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Il grande sabato

| Enzo O. Verzeletti


Vuoto e crisi.

La sospensione generale delle celebrazioni liturgiche alla presenza fisica del sacerdote e della comunità dei fedeli fa emergere alla mia attenzione due questioni che mi stanno a cuore.
Da una parte la sospensione colpisce la tendenza idolatrica di un certo ethos del cattolicesimo: come fare ora, che siamo impediti a godere della presenza reale del Cristo nella Messa e proprio nel luogo di culto edificato in Suo Nome?
Dall’altra parte la sospensione ferisce l’identità della Chiesa cristiana e missionaria, nella sua convinzione di essere l'unica autentica beneficiaria dell'Alleanza: come fare a meno delle celebrazioni liturgiche, fonte di testimonianza di cui si sostanzia la funzione sacerdotale dei presbiteri?
La risposta alla prima questione non ha tardato ad arrivare: seguiamo la Messa alla televisione o in diretta live sui social network; la domenica o anche tutti i giorni.
La risposta alla seconda questione è meno evidente, tuttavia suona più o meno così: lavoriamo affinché i fedeli possano quotidianamente sentire la vicinanza dei loro pastori e usufruire di un sussidio per la preghiera nella “chiesa domestica”.
In qualche modo è ormai chiaro che esiste una chiesa domestica dislocata nelle case dei cattolici.

Ora ci troviamo in un periodo particolarissimo: una Quaresima dentro un tempo storico di quarantena.
La dimensione assoluta del sacrificio pasquale s’interseca con la dimensione relativa della coercizione alla riflessione personale, priva di confronto reale, non filtrato da dispositivi elettronici.

Siamo nella Settimana Santa.
Cosa si celebrerà domenica?
La risurrezione del Cristo.
Bene!
Si dice che la domenica abbia sostituito lo Shabbat. In realtà, lo Shabbat esiste ancora per noi, non è stato trasferito alla domenica, ma noi lo viviamo una sola volta l'anno nel Sabato Santo: giorno segnato dalla sospensione di ogni celebrazione.
È un giorno "aliturgico", che non abbiamo imparato ancora a vivere: il Nazareno ha esalato l’ultimo respiro, viene sepolto, si entra nella grande notte della morte, nell’oscurità di ciò che non sappiamo ancora, ma che tendiamo a riempire con l'introduzione di “paraliturgie”, come il rito della sepoltura di Cristo, celebrato il Venerdì Santo in serata, tendente ad occupare progressivamente anche la mattina del Sabato Santo.
Cerchiamo di riempire il grande vuoto della mancanza, la desolazione di essere senza luce, senza vita, senza amici, perché privi di Colui che ci aveva detto di essere il figlio del Padre.
Questa percezione di dolorosa mancanza è così diversa dal non poter partecipare alla Messa e alla celebrazione del rito eucaristico?
Può veramente essere lenita davanti ad uno schermo o davanti ad una telecamera?
Schermo e telecamera sembrano adesso l’unica interfaccia della vita comunitaria della Chiesa.

Poniamoci una domanda – adesso abbiamo il tempo: da dove viene la vita delle nostre liturgie?
Da dove viene questa "presenza" alla quale ci teniamo attaccati, come aggrappandoci ad essa, perché la pensiamo solo come il contrario dell'assenza?
Da dove proviene il Cristo Risorto, se non dall’assenza, se non dall'invisibile, se non dalla morte, se non dalla mancanza?
"Oggi c'è un grande silenzio sulla terra", leggiamo nella Liturgia delle Ore del Sabato Santo: è da quel grande silenzio che la Parola ci (ri)torna.
Perché allora tutta questa paura dell’assenza?
Perché non possiamo entrare dentro questa mancanza?

Forse perché, contrariamente a quanto professiamo, non abbiamo conservato lo Shabbat?
Forse perché non sappiamo, o non abbiamo mai saputo, che cosa fosse, com’era e cosa volesse dire fermarsi?
Fermarsi in tutto, cessare di attivarsi, perfino per ragioni pie.
"Fermatevi e sappiate che io sono Dio": Salmo 45,11.

Ci fermiamo la domenica, ma per celebrare qualcosa che è diventato un "oggetto" della fede, mentre il comandamento dello Shabbat – un comando divino, inseparabile dal primo comandamento, che ci chiama ad ascoltare ed amare il Signore, il solo Signore, perché è il Signore – questo comando è caratterizzato dall'assenza di ogni altra tematica, di ogni altra ragione, di ogni attività. Il comando è tutto quel che c’è nel grande sabato:
"Fermatevi e sappiate che io sono Dio."

La crisi che stiamo attraversando mette a dura prova il logos e il pathos cristiano: la compensazione artificiale dell'assenza dei sacramenti, proposta a volte frettolosamente sui social network, manifesta meno un bisogno reale, che una forma di patologia in relazione ai segni della fede.
Da quando possiamo separare i sacramenti dalla comunità che li celebra?
Se la comunità non può riunirsi, prima di fare spettacolo, approfittiamo di questo grande sabato per interrogaci sul nostro rapporto con i segni della fede, con l'istituzione e con il sacerdozio, se siamo sacerdoti. Interroghiamoci sul nostro battesimo, sul nostro rapporto con il Cristo.
Non rimpiangiamo che "la Pasqua di quest'anno non sarà celebrata".
Perché siamo sempre “a Pasqua” e già ora è “a Pasqua”.
Siamo da sempre nel triduo pasquale. Siamo da sempre nel grande sabato. Come il Cristo, già vittorioso. Con il Cristo, già risorto.
Per la prima volta da molto tempo, possiamo davvero sperimentare cosa sia il Sabato Santo. Possiamo vivere un sabato senza fine, non sacramentalmente, ma esistenzialmente, come i discepoli.
“Lo sposo (ci) è stato tolto. Ora digiuniamo".
Non lamentiamoci: abbiamo bisogno di meno "indulgenze" e di maggiore lucidità.
Anche di decenza abbiamo bisogno. Dopo l'abuso arriva il deserto.
Non c’è idolo, maschera di divinità tuttofare, garante delle umane missioni e compromissioni, sempre sorridente, sempre accogliente, e sempre non troppo esigente.
Non c’è divinità a nostra misura, o, come direbbe Dietrich Bonhoeffer, dio dalla "grazia facile", da sacrificare in spettacolo quotidiano sui nostri schermi.
In questo momento c’è un’accusa da frantumare con la forza abbagliante della Parola che ritorna: l’accusa è quella di aver scelto l’apparenza del bene, l'idolo piuttosto che il vero Dio.
Lo Shabbat in questo senso è una crisi: una prova che obbliga a discernere e invita a cambiare, a vivere l’indomani, ma diversamente.

C'è ben altro da temere che il "sistema" (sanitario o finanziario) collassi: il peggio sarebbe uscire da questa crisi come ci siamo entrati: immaginando di vedere. (Cfr Gv 9,41).