
Un po' di pudore
Terrore davanti all'orrore di ciò che viene a galla, paura di essere svergognati, omertà come riflesso perverso dell’autodifesa, complicità, indignazione e porte che sbattono, rabbia di chi si trova invischiato senza colpa.
Si fa fatica a parlarne. La cosa è gravissima: i fatti e il silenzio.
Questo influenzerà l’istituzione ecclesiale in modo profondo e duraturo?
Si fa fatica a parlarne, è vero, lo ammetto, ma è necessario farlo, trovare le parole per dire qualcosa che mi rivolta, ma che ferisce tutta la Chiesa, chierici e laici.
In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un crescendo di rivelazioni a catena relative a crimini di pedofilia.
Nessun male esterno, nessuna persecuzione può attaccare la Chiesa alla stessa stregua di un male che viene dal suo interno.
Perché?
Perché i perseguitati per la causa del Messia vanno nella direzione della fede e per di più, paradossalmente, la loro soppressione genera altri portatori del Messia; nella esperienza del “giusto” martirizzato leggiamo un senso che va molto oltre il quotidiano vivere, un senso che improvvisamente può spalancare le porte su un orizzonte normalmente nascosto.
Il religioso che attenta al corpo di un minore, invece, infligge un colpo tremendo non solo al corpo e alla psiche di quella persona, ma anche alla fede di quella stessa persona e di molte altre; è la chiesa nel suo complesso che viene ferita e si potrebbe dire, in lingua clericale, che “Cristo è Dio, e non c'è nulla fuori di Dio.” Gli effetti deleteri di un simile stato di cose dovrebbero risultare evidenti a tutti.
Non c’è nulla che possa attaccare la Chiesa "dall'esterno", neanche le false accuse e le false testimonianze.
L'unico male che può davvero attaccarla viene "dall'interno", dall'interno della Chiesa, dai Cristiani stessi.
In confronto, le persecuzioni subite durante i primi secoli, e le loro variazioni nel corso della storia hanno sempre rafforzato il vigore della Chiesa e permesso di affrontare le crisi. Questo è un altro paradosso, il paradosso della Rivelazione.
La "crisi", d’altra parte, è la modalità normale del cristianesimo nel mondo.
Se c’è qualcosa da temere, questa è la "sicurezza": l'essersi installati in una pratica religiosa di routine in un mondo omogeneizzato - la "Cristianità" – dove ogni senso che apra verso la spiritualità religiosa può essere fagocitato dalla quantità della mistificazione.
Quando papa Francesco denuncia l'attacco all'integrità dell'infanzia come un male globale, dobbiamo ascoltarlo.
Dobbiamo anche porci una domanda: questa crisi è solo lo specchio di un male globale?
Ciò che si manifesta nella crisi degli abusi sessuali non è forse generato dal rapporto con ciò che costituisce il cuore della relazione con Cristo: il corpo, la carne, l'Eucaristia?
Come immaginare che dei preti, dopo aver celebrato l'Eucaristia, vale a dire dopo aver toccato, preso in mano, mostrato, consumato il corpo di Cristo, abbiano potuto, quasi senza transizione, prestarsi a questi crimini?
Si parla di accecamento, di disturbi psicologici… Sicuramente!
Ma dev’esserci dell’altro.
Qualche cosa che è necessario portare alla luce in modo che la soluzione della crisi passi anche per un altro tipo di scioglimento, che non si fermi soltanto a dispositivi legali, a disposizioni disciplinari e dichiarazioni mediatiche.
Cos'è quest’altro tipo di scioglimento della crisi?
Lo chiamerei “pudore”.
La mancanza di pudore o meglio per dirla con San Paolo, “l’impudicizia”[1] - da non semplificare e banalizzare traducendo malamente e univocamente con “fornicazione” – oggi caratterizza anche il rapporto con i segni della fede, i sacramenti, e la pastorale giovanile, vocazionale e matrimoniale.
Il pudore è, prima di tutto, un modo di essere, di esporsi, di presentarsi all’altro e agli altri.
