo, la parola « Dio », riceve allora un singolare significato – a dir vero straordinario e prodigioso – un significato che si forma, dentro e grazie alla storia, all’incrocio della prova e del silenzio divino, della presenza della santità del nostro mondo e di un impossibile da sradicare desiderio di felicità per ciascuno di noi e comune a tutti"1.
1. Christoph Theobald, Urgences pastorales, Bayard, Paris, 2017, 92 (traduzione a cura di chi scrive).
