
Sequestràti
“A chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.”
Monito imbarazzante: non sfugge a nessuno che in parecchi si trovano ora nella condizione di poter mettere in pratica questo consiglio. Dai religiosi ai laici, da chi esercita una carica pubblica fino al privato cittadino.
A livelli di gravità assai differenziata del reato presunto o commesso, da provare o provato, non sussistente o sussistente, c’è sempre qualcuno che vuole portare un altro sul banco degli imputati.
Di conseguenza ci si difende, o si tenta di farlo.
Bene: nella quinta delle antitesi poste dopo il Discorso della Montagna (Mt 5, 38-40) è detto: “Avete inteso che fu detto occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.”
Poco più oltre è anche detto: “Egli fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, fa cadere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti.”
Lo sapevi? Certo che sì, lo so.
Te l’hanno mai detto? Lo sento dire da quando sono nato.
Come mai non lo metti in pratica? Perché non mi metto a rischio con le mie mani, non voglio espormi, voglio rimanere libero io! Nemo tenetur se ipsum accusare.
Ognuno vede che qualcosa non funziona in questa risposta.
Chi rischia la libertà qui? Tu? Sono già tutti sequestrati! Se non dall’autorità, da schemi strategici; ci sono poi gli spettatori, come a teatro, sequestrati anche loro, costretti ad assistere alla tragedia, o alla commedia, secondo i casi. Non è una questione di libertà, è una questione di paura delle conseguenze. Immaginate negative, insopportabili, a priori rifiutate. Ciò che non funziona nella risposta è l’assenza dell’innocenza e la mancanza di fiducia, nel caso di un religioso è mancanza di fede.
Voglio fare una sintesi astratta, quanto sintetica: si tratta di una scala in discesa verso un punto molto basso:
Primo scalino: colui che sbarra la strada all’altro, in genere quello che ha o ritiene di avere un qualche tipo di autorità.
Secondo scalino: colui che mette a tacere la voce di protesta, in genere colui che si sente subordinato a qualche altro.
Terzo scalino: colui che rimane fermo a guardare i frequentatori dei primi due scalini, in genere colui che rimane indifferente.
Quarto scalino: colui che approfitta di chi è più debole.
Quinto scalino: colui che abusa del più debole.
In termini generalissimi questa è… la scala dell’horror.
E mi viene il sospetto che sia più affollata di Porta di Roma al sabato pomeriggio.
Nel senso che riguarda tutti, a livelli diversissimi di gravità e complessità e in tutte le variazioni possibili.
In fondo è da questo percorso logico che gli uomini hanno capito di avere la necessità dei tribunali.
Certo, la parola di Gesù sfida: a chi vuole portarti in tribunale per smascherarti, rispondi smascherandoti e se qualcuno vuol darti uno schiaffo (e non è detto se con motivazione almeno sufficiente), offri l’altra guancia. Non è una resa, non è una sfida, non è masochismo; è abbandono della rappresaglia.
Non è utopia idealistica, né umiltà esagerata, non è ingenua risposta, né volontaria indifferenza: è liberazione dalla schiavitù; è chiara indicazione di un cammino da percorrere in sua compagnia.
Mi chiedo come i contemporanei di Gesù considerassero la fede e le esigenze che ne scaturiscono.
Per esempio, c’erano i Farisei, che avevano fatto della legge un fine, piuttosto che uno strumento.
A loro aveva ricordato l’urgenza di passare dall’amore della legge alla legge dell’amore, e che il rispetto della legge non è un obiettivo massimo, è un obiettivo minimo.
Non basta non uccidere, non rubare e via dicendo: una cosa è il cammino, un’altra è la meta.
Per loro aveva pronunciato le sei antitesi: avete inteso che fu detto… ma io vi dico…
Ed è precisamente in una di queste antitesi che Gesù invita gli ascoltatori, a porgere l’altra guancia.
La Legge mosaica aveva stabilito che l’ammenda fosse commisurata alla colpa commessa (Es 21, 23-25, Lev 24, 19-20, Dt 19, 21). Al tempo di Gesù, l’applicazione dell’occhio per occhio dente per dente non era letterale; né occhi venivano cavati, né denti o simili. Il risarcimento proporzionale all’offesa consisteva nel pagamento da parte del reo di un risarcimento in denaro, definito in base al danno.