Il pudore non impone una presenza, ma coltiva lo spazio che rende possibile la libera attenzione, ed eventualmente la libera adesione.
Il pudore è anche un modo di toccare, avvicinare, guardare con rispetto, è anche distanza che lascia essere, che riconosce l’alterità, che osserva con gioia la trasformazione, la capacità dell’altro di aprire le ali e mettersi in volo.
L’altro non è un idolo, cioè un oggetto che assume delle caratteristiche di fantasia in virtù delle quali ci si comporta in un certo modo, ovvero sempre quello che gratifica la nostra particolare pulsione del momento. L’altro è prima di tutto un corpo che ospita il sacro, di per sé inviolabile e fragile. In questo senso il pudore è la forma dell’agire iconico, piuttosto che idolatrico.
Il pudore non nasconde egoisticamente ciò che ama veramente, semmai lo protegge dagli sguardi che vedono solo banalità.
Il pudore non mostra enfaticamente, non espone ad ogni vento e ad ogni sguardo, non mette in vetrina, non spettacolarizza, non trasforma tutto in evento mediatico, lampeggiante di flash fotografici. Si vuol forse diventare attori?
Questo è il punto: se si è spudorati, se si può ancora prendere in mano il pezzo di pane sull’altare o la coppa di vino e si cela il proprio rapporto mistificato con il corpo dell’altro che è fratello e sorella, allora si è solo attori. L’attore finge, non crede che sia vera la parte che recita. Questo elemento va osservato per quello che è: assenza di fede.
A forza di gesti rituali teatralizzati e vissuti nell’insignificanza della routine, si può perdere il senso del pudore di fronte al mistero della fede, arrivando a nascondere agli occhi degli uomini gli effetti di questa perdita profonda.
L’assenza di fede è tollerabile sempre, ma non in chi si presenta come ministro di Dio.
Essere sacerdoti nella menzogna danneggerebbe tutti e non perché qualcuno pronuncerebbe parole d’indignazione e di condanna da far tremare il mondo.
D’altronde credo molto seriamente che la fede sia un dono e che possa rivelare il suo fuoco anche durante l’ultimo respiro.
Esiste nei ministri di Dio questa spudoratezza, specchio di assenza di fede?
L’ostentazione pastorale trova la sua traduzione negli atti spudorati dei pastori?
Mi accontento solo di porre la domanda.
La subordinazione della teologia alla metafisica ha prodotto il nichilismo.
Su che cosa si fonda il clericalismo teatralizzato, se non sulla volontà di sopravvivenza, successo e potere? Nessun ordine, nessun “valore”, supporta oggi la rappresentazione del prete nella società. E in questa situazione, nessuna misura canonica o disciplinare risolverà la crisi.
Se l'Eucaristia fa la Chiesa, come afferma Ignazio di Antiochia (citato dal Vaticano II), cioè il Popolo di Dio, pastori e fedeli, e se il corpo di Cristo è tanto il sacramento quanto il popolo celebrante, l’uno inseparabile dall'altro, è a partire dal punto nodale, dal significato dell’Eucaristia, che troveremo la fonte e le risorse per raggiungere e vincere alla radice il male che colpisce la chiesa dal suo interno.
E anche le parole giuste per parlare.
Di fronte alla croce.
Post Scriptum
Ero arrivato qui a scrivere ieri sera…quando poi le televisioni di tutto il mondo hanno invaso le case con l’incendio di Notre Dame…Sul tardi un’immagine scattata dall’alto restituiva una croce di fuoco: le antiche pietre perimetrali della Casa della Parola, con l’aiuto di quattrocento uomini, si erano fatte garanti dell’incolumità del resto della piazza. Il perimetro della cattedrale, come anche il perimetro del nostro agire è tracciato: una croce di fuoco deve ardere nell’interiorità di ciascuno, perché ogni giorno possa essere di resurrezione per tutti.
Buona Pasqua!
[1] Cfr. 1 Tess 4, 1-8; 1 Cor 6, 13-20, Col 3, 1-17; Rm 3, 8-11; 12, 1-2.

