
Quando e dove
Cleofa è il nome di uno dei due discepoli che si sono messi in cammino verso Emmaus, subito dopo la crocifissione e la morte di Gesù.
I due durante il cammino Lo incontrano, non Lo riconoscono, ma si avvia fra i tre un’appassionata conversazione attorno agli avvenimenti recenti e alle Sacre Scritture.
Cleofa e chi lo accompagna non si avvedono che il loro interlocutore in realtà è Gesù risorto, ma quando a tavola prende il pane e lo spezza Lo riconoscono.
Quando il riconoscimento “accade”, Gesù scompare dalla loro vista.
…E i due tornano a Gerusalemme per testimoniare la risurrezione del Cristo ai loro amici.
Luca nel suo Vangelo (24, 13-35) tace il nome dell'altro discepolo.
Perché non sarebbe stato nominato?
In quei luoghi e in quei tempi una testimonianza era vera e ammissibile soltanto se c’erano almeno due testimoni e dovevano anche essere uomini, perché la testimonianza delle donne non aveva validità legale.
Quindi il dire “erano due” implicava che gli ascoltatori di quel contesto culturale avrebbero creduto vera la testimonianza in modo naturale.
Tutta l'iconografia tradizionale – anche la più recente – andrà in questa direzione: i pellegrini di Emmaus erano due ed erano uomini; il testo biblico rivela il nome di uno solo dei due.
Certamente se volessi avvalorare una mia testimonianza su un fatto e qualcun altro, amico, avesse assistito allo stesso fatto non tacerei sul suo nome. A meno di ragioni specialissime; Luca racconta qui qualcosa, cui non ha ovviamente assistito, ma che una tradizione orale gli ha tramandato, e quindi non “inventa” nulla di particolare: probabilmente ignorava chi fosse l’altro discepolo: non si sapeva.
Alcuni esegeti hanno avanzato l’ipotesi che il compagno di Cleofa fosse non un uomo, ma una donna. Ipotesi legittima, anche se non verificabile fino ad oggi.
Proviamo per un momento a fare finta che sia anche vera.
Sicuramente lei avrà reso testimonianza del fatto nel suo ambiente, ne avrà parlato con donne, uomini, amici e conoscenti, ma solo nella sfera privata. La sua testimonianza non sarebbe stata valida per la sfera pubblica, perché era, appunto, una donna.
Altre donne testimoni trovano la stessa difficoltà anche per la scoperta della tomba vuota.
Nei quattro Vangeli sono sempre le donne che scoprono per prime la tomba vuota, ma gli altri non credono a quello che dicono. È alle donne che gli angeli annunciano la risurrezione, ma in qualche modo – anche comprensibilmente, per carità – la loro testimonianza viene considerata senza valore.
E lo sanno benissimo. Quindi, siccome sono anche concrete, vanno a cercare i discepoli, per informarli, perché solo la testimonianza di almeno due uomini è riconosciuta valida, perché solo gli uomini possono così annunciare pubblicamente, ovvero rendere nota la Buona Novella, che per le donne del vangelo è assolutamente chiara e vera.
Le Scritture mostrano che per cose “fuori dall'ordinario”, come l'incarnazione e la risurrezione, Dio fa prima appello alle donne. Non si preoccupa del loro status legale; si fida, affida loro da trasmettere quei messaggi fondamentali, che diverranno il misterioso nucleo della nostra fede: nascita e resurrezione del Messia.
Tuttavia, qualcuno si chiede se Cristo potesse davvero scegliere gli apostoli tra le donne e inviarli a due a due quando la loro testimonianza non era comunque ammissibile.
Sono problemi e sono cose che succedevano in quel tempo e da quelle parti…
E oggi?
Oggi, nella società, la testimonianza di una donna vale la testimonianza di un uomo.
Anche nella Chiesa, uomini e donne possono testimoniare pubblicamente la loro fede.
Con l'eccezione che la testimonianza o il discorso pubblico dei laici è vincolante solo per loro stessi e che solo la parola del clero impegna la Chiesa come istituzione.
Oggi la domanda che nasce da questa situazione è diversa da come la potremmo pensare.
La domanda attuale oggi si è trasformata: qual è il luogo e qual è il tempo in cui si cammina insieme oggi? Andando dove?
Quando e dove si parla condividendo preoccupazioni, speranze, dubbi, riflessioni, progetti, di nuove aurore dopo notti cupe? Quando ci si coinvolge riconoscendosi, e dove si impara insieme a riconoscere nuove vie?
Esattamente dove il pane si fa corpo, nel senso letterale del nutrire il corpo, ma anche dove i corpi si fanno pane, quando le parole e i gesti diventano gli spazi del reciproco affetto: quando si spezza il pane, e si beve dalla stessa coppa.
Non è forse la “tavola”? Non è forse la “tavola” il luogo dove ciascuno non è più quello o quella, il congiunto o l’amico di quest’altro o di quest’altra? Non è forse quello il luogo dove il nome, la persona, ritorna ad essere unico, univoco e prezioso?
Quando la tavola diventa “mensa”, intesa come il luogo e il tempo in cui ciascuno può essere se stesso riconoscendosi negli altri, allora il pane sarà di nuovo veramente spezzato l’uno per l’altro.
Solo con questa consapevolezza, parlare di “comunione” acquista il suo senso: un’esperienza religiosa, di cui si ha memoria, che unisce ciò che altrimenti sarebbe inesorabilmente disperso.
Lo riconobbero allo spezzare il pane…
Sono certo che la prima persona che ha visto, riconosciuto e capito non è stato Cleofa.

