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Corpus Domini

| Enzo O. Verzeletti


Nel mondo milioni e milioni di persone vivono la propria vita.  Le loro attività quotidiane sono regolate (o sregolate) dal sistema economico globalizzato,

a meno di scelte molto “alternative”, in ogni caso inevitabilmente condizionate dallo stesso sistema.
Detto altrimenti: per poter vivere ciascuno deve avere i mezzi per procurarsi quanto serve per avere un tetto sulla testa, nutrirsi, coprirsi: bisogni essenziali. Seguono bisogni di vario genere, emersi gradualmente con l’evoluzione dell’homo sapiens dall’età della pietra fino ad oggi.
Questo mi sembra un dato di realtà.
Oggi l’innovazione tecnologica, combinata con le leggi del mercato offre beni sempre più sofisticati e resi appetibili dalla pubblicità. Si è ampliata la percezione dei bisogni dell’uomo e la linea di demarcazione tra bisogno e desiderio, di per sé già fluttuante, si sposta o viene cancellata, in base al livello culturale, sociale ed economico dei singoli, fino a dare l’impressione che “desiderio” sia sinonimo di “bisogno”. Nella società attuale progressivamente i desideri si trasformano in necessità da soddisfare.
Il raggiungimento di questo stato di cose è facilitato dall’onnipresenza delle immagini, ormai assurte a principio generale di divulgazione delle idee; l’immagine infatti può veicolare - in un batter d’occhio per l’appunto - messaggi globali molto più concisi e mirati rispetto alle parole; le parole vanno riconosciute, comprese in sequenza e collocate in un contesto, le immagini invece vengono elaborate in modo più sintetico e veloce e rimangono nella memoria più facilmente. Ad un video si reagisce più rapidamente che a un discorso.
La ridondanza delle immagini che si fa ostentazione riguarda però anche le parole nella forma della comunicazione breve e incisiva ad esempio degli slogan, nei cartelloni pubblicitari, nei titoli dei giornali, ma anche nei “cinguettii” dei social. Ovunque e in ogni momento partono e arrivano piccole schegge di ciò che sta accadendo o si sta pubblicizzando o si sta postando (pensando?) da un altro punto del pianeta: si pensi all’invito costante presente sul nostro profilo Facebook “A cosa stai pensando, Tizio x?”. Frammenti trasmessi alla velocità della luce, o, come si dice “in tempo reale”.

Realtà del tempo a parte – questione già filosoficamente e scientificamente dibattuta, ma ahimè tristemente percepibile nella trasformazione progressiva del corpo – si è operato un cambiamento sostanziale nell’esperienza del vissuto quotidiano.
Ci fu un tempo, prima dell’avvento dello schermo, in cui apparizioni fisiche provenivano solo da corpi solidi, da sogno o da delirio. Ora le apparizioni sono fatte anche di pixel e sono immateriali, volatili, duplicabili, cancellabili, ma molto più solidificate nella memoria.
Ho l’impressione che l'innovazione tecnologica abbia contribuito da una parte a fondere la rappresentazione dei bisogni e dei desideri (non-bisogni), dall’altra abbia separato l’apparente appetibile (ciò che viene propagandato) dal concretamente realizzabile.

Che sia un processo alchimistico? La “nuova forma”, per così dire globish, del vecchio mito della “congiunzione degli opposti”? Che il sistema del capitalismo neoliberale tecnocratico abbia escogitato una nuova forma d’imperialismo globale? Quello della colonizzazione delle menti? Certo un metodo geniale e non cruento rispetto al passato coloniale dell’occidente, ma di gran lunga più funzionale per la sua sopravvivenza ed espansione. In questo caso sì che sopravvivenza ed espansione sono sinonimi!
Quindi il sistema reggerebbe finché trovasse menti da colonizzare.
Bisognerebbe dare un nome a questo nuovo processo alchimistico che integra nell’alambicco del marketing bisogni (il carbone) per farlo diventare oro (desiderio da realizzare…).
Proporrei di chiamarlo: “confusione degli opposti”.
La debolezza del sistema e del processo che lo sostiene (l’appena nominata confusione degli opposti) risiede esattamente nel suo mirabolante miracolo di continue immagini in movimento. Simili al velo di maya ogni tipo di immagine è una rifrazione continua di apparenze in un caleidoscopio di miraggi: non rifrazioni di luce, ma increspamenti senza fine della fantasia generati da un unico desiderio: avere di più, superare il limite: di beni, di comforts, di benessere, di danaro, di nozioni, d’informazioni, di attività, di relazioni, di divertimenti, di svago, di giovinezza, di bellezza… e chi più ne ha più ne metta!

