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8 marzo: festeggiamo?

| Enzo O. Verzeletti


8 marzo, Giornata Internazionale dei Diritti della Donna: si prova a declinare le idee al femminile.

Come ogni anno siamo inondati da dichiarazioni, articoli, interviste, dibattiti sulle donne.
Festeggiamo la Giornata Internazionale dei Diritti della Donna?
Festeggiamo? Va bene, festeggiamo.
Lo faccio qui, con questa lingua scritta-letta, codice comune.

Per alcune la questione del femminismo è un po' come il giorno dopo una grande baldoria: sentono i postumi della sbornia, dopo essere passate dall’euforia galvanizzante, attraverso un sonno pesante senza sogni.
Per altre, rimaste sobrie, è indubbio che si debba essere profondamente grate a quelle che hanno combattuto per ottenere diritti che oggi sembrano scontati, ma in passato non lo erano affatto: il diritto di voto, il diritto allo studio, il diritto al lavoro...
Forse se ci ritrovassimo a vivere in Italia ai primi del Novecento, e probabilmente anche molto dopo, la vita femminile avrebbe potuto essere ancora scontatamente intesa come dipendente dagli uomini, dai padri, dai mariti, dai fratelli, e le donne sarebbero ancora quasi esclusivamente confinate nei ruoli di figlia, moglie, madre…”signorina”, ruoli magari contrapposti ad altri, culturalmente sentiti come assai meno lusinghieri: prostituta, amante, o anche, meno stigmatizzante, ma sempre “non troppo perbene”, divorziata.
Ad ogni modo, tutti abbiamo sentito epiteti negativi da affibbiarsi all’una o all’altra, appartenente o meno a categoria culturalmente e socialmente apprezzabile.
Ciononostante, per molti l’8 marzo è un'altra celebrazione inutile; qualcuno vorrebbe abolirla perché, si dice, non serve più: in alcuni paesi c’è una donna capo di stato, nelle università ci sono docenti donna, nelle aziende ci sono manager donna, le violenze sulle donne sono punite dalla legge!
E meno male! Ci mancherebbe fossimo rimasti ad uno stadio in cui tutto questo non sembri naturale!

Oggi qualcuno dice che nelle società occidentali il sessismo non esiste più realmente: roba da far letteralmente cadere le braccia a tutti coloro che sono stufi di barzellette sulle bionde, sulle more, sulle rosse, di triti commenti circa l’abito, le misure, le scarpe, l’acconciatura, l’abbronzatura, il make-up. E poi, molto più gravemente - roba da far sobbalzare d’indignazione - appare in tutta la sua evidenza la constatazione statistica che nega l’ingresso alle donne nella maggior parte dei consigli di amministrazione, che esclude la maggioranza delle donne – spesso con competenze più elevate dei colleghi di sesso maschile - dalle cariche dirigenziali prestigiose e remunerate.

Se adoperiamo la parola sessismo, però, vuol dire che c’è un sessismo maschilista e uno femminista - forse c’è anche un sessismo di terzo tipo a quel che leggo - però vero è che troneggia ineguagliato, vituperato o difeso in base all’identità di genere, ma oggettivamente colpevole, il sessismo maschilista.
Dunque è contro il maschilismo che è nato il femminismo.

La questione principale si articola in due punti: da una parte è doveroso osservare che il processo di conquista dei diritti delle donne è un cammino non ancora compiuto.
Prova ne sia che ci sono ancora troppe donne che non possono imporre ai governi dei loro Paesi che i loro figli smettano di morire di fame.
Ci sono ancora troppe donne che non possono imporre ad alcuni uomini di smettere di oltraggiarle, violentarle, anche ucciderle; questo perfino dietro la porta di casa.
Ci sono ancora troppe donne che non possono terminare il compito educativo genitoriale, perché continuano ad allevare e mantenere i figli ben oltre che maggiorenni e istruiti, non accolti nel mondo del lavoro.
Ci sono ancora troppe donne che rinunciano alla maternità, perché la situazione economica familiare è vacillante, talvolta manca il compagno affidabile e forse anche il tempo. Ci sono anche donne che rinunciano al desiderio di stare accanto ai figli che crescono, perché sono costrette a lavorare. Talvolta non possono neanche dichiararlo esplicitamente, perché potrebbe sembrare “fuori moda”.

D’altra parte non basta declinare le idee al femminile per comprendere perché ancora bisogna festeggiare la giornata internazionale dei diritti delle donne.

Bisogna avere più coraggio e più tenacia.
Bisogna avere il coraggio di ammettere, di dire, che il sessismo si erge come difesa contro il terrore di essere esautorati dei propri privilegi. E il privilegio principale consiste sempre, per le donne e per gli uomini, nell’essere liberi di scegliere.
Occorre dunque guardare agli ostacoli che si frappongono tra la realtà culturale e sociale e la libertà di scelta, come ad oggetti da rimuovere; occorre sottrarre agli ostacoli la loro forza, spogliarli di qualsiasi maschera che li faccia apparire come necessità indiscutibili.

È vero, c'è stata la rivoluzione femminista, una rivoluzione per mezzo della quale oggi nel mondo, in 67 nazioni su 120, le donne sono più istruite degli uomini, ma è indubbio che l’eguaglianza è ancora oltre la frontiera.

Se parlo di eguaglianza è per dire che uomo e donna sono uguali nella sostanza della persona umana e nei diritti in essa strutturali: la vita, la libertà di scelta, la libertà di esprimersi e comunicare, lo sviluppo personale ed economico, la serenità, la realizzazione delle potenzialità.

Qualcuno afferma che le donne vogliono “fare l’uomo”, prendere il posto dell'uomo, sostituire l’uomo. Credo sia un’affermazione totalmente sbagliata, errore scaturito ancora una volta da un maschilismo un po’ ottuso, che, beninteso, talvolta può ottenebrare anche la mente di una donna. Per contro non ho mai sentito una donna dire nello stesso senso “quello vuol fare la donna”. E anche non ho mai sentito di un uomo che voglia seriamente sobbarcarsi i compiti che la tradizione ha affidato alle donne. Ho piuttosto visto uomini guardare con meraviglia e tenerezza all’esperienza del parto e dell’allattamento delle loro compagne.

Nel Vangelo le prime ad annunciare la Resurrezione del Signore nel Regno dei Vivi sono state le donne.
Forse c’è un di più, un sovrabbondare che non riusciamo a cogliere: noi, nel 2019 d.C., siamo ancora qui a chiederci quale sia il posto delle donne nella chiesa, e a perderci nel tentativo di declinare le idee al femminile.
E se riconoscessimo tutti pari dignità ad ogni essere umano?
Festeggiamo!