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Uno sguardo sulla contemporainetà, graffiti digitali. Rubrica di Enzo O. Verzeletti

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Il disgelo delle parole

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Quando passerà il gelo dell’inverno, tornerà il caldo e si scioglieranno le parole. Quando le parole cominceranno ad essere riscaldate da un soffio di calore, sciogliendosi come neve al sole, evaporeranno ingrossando nubi, rinvigoriranno antichi corsi d’acqua o daranno origine a nuovi ruscelli?

Stiamo attraversando un periodo molto freddo, l’era della glaciazione linguistica.
Le parole ghiacciate, cristallizzate, rigide, ferme nel tempo e nello spazio, come strutture di ghiaccio multiformi, impervie e inavvicinabili montagne polari, o al contrario, lisce e levigate piste di stadi percorse da pattinatori esperti e meno esperti, sono in ogni caso scivolose. Quando entrano in rotta di collisione si scontrano, si rompono, si frantumano.
Fanno rumore, si trasformano in schegge di significati perduti: frasi fatte, formule rattrappite, slogan infelici, dibattiti violenti.

Le parole di Ezechiele (18,2), parole profetiche, primaverili, vive, possono spiegare la causa di questa situazione:
“I padri han mangiato l'uva acerba e i denti dei figli si sono allegati.”
Siamo forse rifugiati e adagiati in una modalità di raccolta prematura di parole “settimine”? Subito confezionate, prima che maturino e ibernate?
Sono parole sequestrate: pezzi di ghiaccio.
Non dovremmo forse riscoprire le parole mature? Parole disarmate, senza corazza e senza scudo, lemma e logo, per dire, per chiedere, per cercare, per sollecitare altre parole vere; animate dall’intenzione di comprendere altre parole da ascoltare, da cogliere, da mangiare con l’intuito e con il cuore prima che con la ragione.
Il disgelo porta con sé la limpidezza del senso, che svela il mondo e gli eventi che scorrono quali segni di vita, risvegliati ad ogni primavera.

La violenza del cuore e il venire meno dell’intuizione poetica sono fenomeni causati e spiegati dalla stessa glaciazione linguistica, che sospende la gentilezza amorosa, frutto maturo della capacità di vivere insieme.
Nelle forme ghiacciate delle parole ibernate si aggrumano solidificandosi concetti come religione, laicità, monoteismo, cristianesimo, islamismo, ebraismo, democrazia, totalitarismo, fondamentalismo, terrorismo, radicalismo, radicalizzazione, ideologia, universalismo, mondialismo, globalizzazione, populismo, utopia, popoli, nazioni, razze, violenza, odio, verità, illusione, profezia, folle e moltitudini.
Cosa significano esattamente tutte queste parole? Che cosa influenzano, cosa trasmettono? Chi le ascolta? Chi le subisce? Chi le comprende? In quali strutture esplicative si collocano? Si aprono forse alla condivisione, alla comprensione, alla collaborazione costruttiva degli altri? Oppure stanno solo esacerbando tensioni, opposizioni, esclusioni e pensieri mortiferi e distruttivi?

“Le guerre sono sempre di religione; tutti i pensieri sono sempre religiosi; ogni uomo pensa cattolicamente, cioè universalmente; e perseguita, se non riesce a convertire. Solo la cultura rende la diversità adorabile; ma la cultura è rara”[1].
Questa frase si può leggere in Les vigiles de l’esprit[2] al capitolo 43, intitolato L’âme du fanatisme, un testo del 1922.
Qui, ogni parola di Alain (Émile Chartier) dovrebbe essere investigata. Mi accontento di soffermarmi sull’aggettivo “cattolico”, nel senso greco del termine: universale.
Quando l’uomo pensa che il proprio convincimento - quale che sia - sia universalmente valido, onnicomprensivo, giusto, c’è la possibilità che voglia convincere tutti gli altri dell’infallibilità delle proprie teorie o interessi, e, se non ci riesce, esiste anche il rischio che perseguiti chi non vuole convincersi.

