
Squarci
Ricordo un posto così sperduto da non essere segnalato su alcuna mappa; un non-luogo senza nome.
L'erba aveva invaso tutto, coprendo quasi uniformemente un muretto di pietre instabili appena distinguibili in lontananza dal resto del campo dove, secondo la stagione o l'umore del pastore, pascolava un gregge poco numeroso.
Indovinavo in quello spazio la presenza di alcuni tumuli, forse visibili ancora per pochi altri inverni; neve, pioggia, gelo avrebbero finito di spianare la terra e l'erba avrebbe poi livellato tutto.
Non c’erano croci, nomi, date, nemmeno una parola incisa su una piccola lapide.
Chi riposava lì, senza un fiore, senza una preghiera di alcuno? Chi, per nessuno che sostasse, carpendo un attimo di eternità alla lancetta dei secondi?
Quando furono seppelliti ai margini di quella scarna strada sterrata?
Era forse un'intera famiglia o un gruppo di persone legate da un destino comune, perché su quello spazio si affacciava una vecchia costruzione, forse una cappella, invasa da edera, arbusti e rovi.
Era stata forse costruita nello stesso periodo in cui venne sepolto il primo defunto?
E perché, improvvisamente, mi facevo queste domande?
Che riposino nell’oblio definitivo o persistano nella memoria dei vivi, i defunti sono per noi senza età e senza luogo; non appartengono più, nemmeno alla terra. Eppure, qualcosa che non mi è possibile definire, che è appena dell’essere e senza la quale, tuttavia, nulla sarebbe, (trova tu il nome, trova tu quello che io non so nominare) qualcosa, dicevo, li attraversa ancora, li porta con noi come al di là di noi stessi: scomparsi e tuttavia inscritti come noi nel segreto del tempo.
Di fronte alla morte esercitiamo in genere l'arte della perifrasi; si fa fatica ad usare le parole del vocabolario quotidiano; dev’essere un modo per tenerla a bada, per respingerla, per allontanarci da lei.
Temiamo la morte e cerchiamo di nasconderla, la morte è difficile da vivere e da affrontare, anche agli occhi degli altri; è scandalosa, a dir poco imbarazzante.
La nostra religione sostiene che grazie alla nascita e morte del Cristo siamo destinati a risorgere.
Come immaginare un fatto simile?
La risurrezione non è una dottrina, una conoscenza o un dogma.
È in relazione ad un incontro, ad un'esperienza, ad una testimonianza. Gesù testimonia nel presente: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”[1], eppure nessuno di quelli che ho pianto, nessuno di quelli che potrò ancora piangere, uscirà dalla tomba come Lazzaro.
Il Vangelo di domenica[2] racconta di un’ipotesi grottesca: i sadducei interrogano Gesù e rimangono impigliati in una storiella immaginaria che per loro tocca l'essenziale: una donna, vedova di sette fratelli, che, nonostante i sette fratelli, non avesse figli, una volta risorta, di quale dei sette fratelli sarebbe considerata moglie?
L’elemento essenziale qui, rappresentato con la storiella della vedova, è il tema della sopravvivenza per discendenza.
Tra gli ebrei, la legge basata sul levirato imponeva all'uomo l'obbligo di sposare la moglie del proprio fratello, nel caso quest'ultimo fosse deceduto senza figli; i nascituri, in questo caso, sarebbero stati considerati figli del fratello defunto.
Oggi, la domanda vera, ma diplomaticamente sottaciuta, dovrebbe essere più chiara: la risurrezione è plausibile?
Suona imbarazzante, mi offusca: potrei forse, una volta risorto, riparlare faccia a faccia con mio padre? Sarebbe una domanda non dissimile da quella dei sadducei.
I quattro Vangeli parlano di risurrezione, ma non ci sono descrizioni o indicazioni di norme di vita dell’aldilà; sarebbe bello saperne di più, ma nessuno ha mai descritto come Gesù si sia risvegliato dalla morte, come si sia sbarazzato del lenzuolo che lo avvolgeva, come sia rotolata via la pietra dal sepolcro e come abbia fatto ad apparire ai discepoli.
I Vangeli non descrivono la risurrezione: la annunciano.
Per i sadducei, l'eternità era tessuta dalle maglie della progenie, generazione dopo generazione; ecco perché non credevano nella risurrezione. Per i sadducei l’eternità coincideva con la memoria perenne dei Padri, che si sarebbe mantenuta nei figli e con i figli.
Gesù scardina questa concezione, e, paradossalmente, perfino l'utilità di avere una prole: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie, né marito; e nemmeno possono più morire perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.” Poco oltre dice: "Dio non è il Dio dei morti ma dei vivi; perché tutti vivono per lui."
Quest’ultimo versetto è una Parola che frantuma tutte le nostre concezioni, le nostre paure, i nostri riti di fronte alla morte: qualsiasi cosa fatta, pensata o conservata per affrontare quella porta chiusa che chiamiamo morte, qualsiasi oggetto transizionale, qualsiasi rituale o credenza - e l’uomo è fantasioso in questo ambito - riguarda i morti, non i vivi. È esattamente lo stesso tema che emerge quando nel capitolo ottavo di Matteo viene detto: «Uno dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli disse: “Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti”».[3]
Dio è il Dio dei vivi, così come aveva già detto a Mosè nel roveto ardente; “Io sono il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.” Mentre la tomba era per l’antico popolo israelita il luogo dove Dio non è presente, il Signore afferma di essere il Dio di ciascuno dei padri: anche i padri vivono. Abramo, Isacco e Giacobbe vivono per Dio. E tutti vivono in lui.
Si tratta del regno dell’essere, il regno dei vivi, in cui, Dio è, Gesù Cristo nasce, vive, muore e risorge per l’eternità e per tutti noi, lo stesso in cui noi nasciamo, viviamo, moriamo e possiamo risorgere ogni giorno, oggi stesso e sempre perchè siamo accolti nella Sua discendenza come figli di Dio.
Un lampo di consapevolezza può illuminarci ora, perché nulla inizierà “di là” che non abbia avuto inizio qua.
[1] Gv 11,25.
[2] Lc 20,27-38.
[3] Mt 8,21.

