
Cose pericolose
Il virus pare non essere la cosa più pericolosa per l’Africa.
L’Africa è forse “risparmiata” dal coronavirus?
Al 22 aprile 2020 i dati sembrano essere questi: tra il 14 febbraio, data dell'annuncio in Egitto del primo caso africano di infezione da COVID-19, i suoi 54 paesi hanno registrato 21.000 casi di persone infette e poco più di 1.000 morti. Questa mortalità continentale di più due mesi è paragonabile a quella registrata in un solo giorno negli ospedali di Italia, Spagna, Francia, Gran Bretagna… e quattro volte inferiore a quella registrata, sempre in un solo giorno, negli USA.
Anche i paesi del Sahel, che sono tra i più poveri del mondo, mostrano resoconti piuttosto rassicuranti: il Burkina Faso ha 38 morti, Niger 20, Mali 13, Mauritania 1 e Ciad 0.
In Africa, il virus sta attualmente uccidendo molto meno della malaria.
Questa epidemia "moderata" è dovuta alla fragilità delle statistiche africane?
All’uso, da lunga data, della Clorochina per combattere la malaria?
Al caldo o ai forti raggi ultravioletti che sono appannaggio del continente e che il virus detesterebbe?
Al fatto che i paesi africani si siano confinati più velocemente dell'Europa o degli Stati Uniti?
I ricercatori lo diranno.
D’altro canto, l'Africa non sfuggirà a una drammatica crisi economica e sociale nata dalla crisi sanitaria.
Secondo l’Unione Africana, nei prossimi mesi, 20 milioni di posti di lavoro andranno persi dal Mediterraneo a Città del Capo, mentre sarebbe necessario crearne cinquanta milioni all’anno per far fronte alle ondate di giovani che arrivano sul mercato del lavoro.
Solo nel Sahel, diversi milioni di persone in più del solito si troveranno in una situazione di carenza alimentare già dall’estate prossima.
La chiusura dell’economia mondiale causata dal confinamento di metà dell’umanità è particolarmente grave per l’Africa.
Quasi l’80% dei suoi abitanti vive in modo “informale”, cioè si alza al mattino per lavorare e procurarsi così qualcosa da mangiare per quel giorno.
Per loro non esiste reddito minimo, cassa integrazione, congedi per malattia, previdenza sociale, pensione. Dalla nostra prospettiva può essere definita come una condizione di precarietà totale e permanente.
A differenza dei paesi sedicenti sviluppati, gli Stati Africani non hanno i mezzi per soddisfare le esigenze di tutte le persone in situazione svantaggiata o per salvare le loro attività e i posti di lavoro, combattendo l’epidemia. Le loro finanze sono asciutte. I prezzi degli idrocarburi, dei metalli, delle materie prime agricole che esportano – spesso in forma non trasformata – e che contribuiscono alla maggior parte delle loro entrate, sono crollati non appena la Cina è stata toccata dal virus.
Molti investitori stranieri, da gennaio, li hanno abbandonati e lasciati – già fragili – sotto il peso dei debiti contratti – a volte incautamente – per finanziare lo sviluppo della terra africana.
Se il mondo industrializzato non vuole assistere ad una catastrofe umanitaria e ad una nuova ondata migratoria, deve urgentemente annunciare che condividerà con l’Africa le migliaia di miliardi di dollari e di euro che mobilita per rilanciare la propria macchina economica e ridurre il disastro umano.
Ciò dovrebbe avvenire sotto forma di donazione (e non unicamente di prestito), di rinvio delle scadenze di rimborso e di totale condono del debito.
La solidarietà deve ignorare i confini e farlo rapidamente.
La giustizia lo esige. La salute lo reclama.

