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Tempesta perfetta

| Enzo O. Verzeletti


Pietro, scendendo dalla barca,
si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
 Ma per la violenza del vento, s'impaurì
e, cominciando ad affondare, gridò:
«Signore, salvami!».

Matteo 14, 22-33 - Domenica, 9 agosto 2020.

In questa apparente calma estiva, non così vacanziera, eppure per qualcuno di riposo, se non di spensieratezza, i media continuano a parlare di Covid-19 e dei suoi effetti “collaterali”: crisi umanitaria, crisi economica e, soprattutto, crisi di fiducia.
Quando la fiducia viene meno, avanza la paura.
Paura di cosa?
Di qualunque cosa, dipende dalla situazione; oggi si chiama paura del Covid e s’infiltra dappertutto, peggio del virus stesso, anche quando cerchiamo di proteggerci: protocolli di sicurezza obbligatori, disinfettanti, mascherine, farmaci per combattere l'ansia…
La paura resta lì, nonostante gli espedienti per esorcizzarla: non riusciamo a controllare ogni cosa, credo per via del fatto che siamo uomini e non dèi.
Il Vangelo di questa domenica ci aiuta a comprendere meglio proprio i meccanismi delle paure umane; come sempre la Parola risuona per l’oggi.

Giovanni Battista è stato ucciso e Gesù, informato dell’accaduto, dopo aver ordinato ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull’altra sponda, congeda la folla e sale sul monte da solo.
Ha bisogno, probabilmente, di pregare in silenzio.
La folla, anch’essa disorientata dalla morte del Battista, lo aveva atteso sulla riva e Lui, vedendola, si era mosso a compassione, aveva guarito malati e dato da mangiare a chi aveva fame.
Ora ciascuno va verso la propria casa, i discepoli salgono sulla barca e Gesù si ritira in solitudine.

I discepoli sono soli, senza Gesù, lo stesso Gesù che li ha obbligati a salire su una barca, per andare all’altra sponda.
Sono soli ed è notte: tra le 3 e le 6, come dice il testo greco: è la quarta veglia e stanno in mezzo al lago, al buio; non ci sono lampade o fari in giro, il tempo e il luogo non li prevedono; ci sono piuttosto onde e vento contrario: tutto sembra concorrere a creare incertezza, paura, ansia. Forse i discepoli vorrebbero essere altrove, ovunque, ma non lì, al buio, soli, in mezzo al lago tempestoso, col vento contrario che impedisce loro di recarsi al luogo designato.
Il pericolo è reale: il naufragio appare probabile; chi naufraga lì, in mezzo alla burrasca, va incontro a morte quasi certa: chi, in una simile situazione, potrebbe prestare soccorso?

I discepoli stanno allontanandosi da tutto, dall’una e dall’altra sponda, stanno perdendo i punti di riferimento e non controllano nulla; sono spaventati e addirittura, vedendo nel buio una forma avvicinarsi, pensano che sia un fantasma. Letteralmente, stanno fantasticando di qualcosa che non è, proprio perché sono al buio e hanno paura.
Gesù lo sa e fa sentire loro la propria voce per tranquillizzarli, ma questo non basta. I discepoli temono un inganno, non lo riconoscono con certezza, nonostante la voce, che dovrebbero conoscere bene.

Da questo momento in poi è come se il fulcro della narrazione si spostasse su Pietro; è uno dei discepoli di cui conosciamo meglio la personalità e mi vengono in mente molti episodi in cui interpreta un ruolo da protagonista: Pietro è il primo a dichiarare che Gesù è il Figlio di Dio, è lui che parla durante la trasfigurazione, è lui che negherà Gesù: Pietro è un impulsivo.
Qui, ora, chiede una prova, quasi lancia una sfida: “Se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Gesù risponde: “Vieni!” E quello si tuffa, letteralmente, non in senso figurato!
Si noti, per inciso, che Pietro, sempre in preda alla paura, al momento della cattura di Gesù, sarà anche il primo a negare di averlo mai conosciuto…annegando nel dolore un attimo dopo, non appena si renderà conto del suo atto e del fatto che Gesù glielo aveva già predetto.