In fondo non è una modalità lontana dalla nostra mentalità; la vendetta personale era già espressamente condannata nella Legge mosaica (Lev 19, 18), ma gli scribi e i farisei discutevano di ciò che appariva come un diritto: il risarcimento corrispondente o comunque coerente con l’offesa o il danno subito. Per esempio il manrovescio, cioè lo schiaffo dato col dorso della mano destra e diretto contro la guancia destra della vittima, veniva sanzionato con il doppio dell'ammenda dovuta per uno schiaffo dato col palmo, perché veniva considerato più offensivo. Ecco probabilmente perché Gesù dice di rispondere offrendo l’altra guancia, la sinistra. Si può intuire che uno schiaffo dato col palmo, dopo uno assestato col dorso dev’essere motivato da un’intenzione di fare del male inequivocabilmente persistente oltre il primo impulso. Simbolicamente, offrire la guancia sinistra alla percossa significa mostrare il lato fragile (il sinistro), ma anche tirare fuori il lato fragile dell’altro (il palmo della mano).
Gesù evidentemente va molto oltre tutto questo: scuote alla base il principio morale sotteso alla legge dell’equo risarcimento. Salta anche la funzione del tribunale, se l’accusato si toglie tunica e mantello e si mette a nudo, così com’è.
Uno dei livelli d’interpretazione possibile è che il diritto di esigere un quantum materiale a titolo di risarcimento è un po’ poco in effetti a guardar bene: se ammacco l’automobile di quello davanti la cosa può funzionare, ma se investo qualcuno mentre sono ubriaco, la cosa si configura diversamente.
C’è un danno che riguarda gli oggetti, c’è un danno che riguarda le persone.
Cosa può risarcire la persona? Denaro ricevuto? L’arresto dei colpevoli? Non basta evidentemente: sono obiettivi minimi che tramite l’effettivo esercizio della giustizia umana tutelano la relazione tra il singolo e la comunità. Gesù infatti, portando a compimento e non togliendo uno iota alla Legge va oltre: non soltanto frantuma definitivamente il presunto valore di qualsiasi vendetta o ritorsione, ma vanifica la presunzione che l’offesa, il danno alla persona, alla sua dignità possa essere riparata definitivamente con un risarcimento materiale.
Il danno alla persona non può essere risarcito del tutto, neanche praticando correttamente le vie dei tribunali. La giustizia umana opera dentro un limite obbligato, entro condizioni di necessità, e per giunta solo se è correttamente applicata; regola il rapporto tra l’individuo e la collettività alla quale l’individuo appartiene, ma non il “faccia a faccia” delle relazioni possibili tra due esseri umani.
Se mi danno un manrovescio mi fanno male nel corpo e mi umiliano. Se reagisco per istinto dando uno schiaffo a mia volta, cambia il motivo dell’azione, ma la violenza rimane identica. La giustizia umana non può farci nulla.
Porgere la guancia sinistra significa essere disposti a mostrare la propria vulnerabilità, a rinunciare in partenza a qualsiasi pretesa di forza, valore, successo, potere, orgoglio personale. Non per rifugiarsi tra i vinti o i nichilisti, ma per affermare con coraggio la propria dignità. È primieramente dell’uomo degno la capacità di esporsi, non quella di essere sempre innocente. Perdonato è, agli occhi di Gesù, colui che ammette con coraggio le proprie colpe, pronto a subirne le conseguenze. Santo è colui che senza colpa viene sacrificato dalla protervia altrui: "Se ho parlato male dimostra il male che ho detto, ma se ho parlato bene perchè mi percuoti?" (Gv 18, 23).
Non opporsi al malvagio significa senz’altro rinunciare alla vendetta, ma anche, essendosi tolti tunica e mantello, affermare la propria dignità.
Per chi si è reso colpevole significa rivelare con coraggio la propria fragilità ed esporsi al giudizio, riconoscendo che nessun’ammenda può risarcire l’irrisarcibile: la vita, la dignità, la libertà.
Ecco perché solo il perdono può redimere. Questo vale anche per gli uomini di chiesa, perché non ci si può redimere da soli. Bisogna essere perdonati da chi si è offeso.
In assenza di “sopravvissuti”, solo la fede in un possibile perdono del Padre e la preghiera possono essere speranza di salvezza.
Quando neghiamo la vita, la libertà e la dignità altrui possiamo ancora invocare nemo tenetur se ipsum accusare?

