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La strana ricetta

| Enzo O. Verzeletti


Riconoscere che una guarigione è accaduta può essere un inizio.

È successo qualche cosa che ha cambiato le cose. Nel caso del “nato cieco”[1] è stata applicata una ricetta miracolosa: saliva, terra e acqua di Siloe.

Quanto a sapere quale sia la malattia in questione, nato cieco a parte, ognuno può riconoscere la propria; più o meno tutti abbiamo problemi, pesi da portare, lutti, malattie, prove difficili da superare, ostacoli che impediscono di vivere liberi, felici, autonomi.

I farisei ammettono il loro problema: "Anche noi siamo ciechi." Così facendo, offrono anche indirettamente un’interpretazione del racconto: non si tratta soltanto di una malattia fisica, la questione va oltre e non riguarda la scienza medica in senso proprio.

Gesù dirà che il problema non sta tanto nell'essere ciechi, ma nel fingere di vedere, vale a dire nel negare il proprio stato.

Essere deboli e imperfetti non è un peccato, il “peccato” sta nel negare il problema.

D’altronde chi si ritiene sano non cerca e non attende alcun miglioramento e dunque si autoesclude dal potere creativo e rigenerativo di cui parla il brano evangelico.
Credere di essere perfettamente sani è sempre pericoloso, perché la vita s’incarica spesso di mostrare il contrario: ferisce e inchioda a situazioni perniciose, se non si dispone di risorse esterne oltre la propria supposta bastevole salute fisica e psichica.

L’incontro con Cristo stranamente può guarire, ma può anche far “ammalare”, se non poniamo a noi stessi domande sufficienti, chiare e soprattutto se rispondiamo mentendo.
Per quanto questa strada non sia sempre piacevole, è probabilmente di vitale importanza; dice il Cristo: "Sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi" (Gv 9,39).
Gesù invita a riflettere sul significato, sulle cause e sulle conseguenze del male, per questo quando i discepoli chiedono: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”, Gesù risponde: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”.
Che vuol dire tutto questo: le opere di Dio stanno lì per accecare i vedenti e ridare la vista ai non vedenti? Che senso ha questa storia?

Quando ci accade qualcosa di brutto, diciamo subito, quasi automaticamente:
"Perché proprio a me? Che cosa ho fatto di male per meritare questo?"
A volte possiamo essere responsabili dei nostri guai ed esserne consapevoli, ma è anche vero che ciò di cui si soffre non dipende sempre ed esclusivamente da noi stessi, come nel caso del cieco dalla nascita. In altri casi ancora, siamo consapevoli delle nostre responsabilità, ma è tardi per evitare le conseguenze di errori passati: la situazione è quella che è, e appare irrimediabile.
Quale prospettiva è possibile adottare? La situazione è quella, poco importa di chi sia la colpa al fine di uscirne, il senso di colpa risulta inutile e sterile se c’è solo quello e non si fa niente per cambiare.

Per provocare l’uscita dalla malattia Gesù usa una strana ricetta: saliva, terra e acqua di Siloe, mistura inedita.
Che la saliva possa curare un cieco non è una novità: anche i medici coloniali risolvevano casi di disidratazione oculare, che impediva di vedere, sciogliendo con la saliva la crosta che si era formata sugli occhi.
Ma qui il significato delle parole è diverso, come nel caso della parola “acqua” di cui ho parlato la settimana scorsa.
La saliva è un ingrediente fondamentale per l'articolazione della parola, per il Cristo – e per noi - è addirittura l’habitat della Parola. Anche in Marco 8,23 Gesù sana il cieco mettendo la sua saliva sugli occhi dell'uomo.
Che sia un invito a guardare il mondo attraverso il filtro della sua Parola per vedere le cose diversamente?
In fondo, prima che sia possibile operare la trasformazione, è solo il modo in cui guardiamo il mondo e gli eventi della nostra vita che può cambiare e indurci a prendere una direzione verso la vita o verso la morte, verso la libertà o verso la schiavitù.

La ricetta del Cristo prevede la Parola e la terra: il buon senso di chi è saldamente piantato nella creazione, di chi è consapevole di essere su un suolo che ha già trovato creato, bello e fatto. Impastando le due dimensioni, saliva e terra, per noi umani dialogo e buon senso, può accadere qualcosa di nuovo.
L’allusione all'atto creativo di Dio che fa l'uomo modellandolo con terra e saliva è insita in questo racconto, che è un invito ad entrare in un processo di ricostruzione.

Il male, il calvario, la malattia, cambiano l'ordine dell’esistenza. La condizione di chi non vuole o non può tornare indietro è proprio la spinta propulsiva che permette di trovare una strada.
Quando siamo arrivati a questo punto siamo esattamente là, dove Dio può aiutarci: inaspettatamente, miracolosamente.

Ma c’è un terzo ingrediente nella ricetta: l'acqua di Siloe, il cieco deve andare a lavarsi con quella, altrimenti rimarrà solo con saliva e terra sugli occhi, che col tempo diventeranno di nuovo crosta e stavolta più resistente…

Dobbiamo leggere il Vangelo e pregare? Senz’altro, eppure al cieco guarito viene perfino chiesto di non bloccarsi nella sua dipendenza da Cristo, di “allontanarsi” da lui, di diventare indipendente.

Siloe significa "inviato". La spiegazione della parola “Siloe” è addirittura scritta nel testo: non è in parabole, non è per i discepoli, non è per chissà quali maghi: è per tutti.
Quando si guarisce miracolosamente si va a Siloe, “inviati”, a lavarsi.
Se cominciamo a vedere, se abbiamo recuperato la vista, vuol dire che ci stiamo decentrando: non ci sentiamo più il centro del nostro personale e immaginario universo, ci accorgiamo che siamo da qualche parte in mezzo a miliardi di persone anche molto diverse da noi e tra loro, ma con esigenze, storie e desideri molto simili ai nostri.
Si apre finalmente uno sguardo nuovo sul mondo, molto più reale, più vero. Può essere l’inizio di una grande trasformazione per tutti benefica, può diventare l’inizio di un processo di cui non si riesce a scorgere la meta, perché il suo orizzonte è infinito.

Il cieco nato, una volta guarito, andrà verso gli altri, racconterà loro la sua storia, perché ora semplicemente li vede.
E piano, piano, gradualmente, capirà anche chi è Gesù: non tutti sono come quelli cui basta uno sguardo e una parola...”Seguimi!”
C’è anche chi "si accorge" dopo, più tardi.

“Chi ti ha fatto questo?” – chiederanno all’uomo.

Dapprima risponderà: "un uomo”, poi dirà “Gesù.” Poi qualcuno chiederà: “Ma chi è?”

Lui risponderà: “È un profeta." Più tardi lo chiamerà “un inviato da Dio”, e solo alla fine dirà “Credo Signore.”

C’è un'intera vita di conversione, di ricostruzione e di ri-creazione, per il singolo, per le comunità, per le Nazioni, per l’Europa, per il mondo intero.
Siamo tutti in grado di metterci in cammino verso un nuovo essere.
Il tempo di questo incontro appartiene alla storia personale e universale: una dimensione non imposta da uomini, religioni, riti o pratiche.
C'è un momento opportuno, il tempo giusto, per scoprire questa direzione nuova.

Sarà proprio ora questo tempo giusto? Te lo auguro e me lo auguro con tutto il cuore.

 

[1] Gv 9,1-41.