Da quando gli uomini pensano in termini di universalismo, i conflitti sono come il “peccato che spia dalla porta”, descritto nel quarto capitolo del libro della Genesi[3].
Proviamo a decentrarci un po’: siete sicuri che se vi piacesse più un cosciotto d’agnello che un peperone, preferireste colui che vi ha regalato il cosciotto di agnello a quello che vi ha regalato il peperone? Sareste così sprovveduti e ingenui, da far dipendere l’amore per qualcuno da un peperone, soprattutto se si trattasse dei vostri figli? O fingereste forse ipocritamente sui vostri gusti per dimostrare l’equanimità dell’affetto genitoriale? Non vi verrebbe forse più naturale additare dolcemente a vostro figlio la pericolosa invidia accovacciata in agguato sullo zerbino della sua casa, a mo’ di cane da guardia?
Per ogni uomo, sempre figlio, il passo dall’essere invidioso al divenire anche superbo è breve: serve per attestare una qualche presunta, meritevole superiorità non riconosciuta, arroccandosi nella fortezza del proprio punto di vista.
Di questo passo si può arrivare ad un franco disprezzo per i propri simili, e ad una totale svalutazione dell’altro, fino all’annientamento, fino all’ultimo girone dantesco, dove Ugolino piange con indicibile sofferenza la propria incapacità ad amare.

Ma davvero come Caino siamo condannati ad andare raminghi e fuggiaschi per le vie della miseria morale?
No, c’è un rimedio possibile, un antidoto, un segno: la cultura.
Alla violenza provocata dall’universalità di un pensiero che si desidera unico, rimedia, dice Alain, la cultura che rende la diversità adorabile, desiderabile.

Non si tratta qui di ridefinire la cultura, ma di prendere atto di almeno uno dei suoi effetti: la possibilità d’incontro con la diversità, attraverso il disgelo della parola.

Credo che la parola ghiacciata sia l’esito di una concezione dell’altro preconcetta o falsa, valutata prima di essere compresa.

Il disgelo delle parole mira a instaurare dialoghi capaci di accogliere e mettere insieme interpretazioni diverse, anche opposte, forse anche contraddittorie: per ricordarci che la verità di un “testo” non consiste nel donargli un senso – più o meno fondato, più o meno libero – ma, al contrario, nella capacità di apprezzarne il senso e di trovare nella diversità del punto di vista l’alterità di cui si compone.
Oggi, forse c’è un’urgenza: imparare ad ascoltare quello che dicono le persone di opinione diversa e varia. Capire che la comprensione è sempre opera dell’alterità, che disloca l’evidenza dei nostri punti di vista, aprendo scenari nuovi. La verità e la comprensione non vengono dalla soggettività, ma dallo scartamento operato dall’alterità venuta alla parola, al linguaggio come tale, che nella sua essenza è dialogo.

 

[1] Il n’y a de guerres que de religion; il n’y a de pensées que de religion; tout homme pense catholiquement, ce qui veut dire universellement; et persécute s’il ne peut convertir. À quoi remédie la culture qui rend la diversité adorable; mais la culture est rare [...]
Et la dangereuse expérience de ces siècle-ci est d’interroger tout homme comme un oracle, remettant à chacun la décision papale. Toutes ces majestés sont maintenant hérissées; les dieux sont en guerre; il pleut du sang. Ces maux descendent du ciel.

[2] http://classiques.uqac.ca/classiques/Alain/Vigiles_de_lesprit/vigiles_de_esprit.pdf

[3] 6 Il Signore disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? 7 Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!»

Sentieri. / Piste antiche, / itinerari moderni. / Lontani dall’asfalto. / A piedi, / passo dopo passo. / Orizzontarsi. / Ricordare l’ebrezza originaria: / del camminare, / della libertà. / Dove inizia ogni esodo, / ogni ricerca, / ogni scoperta. / E ogni possibilità d’incontro.

Enzo O. Verzeletti, Tramites, 2017.

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