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Uno sguardo sulla contemporaneità, graffiti digitali. Rubrica di Enzo O. Verzeletti

Corridoi

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Considerazioni sull’essere con gli esseri e le cose.

Vorrei tanto parlare di politica...ma è meglio che oggi parli di...ecologia.
La questione è complessa e le soluzioni oscure e quanto più le questioni sono complicate da affrontare e risolvere, tanto più cresce la tentazione di negarle o volerle dimenticare: se non vedo la soluzione o non voglio vederla, allora il problema non esiste. Di più: se questo specifico problema non esiste, vuol dire, a ben guardare, che c’è n’è un altro ben più complesso prima (o dietro?): il nostro modo di vivere "non è negoziabile": potrebbe essere una risposta un po' miope alla richiesta di modificare il nostro stile di vita per rendere abitabile il pianeta terra in futuro.
È evidente che ostacoli socio-culturali, morali e psicologici ci impediscono di agire per affrontare la sfida della salvaguardia dell’ambiente.
Statistiche, piani trentennali e argomentazioni inarrestabili ci offrono l’illusione che sia sufficiente calcolare e stilare programmi. Basterà?

La nostra è un’epoca di inquinamento, non solo dell’aria che respiriamo, ma anche d’inquinamento luminoso, sonoro e del pensiero.
C’è sempre più luce artificiale, non solo negli allevamenti intensivi di pollame, ma anche nelle città e nei centri commerciali; attorno c’è tanto rumore, non solo fisico, ma anche mentale, generato dall’accelerazione dei ritmi del vivere quotidiano e dall’affastellamento d’informazione mediatica; c’è perfino rumore nella percezione del desiderio.
Tante sono le risorse della nostra tecnologia, rumorosamente lanciate all’assalto della quiete e del silenzio.
Talvolta sembra una soluzione posticcia e un po’ fastidiosa, atta a tamponare una sorta di horror vacui che corrode la natura e altera i bioritmi umani, animali e vegetali.

D’altra parte la maschera del romanticismo produttivista che esalta la capacità creatrice di oggetti, di cose, cadendo, svela l’inganno della malafede collettiva, proprio quando la scienza, non più in grado di promettere meraviglie sull’avvenire del pianeta, ci costringe, incupendoci, a guardare bene i fatti.

Ricavando uno spazio senza rumori inutili e luci artificiali, ascoltando ciò che accade nel silenzio, potremmo creare una condizione propizia per vedere, ascoltare e sentire l’essenziale, come quando in campagna, di notte, finalmente, ci accorgiamo delle stelle.
C’è bisogno di trasparenza per vedere i colori, di silenzio per percepire i suoni, di chiarezza per distinguere il desiderio.
Nel silenzio di tutto ciò che è indotto, artificiale, automatico riusciamo a comprendere meglio che emettere e percepire suoni è essenziale per gli esseri viventi: esistono anche ecologie del suono, della luce e della mente.
Le giungle tropicali o equatoriali sono tutt’altro che silenziose, esiste una sinfonia di vita e di natura che mescola l’inorganico con l’organico, la pianta con l’animale. Esiste una condivisione dello spazio vitale, una condivisione del silenzio.
Automobili, aerei, espansione urbana, estrazione di risorse sembrano schiacciare e ammutolire inesorabilmente la grande orchestra animale.
Normalmente non ce ne accorgiamo, ma l’impatto del rumore sugli animali e sulle piante genera ripercussioni: meno impollinazione, meno fioriture, meno vegetazione; anche il mondo sommerso è danneggiato dal rumore, perché le eliche delle navi da trasporto, delle petroliere, delle navi da crociera – emblemi della globalizzazione – producono basse frequenze che disorientano i cetacei, costretti a spiaggiarsi. Sonar di navi militari, prospezioni petrolifere, esperimenti balistici in mare hanno lo stesso impatto di bombe e granate sfollagente.

Scienza, politica, tecnologia, produzione, economia, informazione sono importanti, ma c’è dell’altro che è molto importante per gli uomini e per il loro pianeta: dovremmo prendere in seria considerazione anche l’aspetto etico – e forse anche estetico - del nostro vivere.
Vivere è sempre un “vivere in”, cioè abitato dalla coscienza senza vergogna dei nostri rapporti con ciò da cui dipendiamo. Tutto è collegato e nessuno di noi è indipendente in senso assoluto.
Che la chiave per uno sviluppo sostenibile sia proprio la considerazione?
Forse non è un caso che l’etimologia latina del termine rimandi al vocabolo latino sidus, -eris = stella. Considerare significa propriamente guardare attentamente a qualcosa come si fisserebbero le stelle (gli antichi credevano che il destino degli uomini dipendesse dalle stelle).

La considerazione è un approfondimento del legame sensibile che unisce l'umano – vivo – all'altro, vivendo oggi e domani, cioè immersi nel tempo: un legame che si esprime nella delicatezza, nella gentilezza, nella gratitudine, e anche in un'estetica capace di esprimere il nostro essere-con-gli esseri-e-le-cose.

Tra ciò che sappiamo (scienza) e ciò di cui abbiamo bisogno (tecnica e produzione) dobbiamo fare spazio a ciò che sentiamo. Questo stimolante lavoro si apre a un possibile dispiegarsi di una “antropologia della considerazione”, alla maniera dell'enciclica Laudato si', che dà lode alla creazione, a tutta la creazione, che la prende tutta in considerazione.

Non inganniamoci oltre: un eccesso sconsiderato di tecnocrazia non farà che continuare ad avere la presunta pretesa di risolvere i problemi che essa stessa crea.
Le case saranno sempre più impermeabilizzate al caldo, al freddo e ai rumori: cappotti speciali e doppi o tripli vetri contro il rumore e, naturalmente, condizionatori d’aria per non soffocare; una scuola disturbata dal passaggio di aerei sarà oggetto di aiuto finanziario da parte della società aeroportuale per l’isolamento acustico, mentre sul cranio degli adolescenti troneggeranno sempre più numerosi i caschi con sofisticati riduttori di rumore.
Si proverà ad allineare i corridoi aerei sulle principali autostrade, si terranno lontani dalle piste gli uccelli con gli ultrasuoni e si allontaneranno i mammiferi dalle principali rotte marittime.

In guerra si continuerà a bombardare territori di civili, mentre la “larghezza” e la magnanimità d’animo assicurerà il “corridoio umanitario”.
Ecco: grandi soluzioni a misura di corridoio.
Tutti, ciascuno, con il suo corridoio, la sua giornata, il suo minuto di silenzio, il suo minuto di tolleranza in nome dell’avanzata del rumore, purché il rumore di fondo della nostra “civiltà” possa continuare a gonfiarsi.

Qualche cosa dobbiamo aver perso lungo l’avanzata tecnologica: lo spazio e il tempo del vivere, considerando la terra, il cielo, gli uomini, gli animali, le piante, e la trama nascosta del nostro legame profondo e vitale con tutto questo. Recuperandola potremmo forse veramente salvaguardare l’ambiente, e trovare il senso dell’etica e dell’estetica di essere insieme con gli esseri e le cose.

Sentieri. / Piste antiche, / itinerari moderni. / Lontani dall’asfalto. / A piedi, / passo dopo passo. / Orizzontarsi. / Ricordare l’ebrezza originaria: / del camminare, / della libertà. / Dove inizia ogni esodo, / ogni ricerca, / ogni scoperta. / E ogni possibilità d’incontro.

Enzo O. Verzeletti, Tramites, 2017.

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