Del risultato finale e paradossale di tutto questo fa parte però un problema molto serio: il corpo nella sua nuda concretezza, ovvero anche nella sua debolezza, che include, fragilità, malattia, vecchiaia, inabilità, malnutrizione, fatica, sfruttamento, tutto ciò che racchiudiamo sotto il termine “sofferenza”, è scomparso dalla vista e dalla percezione. Specialmente quando è quello degli altri.
Pochissime sono le immagini della sofferenza vera, Violenza e sesso quante ne volete. Ma la sofferenza no, non si può mostrare, perché turberebbe, sarebbe poco rispettosa, perché non è fotografabile e poi, diciamolo francamente, lo spettacolo della devastazione del corpo e dell’isolamento interiore denuncerebbe il fallimento del sistema.
C’è il rischio che la fede nel sistema, decantato come il migliore ad oggi possibile, oscuri definitivamente la corporeità, perché il mito della “confusione degli opposti” che sussurra di una possibile espansione ad oltranza del desiderio, deve sconfiggere la Necessità. Ha la necessità di sconfiggere la Necessità! Questo è il suo tallone d’Achille.
Se il sistema globale ha bisogno di dichiarare vittoria sulla Necessità, ha bisogno anche che il corpo in tutta la sua concreta realtà sparisca.

Timidamente mi permetto di notare che la Necessità contro la quale sbattiamo ogni giorno è ciò che rende possibile l’esistente, rende concreta la realtà.
Mentre la mitologia del sistema necessita del non-ancora-reale, del virtuale, del nuovo bisogno, del nuovo desiderio, della novità e dell’illusione di un’infinita libertà per gabellare per buoni e vendere falsi rimedi all’isolamento e al rinsecchirsi delle relazioni di un mondo fatto di spettatori.

Avere occhi per vedere significa probabilmente accorgersi di questo per prima cosa e sperimentare che la Necessità cancellata del mondo virtuale, fa invece parte del corpo e produce, come nella letteratura greca, tragedia e commedia, produce ciò che si abbraccia e ciò contro cui si sbatte la testa.
Nulla è indifferente al corpo, l’indifferenza stessa e la noia trapelano dagli atteggiamenti del corpo.
Questo tipo di esperienza è assente dal continuo spettacolo delle immagini da condividere, il gioco che nessuno gioca, ma che tutti contemplano.
Credo sia importante riconoscere questa tentata trasformazione in atto perché le persone rimangano concretamente in relazione e non si trasformino in isole dotate di terminali iper-connessi.
Il sistema d’altronde è debole, perché richiede troppo, dando troppo poco.
Ritorneranno i più a vivere nei loro corpi, come dopo una grande ubriacatura dai brutti postumi? Lentamente, avendo forse un qualche barlume di tipo mistico, ritroveranno nell'esistente, nel reale, nella Necessità, la presenza del sacro? Ecce homo (Gv 19,5): con la sua grandezza e la sua debolezza, un corpo che ha ancora bisogno solo e sempre di vero pane, da dare e da ricevere in mezzo agli altri, che sono proprio lì: i cinquemila da far sedere a gruppi di cinquanta per dar loro da mangiare. Rimarranno altre dodici ceste di avanzo. (Cfr. Lc 9,11-17).
Ecco il Corpus Domini.


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