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«Elì, Elì, lemà sabactàni?»

| Enzo O. Verzeletti


Per la Domenica delle Palme

In compagnia della Parola, al Capitolo 26 di Matteo, mi soffermo su pochi versetti:
“Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!”[1].

In quella serata di passione, tutto è estremo: Gesù dà il suo corpo come cibo per la vita, Giuda vende il corpo del suo maestro, probabilmente sapendo che sarà messo a morte.
Le parole scambiate in quel momento rivelano il senso di quel tempo: parole estreme, in una condizione estrema; Gesù parla nel registro “giusto”, adatto alla Sua passione, che sta iniziando.

La passione del Cristo è anche un momento per "depersonalizzare" l’umano; appaiono, come in una sorta d’incantesimo del pensiero, le grandi entità impersonali: la religione costituita, la predicazione, l’impero, la società, il popolo.
La folla si muove oscuramente e i gruppi che la costituiscono vanno e vengono: anziani, farisei, romani, discepoli, seguaci, guardie.
I comportamenti individuali sembrano dissolversi e confondersi nella massa in movimento della grande struttura: le classi sociali, il potere politico, il potere economico, il potere militare.
Chi è in grado di distinguere il vero dal falso, l’onesto dal disonesto, la buona dalla malafede?

A Colui che è stato venduto per trenta denari, la massa cercherà di distruggere dignità e persona: sarà un condannato a morte, colpevole agli occhi della massa, tanto da meritare la crocifissione come qualsiasi altro criminale: ladri, rapinatori, omicidi, sobillatori, ribelli.
Gesù appare come uno di quegli ebrei irrequieti, di fronte ai quali il potere romano non fa particolari distinzioni.
Le umiliazioni fisiche: frustate, trafitture, insulti e torture varie impongono la perdita dell’aspetto umano. Questo continuerà a valere anche nei secoli a venire, dopo il primo dell’era cristiana; rimarrà tragicamente vero che per realizzare un omicidio deciso da molti, ci si assicurerà sempre di squalificare in gruppo la vittima - fisicamente e moralmente - fino a degradarla agli occhi di tutti. Questo atroce delitto viene compiuto solo per falsificare la verità e fare in modo che la colpa reale sia “di nessuno”.

Ma Gesù, il Cristo, resiste a questo movimento.
La Sua Parola rimane sempre personale e si rivolge sempre a qualcuno.
Giuda lo sa, non sbaglia, sa di essere interpellato e, infatti, chiede: "Sarei forse io, Rabbi?"

Come a Giuda, Gesù si rivolgerà, nello stesso modo, a Pilato e al sommo sacerdote.

Quando la tendenza generale è alla dissoluzione di tutti in un collettivo diffuso, la parola rivolta a qualcuno, specificamente, può risuonare tremenda.
E quando la risposta risuona come un rifiuto consapevole, si attua la catastrofe personale e, dentro il mondo, la catastrofe può essere totale.
Gesù si rivolge a Giuda. Giuda sa.
Matteo è l'unico evangelista che parlerà, in seguito, del rimorso di Giuda, quest'uomo che cercherà e troverà sacerdoti e anziani; ma questi religiosi personaggi lo lasceranno solo con la sua disperazione e Giuda si impiccherà.
Cosa avrebbe potuto dire Giuda a se stesso, nel momento in cui l’esatta consapevolezza della sua responsabilità gli si era manifestata in tutta lucidità?
Non sappiamo cosa si disse, ma il suo atto suicida ce lo fa supporre:
"Non posso più vivere, sono di troppo; guai a me, non si può sbagliare fino a tanto!"
Questo suicidio è lo specchio delle parole già pronunciate da Gesù: "Ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!"
Gesù rivela prima del fatto, il tipo d’intenzione che travolgerà Giuda, nel mondo, progressivamente e fino al momento del suicidio.

Cosa vuol dire tutto questo?
Continuiamo a raccontarlo, perché anche noi continuiamo a piazzare Giuda all’inferno, come fece il buon Dante Alighieri?
Certamente no: nulla è dato sapere sulla sorte di Giuda nel tempo dell’eternità, tuttavia coltivo uno spiraglio di luce, di speranza.
Anche se abitato da intenzioni catastrofiche, Giuda non fu solo; un altro, il Cristo, aveva pronunciato queste parole davanti a lui, e con lui.
Gesù non inventa nulla, riprende le stesse parole di altri amici di Dio: di Giobbe, che, al culmine della sventura, invocò come preferibile la propria morte al momento della nascita[2], e di Geremia, che maledisse il giorno in cui fu concepito.[3]
Sono Parole estreme, pronunciate davanti a Dio, da servitori di Dio, stremati dall’angoscia.
Gesù le riprende, perché sono già state abitate da uomini di Dio, che hanno avuto l'audacia di lanciarle al Signore, loro vero interlocutore.
Presto anche Gesù sulla croce dirà parole estreme, che un famoso salmista osò scrivere e offrire come preghiera; Gesù griderà: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?".[4]
Parole estreme, gridate in condizioni di disperazione estrema: Gesù le fa sue, diventano anche queste Parola del Figlio al Padre.

Da questo capisco che non esiste più nelle nostre vite un estremo di sofferenza, angoscia o dolore, che non sia stato visitato dal Cristo, che non possa da Lui essere provato, riconosciuto, espresso, compreso.
Misteriosamente, prima che Gesù muoia appeso al legno della croce, Giuda muore appeso ad una corda.
La passione ce lo mostra: nessun essere perso ai confini dell'umano, del dicibile, del fattibile, è solo. Cristo si avvicina a tutto, a tutte e a tutti, e pronuncia ogni parola, tutte le parole.
Anche quelle della solitudine, dell’abbandono, del dolore; non ci sono parole scomposte o parole sbagliate. Il grido verso Dio esprime tutta la nostra umanità. Così, com'è.

Gridate, se volete gridare, urlate il vostro dolore, anche nell’oggi in cui molti sono in lutto, ‎piangenti per genitori o parenti o amici portati via dal virus, ma vi prego gridate rivolti al Cristo.
Il grido sale anche oggi dalla terra ed è ancora la nostra umanità che grida e prova, anche nello sconforto, a rivolgersi come può al Padre, in compagnia del Cristo, e con le sue parole.

 

[1] ‎Mt 26,24.‎

[2] ‎Cfr Giobbe, capitolo 3.‎

[3] ‎Ge 20,14-18.‎

[4] ‎Sal 22,2.