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Uno sguardo sulla contemporaneità, graffiti digitali. Rubrica di Enzo O. Verzeletti

8 marzo: quale festa?

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Pare che per l’8 marzo, cosiddetta festa della donna, in molti siano soliti offrire a mogli, fidanzate, compagne e amiche per lo più mimose o fiori, ma anche profumi, inviti a cena, a teatro o altro, in base a gusti e possibilità: tutte cose belle e gentili.

Belle e gentili. Già.
C’è solo un neo nella questione: pare che le donne si lamentino spesso di non avere un trattamento paritario rispetto agli uomini in molti settori delle attività umane e che debbano affrontare molti più problemi degli uomini per, diciamo così, affermarsi, sia sul piano del pensiero, che su quello dell’attività pratica.
Questo si dice spesso in Italia. Se proviamo a trasportarci con l’immaginazione in Afghanistan, in Arabia Saudita o in Pakistan, la questione si fa ancora più critica.
Certo, se uno ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare, mi dico, non può sfuggire che le donne non godono purtroppo di pari opportunità rispetto agli uomini.
Per non parlare di violenze e abusi.
Per non parlare degli “altrove” vuoti di giovani donne, "mancanti" nel conteggio dei vivi, perché mai rese note all’anagrafe.
Per non parlare degli “altrove”, regni del controllo maschile del pensiero, degradati dalla cancellazione delle donne dalle scuole, dalle università e dalla loro relegazione in casa: è schiavitù.
Non è finita.
Vivono – ora - donne massacrate nella loro intimità da costumi barbari, sfigurate e mutilate in nome dell'onore degli uomini di cui sono proprietà privata, o sistematicamente violentate, perché attraverso i loro corpi si vuole invadere il popolo nemico.

Sì, lo so, non è evidente. Sfugge di continuo. Ma è la realtà, che spesso preferiamo ignorare. Perché?

Quindi la “Giornata della Donna”, per sola pietà, non dovrebbe apparire accanto a quell’aggettivo “Internazionale”[1], perché quell’aggettivo è segno inequivocabile di un punto di vista che fatica ancora molto a riconoscersi assai parziale. Mi urge dirlo, col rischio di far sfiorire i mazzetti di mimosa prima del tempo[2]. Mi urge dirlo, perché in troppe parti del mondo nessuna donna festeggerà e nessuna donna riceverà regali e inviti a teatro.
Non si tratta di vittimizzarle, perché qui come altrove, le donne non vogliono e non scelgono di essere vittime (anche questo è uno dei tanti luoghi comuni e cliché sessisti): qui come altrove le donne sono combattive.
Come le giovani che vanno a scuola ad ogni costo, come le giovani che rifiutano di concepirsi vittime di violenza domestica, affermandosi come sopravvissute e capaci di ricostruire le loro vite, accompagnando altre su questa strada di resilienza.
Qui come altrove esistono le “madri coraggio”, quelle che, ovunque nel mondo, rifiutano di proibire a se stesse di essere ciò che sono, di vivere le loro vite come desiderano, di lasciare che qualcun altro o la mentalità corrente decidano per loro cosa vogliano essere o cosa debbano fare, pensare o diventare, o quando sarà appropriato per loro realizzare la tale o la tal altra ambizione.
Questi sono diritti umani, per tutti.

Credo che l’8 marzo le donne preferiscano non tanto ricevere rose, ascoltare ritornelli mielosi o essere destinatarie di particolari regali, ma esigano dagli uomini una garanzia: l’impegno netto, chiaro, leale affinché il loro diritto ad essere considerate e trattate con l’eguale rispetto attribuito dagli uomini a se stessi, sia ribadito e rispettato tutti i giorni nella pratica. Ovunque.
E bisogna prestare molta attenzione a ribadire un tale principio da “pulpiti” che, quand’anche fossero storicamente più avanzati di altri, hanno dimostrato di non essersi ancora ben appropriati di questi valori. Lo dico con disagio, con rammarico e con imbarazzo: perché è l’Italia tutta, che ancora non se ne è appropriata ed è in debito di coscienza e di lealtà verso le donne. Vale anche per la Chiesa.

Le donne hanno il diritto, pieno ed intero, di essere trattate ovunque e sempre alla pari degli uomini. Gli uomini hanno il dovere di farsene leali garanti. Altrimenti, più in generale siamo costretti ad ammettere anche che parliamo a vanvera di uguaglianza.

Ciò non significa che nell’uguaglianza sostanziale non si debba tenere conto della differenziazione nel sentire, che appartiene a ciascuno in proprio, anche in modalità di genere, probabilmente riconoscibili. Dalla presa di coscienza di questo dato di realtà, di questo “fatto”, si può forse ricostruire anche l’idea che abbiamo di dignità della coppia e della famiglia.

Il rispetto dell’altro e di se stessi si basa sull’obbligo di riconoscersi reciprocamente dei diritti inalienabili.
È un impegno oggi, è un impegno domani, è un impegno per ogni giorno; vale sempre, vale in casa, vale sul lavoro, vale in politica, vale anche nelle istituzioni religiose.

Vorrei in questo contesto ricordare non una Santa, ma una donna per così dire “normale”.
Visse nel Settecento, era francese e aveva scelto per sé il nome di Olympe de Gouges; nel 1791, nel periodo della rivoluzione, presentò una sua personale “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina”, considerando non bastevole la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” del 1789, perché si era accorta che era palesemente declinata al maschile, mancandovi ancora il diritto di voto, la libertà di espressione pubblica e il diritto all’autodeterminazione per le donne.
Fu ghigliottinata il 3 novembre 1793 dal Tribunale della Rivoluzione,
fatto di soli uomini.[3]

 

[1] http://www.onuitalia.it/giornata-internazionale-della-donna/

[2] https://www.osservatoriodiritti.it/2017/09/27/schiavitu-lavori-forzati-matrimoni-report-ilo/

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_della_donna_e_della_cittadina

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Enzo O. Verzeletti, Tramites, 2017.

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