
Il vecchio e il bambino
Simeone prende in braccio il bambino… (Lc 2,22-40).
Quando leggo questi versetti mi viene sempre in mente per associazione e contrasto una vecchia canzone intitolata per l’appunto Il vecchio e il bambino, in cui s’ipotizzava l'esito di una catastrofe nucleare e si parlava di un vecchio, che, prendendolo per mano, invitava un bambino a immaginare un panorama coperto di grano: "… immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…"
Da qualche giorno la nuova paura incombente non è la catastrofe nucleare, ma la globalizzazione del coronavirus.
Il cantico di Simeone però è un inno alla speranza, non un illusorio sogno ad occhi aperti.
Simeone dice: “Con i miei occhi ho visto il Salvatore, Tu l'hai messo davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le nazioni e gloria del tuo popolo, Israele.”
Curiosamente un’antica tradizione dice anche che Simeone era cieco; comprendo quindi in modo diverso il significato delle parole “i miei occhi hanno visto la tua salvezza.”
Simeone apre una strada per noi, ciechi: anche noi possiamo vedere la salvezza, come lui, che ha aspettato per decenni l'adempimento delle promesse del suo Dio, che al suo Dio è rimasto fedele, nonostante tutte le oscurità della vita, fedele di quella fede che non è semplice credenza, piuttosto fiducia così forte da far dire allo stesso tempo: "Spero e so."
Mi dico allora: se oggi abbiamo paura del coronavirus, di tutti gli interventi umani che alterano la salute dell’intero ecosistema, delle guerre, del terrorismo, dei diritti umani calpestati, del maltrattamento del creato, delle disuguaglianze… nessuno c’impedisce di cambiare rotta...
Non ce l’ha prescritto il medico di continuare a far danni!
Piuttosto che lamentarci o cercare capri espiatori, non sarebbe tanto più liberante per tutti accogliere il cambiamento radicale intuito da Simeone?
Cosa faremo noi con questo Gesù Bambino che il Natale ci ha lasciato tra le braccia?
Lo metteremo via con cura insieme alla capanna, al bue e all'asinello, con Maria e Giuseppe, i pastori e le loro pecore, i magi e i loro doni, gli angeli e la stella fino al prossimo Natale?
Lo lasceremo semplicemente sul ciglio della strada e continueremo senza di Lui, perché non sappiamo cosa farne nella nostra vita?
Oppure Lo terremo con noi e cammineremo con Lui, ricordando tutti questi eventi e meditando su di essi, anche se ciò significa che la nostra vita sarà capovolta?
Cosa fare con Gesù?
Simeone conclude la sua profezia con queste parole: “così saranno rivelati i pensieri di molti cuori.” Tutto è detto in queste poche parole.
La “salvezza” non è trasformazione miracolosa del mondo, né vittoria radicale di Dio che spazza via dalla faccia della terra ogni forma di male e di morte. Questa salvezza si svolge nel cuore e nella coscienza di ogni uomo e di ogni donna.
Cominciamo col trattare bene l’essere umano, ogni essere umano, la natura, la montagna, il mare, gli animali, a trattare bene ciò che miracolosamente abbiamo trovato alla nostra nascita.
Siamo anche noi fra quelli che, ben lontani dalla saggezza di Simeone, sono ancora troppo simili al vecchio della canzone che, seguendo i miti passati, continua a subire l’ingiuria degli anni e non sa distinguere nel pensiero e neanche in sogno il falso dal vero?

