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Vento e vele

| Enzo O. Verzeletti


Domenica ero stanco. Avvilito dall’ascolto di storie di quotidiana fatica, sintonizzato su frequenze dal segnale particolarmente forte e chiaro del “canale confessioni”.

Irritato dalle news dei giornali, monocrome come sfumature di grigio volgenti sempre al nero; invitato a una simpatica cena…fredda, a guardare – su un divano… scomodo – un film intitolato “Il ragazzo che catturò il vento”; infine rientrato a casa, arrabbiato con me stesso, deluso dalla piega inferta alla serata.
“Il ragazzo che catturò il vento”, film tratto dal libro The Boy Who Harnessed The Wind di William Kamkwamba e Bryan Mealer parla di un ragazzino del Malawi, William, che all’inizio di questo secolo, mentre una tremenda carestia dovuta alla siccità affliggeva il suo paese, riuscì a costruire un mulino a vento collegato al pozzo dell’acqua, per poter irrigare il campo riarso del villaggio. Sì, le pale del mulino a vento, più che catturare l’aria, l’attraggono, mi dico.

Pensando al vento, mi sono ricordato di quando ero bambino e non avevo mai visto il mare: sapevo dell’esistenza delle barche, ma pensavo che andassero sempre dove il vento le spingeva. Fu necessario capire che le cose funzionavano diversamente, quando in seguito vidi come i velisti sapessero andare anche controvento.
Come facevano? Dovetti prendere atto della mia falsa convinzione, cominciando a ragionare: le barche non andavano a caso dove il vento le spingeva, ma i velisti approfittavano ingegnosamente della forza del vento per attrarlo verso la loro vela e imprimere una direzione alle loro imbarcazioni.
Per capire vinsi il mio ragionamento bambino: vinsi la ragione con una nuova ragione; mi apparve chiara la volontà, la potenza e il “vero uso” dell'intelligenza applicata: il remo e la vela come il mulino, il piccone, la leva, l'arco, la fionda, erano tutti attrezzi che mi riportavano là, all’idea dell’ingegno, alla forza della ragione: vedevo le idee al lavoro e la natura – cieca - governata da…domatori di cavalli! Come erano bravi!
Il vento, l’acqua, la luce accecante del sole mi sembravano forze cieche, senza progetto o con un progetto per me insondabile, al di là della mia capacità di comprensione.
Cosa sarebbe stato meglio? Affidarsi al vento? Era forte, instancabile, molto più forte di me.
Mi avrebbe portato prima dove avessi voluto andare? Usare il vento? E se poi avessi virato male? Di chi sarebbe stata la colpa? Mia o del vento? Si poteva pagare al minimo errore! Magari solo per distrazione, dimenticanza o scarsa dimestichezza.

Nel frattempo…diventavo adolescente; cominciavo a vedere le grandi forze, anche umane, sulle quali balla e traballa sempre la nostra barca. Era chiaro che si trattava prima di tutto di “volere” qualcosa in relazione a uno scopo, e, in secondo luogo, di osservare come cresceva l’energia delle forze naturali e in base a quali leggi e principi invariabili la si potesse usare.

Sarebbe bastato un sapere minimo unito ad una invincibile ostinazione, la volontà, per imprimere potenza e velocità alla mia barca? Sarebbe stato possibile governare il vento? Domarlo con morso e briglie come avevo visto fare dal nonno con un puledro indomito che disarcionava chi provava a imbrigliarlo?
C’era il rischio di finire a terra, malconci, derelitti…spiaggiati, ma trovai nuove ragioni.


Bisogna essere bravi per “catturare il vento”, bravi come William.
William, risoluto, comincia dalla dinamo di una vecchia bicicletta e dallo studio dei meccanismi della natura sui libri di una biblioteca.
Purtroppo credo che non ci voglia molto a lasciarsi portare dalle tristi passioni prima che dal vento, e forse ci vuole ancora di meno a sfruttarle malamente; per esempio penso che non ci voglia molto a lasciarsi trascinare dallo “spirito del tempo”. Oggi si parla tanto di giustizia, ma ci vuole pochissimo perché venga adescata e catturata, ovvero fatta prigioniera al posto degli ingiusti con le pietre della legge sommaria; così mentre si parla di vita, si coltiva una cultura di morte e di esclusione.

Ci vuole qualcosa in più per “catturare”, o meglio “attrarre”, il vento della giustizia e della vita, nel senso di conquistarlo.
In particolare c’è un’immagine fasulla da vincere per deporre le parole di pietra che in questi giorni sono state scagliate dalla pubblica piazza, riarsa dal vento dello scherno e della lapidazione, in nome di una presunta cristiana morale.
Questa immagine fasulla risiede nell’oscuro convincimento di “avere” ragione, di “possedere” le ragioni sfruttando o facendosi portare dalla forza del risentimento.
Il risentimento dei gruppi umani è la somma – aumentata - del peso interiore, della quotidiana fatica, che ciascuno porta per proprio conto. Unirsi per sommare il risentimento e dirigerlo contro qualcuno non serve a liberarsene, non ci dà le vere ragioni che non abbiamo e che invece sono necessarie per “attrarre” il vento e far scorrere l’acqua sul comune campo riarso.
Ci vuole qualcosa in più per catturare-conquistare il vento, quello che riempie le vele per far partire una barca. Molte barche sono ferme nel porto, non è stato mai permesso loro di abbandonare la riva del…vento contrario.

Qualcuno, scrivendo sulla sabbia, ha insegnato come issare le vele e tenere la rotta. (Gv. 8,1-11).