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La prova

| Enzo O. Verzeletti


Il racconto delle tentazioni (Mt 4,1-11) è preceduto da quello del battesimo.

Come molte persone che credevano in ciò che il Battista annunciava, Gesù viene battezzato nel Giordano.

Ma eccoci qua, dopo il battesimo arriva la prova, la tentazione.

La tentazione arriva dopo o con il battesimo? È una prova da superare una volta per tutte o dura tutta la vita e si ripete nel tempo?
Il diluvio rappresentò una prova per Noè, una lunga prova, e fu insieme battesimo e calvario, annegamento e salvataggio dall’annegamento; durò quaranta giorni e quaranta notti.
Quarant’anni durò il cammino attraverso il deserto del popolo d’Israele; uscito dalla schiavitù passò il mar Rosso, il deserto, il Giordano…non tutti giunsero alla terra promessa.

Anche Gesù passò quaranta giorni e quaranta notti nel deserto.
Il modo del Cristo di affrontare le sue prove, fermo nella risposta, univoco, ancorato alla Parola, è per noi insegnamento e bussola, ci orienta, imprime una direzione al nostro modo di essere.
Si tratta di fiducia, totale, anche contro tutte le evidenze, come se le evidenze fossero solo uno schermo fasullo messo lì apposta per impedirci di vedere l’unica realtà dalla quale dipendiamo in tutto.

Non è facile vero? Non è facile accettare questo.

Il digiuno del Cristo nel deserto non è solo questione di astensione dai bisogni essenziali; vuol dire cessare dal dibattersi. È un esercizio di negazione reiterata e continua del proprio “ego”.

Quaranta giorni di silenzio, pensieri, immagini, caldo, freddo, vento e sole cocente.
Quaranta giorni? Impossibile. Già per due/tre giorni a noi sembra impossibile.

Ma chi è il diavolo che tenta Gesù di Nazareth? Che va a mettere alla prova proprio Lui, Gesù, sul quale era appena disceso lo Spirito Santo? Ma che diavolo è questo? Come gli viene in mente una cosa simile?
Nel racconto evangelico viene chiamato in tre modi, con differenti sfumature di senso:
il diavolo, quello che separa mettendosi di traverso con l’inganno, rompendo il tessuto delle relazioni umane; il tentatore, quello che mette alla prova, cercando di far deviare dalla retta intenzione; Satana, l’avversario che denuncia la debolezza al giudice che ha il potere di punire.
Si presenta al momento in cui quel digiuno, l’astensione dal dibattersi, non basta più, non ce la facciamo, è troppo pesante, nonostante le buone intenzioni: la voce interiore che abbiamo seguito per intraprendere il cammino diventa rara, distante, insufficiente, irreale. Ci sentiamo molto fragili, nonostante il battesimo, la cresima, la comunione…

Il tentatore non è solo colui che consiglia di fare a meno di Dio o che suggerisce che Dio non fa nulla per noi, oppure che non esiste nemmeno. È colui che introduce nel Vangelo un contro-vangelo, e lo fa con un monosillabo, con un semplice "se…". "Se sei il Figlio di Dio, allora…": lo dice per due volte e la terza e ultima va oltre: "Se ti prostri a me, allora…"
Per noi, che non siamo Gesù di Nazareth, nel momento in cui siamo più fragili – e dormiamo – s’innesta un’esigenza che prende il sopravvento: la necessità di garantirci ciò che l’apparentemente troppo distante Provvidenza non garantisce più: “è necessario ...”, “è necessario che io ...”, “non è possibile che…”.

La sentiremo spesso questa voce, interna o esterna, da amici, meno amici o da una qualche recondita parte di noi stessi, articolata in modo vario: "Ma ci credi davvero?”, “Ma ancora ci credi”, “Ma dov'è questo Dio?”
E non saremo in grado di rispondere facilmente. Già: "Dov'è il tuo Dio?" [1]

L’idea di fondo che il tentatore insinua, millantando altro, è che il nostro valore è nullo.
Ma ci tenta facendoci credere di essere in un rapporto di forza col nostro Dio, come con chi dispensa beni e servizi nel quotidiano: la relazione è di dare/avere, fare la propria parte e, casomai, più della propria, accampare un diritto maggiore, chiedere di più. Una specie di contrattazione.

Come programma socioeconomico funziona – pare – come programma per le relazioni umane è un vero disastro. In una coppia, ad esempio, funzionare in base a questo meccanismo significa garantirsi la sventura. È un vero e proprio tradimento dell’amore: dove s’introduce quel piccolo monosillabo “se”, dove s’inserisce una condizione da dimostrare per mantenere una relazione, la relazione è già finita.
Come si capisce che il “se” viene dal tentatore?
Semplice: non sono mai nella condizione di dimostrarmi tale come mi si chiede di essere, quindi sono sempre già condannato. Allo stesso tempo, visto che ci provo, il tentativo di difendermi dal "se" mi mantiene nell'illusione di essere in grado di controllare la situazione.

Dopo la sconfitta del tentatore, che sostanzialmente cerca sempre inutilmente di corrodere l’identità del Figlio di Dio, - e dei figli di Dio - arrivano gli angeli.

Ritorno alla mitologia?
No.
Gli angeli sono messaggeri del Verbo e servono il Cristo.
Per noi, il Verbo, la Parola che nutre, parla nella Bibbia, nascosta, in attesa di essere trovata, riconosciuta, ascoltata, amata; parla attraverso parole, leggi, storie, poesie, promesse.

Signore…dì soltanto una Parola ed io sarò salvato.

 

[1] Sal, 42,4.