Ma quale senso può avere questo improvviso tuffarsi nell’acqua?
Pietro non dubita veramente, altrimenti non si tufferebbe.
Compie un gesto sconsiderato? Un atto impulsivo? Vuole primeggiare davanti agli altri?
Scongiura la paura? Esprime di slancio il suo amore per Gesù?
Quando Pietro dice a Gesù "se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque", possiamo anche interpretare quel “se sei tu” come "dal momento che sei tu", tuttavia la sfumatura del dubbio persiste: per me c’è qui tutta l'umanità di Pietro.

Pietro e Gesù parlano, dialogano c’è una relazione profonda tra Maestro e discepolo, ma si tratta di una relazione sbilanciata: da un lato c'è la fragilità, l’impulsività - e la fede - di Pietro, dall’altro c’è la presenza, costante, di Gesù.
Pietro va, si tuffa, forse per affermare davanti a se stesso, al mondo e a Gesù la sua certezza, in una sorta di exploit di fiducia, coraggio, e fulminea determinazione.
E in effetti ci riesce anche per un po’: cammina sulle acque e sta andando verso Gesù, ma altrettanto fulmineamente s’impaurisce per la violenza del vento e comincia ad affondare.
In altri termini non regge alla forza dello Spirito che lo rende capace di camminare sulle acque. Non ce la fa. Affonda. Non ha che da lanciare un grido: “Signore, salvami!”
Certo: Gesù lo afferra e lo salva. Subito. E gli dice anche quel che pensa di lui: “uomo di poca fede”, lo appella.
Dobbiamo capire che la fede di Pietro è piccola? O piuttosto che nella sua fede vi sono anche dubbi, ovvero che fede e dubbio si intrecciano sempre?
Non so. In ogni caso il grido di Pietro implica la fede: tutti coloro che gridano a Dio manifestano la loro fede.

Quel che capisco io è che questa è una storia iniziata con una separazione (Gesù sul monte, i discepoli sulla barca, la folla altrove) e con una mancanza di...connessione da parte dei discepoli.
È come se dicessero: “Gesù non c’è. Punto. Siamo nei guai. Chi ci dice che quello sia lui e non un fantasma?”

Quel che capisco io è che questa è una storia che continua con una prova “data” da Gesù troppo incredibile, troppo fuori dalla portata umana, qualcosa che finisce per generare un timore dell’azione divina più forte della paura comune, in ultima analisi della comune paura di morire.

Quel che capisco io è che questa storia finisce con un grido, che attesta comunque l’assoluta alterità dello Spirito e della sua azione, rispetto ad ogni possibilità immaginativa di un essere umano, per definizione pieno di dubbi, di incertezze – e di fantasmi mentali - anche se sperimenta la fede, piccola o grande che sia.
Il grido, in ogni caso, è rivolto verso Dio e attesta la fede di chi lo emette.

La parola fede, in ebraico, contiene l’idea di solidità, così come la parola “Amen”, che chiude le nostre preghiere. “Amen” significa: è sicuro, è solido, viene da Dio. Dicendo “Amen” attestiamo la nostra fede nell’affidarci a Dio.

La paura, quella del Covid o di qualsiasi altro evento pernicioso, esiste e dobbiamo farci i conti, non è neanche in sé una cosa malvagia, perché ci aiuta ad evitare i pericoli, ma è tanto naturale, quanto inutile quando s’infiltra in esperienze ed eventi che non siamo in grado di controllare; anzi è controproducente.

Se la nostra fede è solida, non lo è perché siamo campioni spirituali, ma solo perché conosciamo colui in cui la riponiamo.
Io lo conosco? Tu lo conosci?