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Il discorso del noi

| Enzo O. Verzeletti - 06/10/2017


Altruismo: è vero che si tratta di una parola un po’ demodée… quasi fosse un abito dimenticato nell’armadio e dalla foggia superata, dopotutto ancora in ottimo stato, per nulla infeltrito o tarlato. Quindi, senza farci fermare dall’odore di naftalina, proviamo a tirarlo fuori e ad indossarlo in questa stagione fredda in convivialità e anemica di benevolenza.

L’altruismo: una manifestazione naturale di bontà umana della quale abbiamo tutto il potenziale, nonostante le motivazioni multiple che attraversano e a volte dominano il nostro spirito.

L’altruismo sembra essere un fattore determinante della qualità della nostra vita presente e futura.

L’uomo del nostro tempo si trova nell’urgenza di fronteggiare innumerevoli sfide, si sa, e non facciamo che ripetercelo. Ma allora come conciliare gli imperativi del “benessere” personale, dell’economia, del rispetto dell’ambiente e della ricerca?

Imperativi che si articolano nel breve, nel medio e nel lungo termine e quindi varcano la soglia di epoche situate anche nel futuro. Sono tappe temporali, che mi appaiono come gradini di una scala non troppo comoda da salire, perché caratterizzata da tre tipi di interesse: il nostro (e questo in genere ci piace), quello di chi ci è prossimo (e questo è meno scontato che ci piaccia) e quello di tutti gli umani nello spazio e nel tempo (e questo risulta per lo più inimmaginabile).

L’altruismo è un concetto – mi potrei permettere di chiamarlo valore… - che ci permette di vedere le tre tappe congiunte nel tempo, e riconsiderarle più che come una scala di pietra da salire faticosamente, come una scala musicale da armonizzare tenendo conto delle sfide, delle tensioni, delle incertezze poste dalla percezione di una “musica contemporanea", mi si consenta la metafora.

Nel nostro tempo, l’altruismo probabilmente è più che una necessità, è un’urgenza e al contempo una soluzione.

Tutti dicono – anche noi – che il mondo affronta crisi di ogni genere: crisi personali, inquietudini, vuoti di energia fisica, condizioni lavorative opprimenti o pressanti, malesseri familiari, sociali e collettivi di vario genere. Ci si lamenta di tutto e se l’età media di comparsa delle sindromi a carattere depressivo, secondo recenti statistiche,  si abbassa mentre il numero in percentuale dei casi aumenta, saremo forse costretti a considerare i sintomi depressivi come uno degli esiti di questo stato di cose.

A medio termine per ciascuno di noi è situata l’aspirazione alla propria realizzazione personale, poi, però, c’è una voce che grida dalle generazioni future (quelle che sono già incarnate nei figli), che prefigura in maniera inquietante l’uomo ai bordi di un precipizio. Per la prima volta nella storia, le attività umane hanno un impatto sull’avvenire del pianeta Terra, sulla biosfera, sulla specie umana. Non siamo preparati a questo, né intellettualmente, né emozionalmente. È arduo riuscire a mostrare e ed è arduo immaginare la forza della benevolenza, il potere di trasformazione risolutiva di una vera e sincera attitudine altruista sul piano individuale e collettivo.

Il problema allora è: come apprendere a comportarsi altruisticamente, se non ne vediamo la necessità per noi stessi nel presente?
Non è solo questione di psicologia individuale; l’altruismo è come un albero che si estende, radica e ramifica in tanti campi, fino a quelli dell’ecologia ambientale e della politica.
Abbiamo la tendenza a separare la psicologia dell’interiorità, centrata sulle avventure o disavventure del nostro Io, e la politica dell’esteriorità, centrata su tutto ciò che sembra non riguardare il nostro “vero” Io.

Allora forse è bene recuperare la nozione di “interiorità sociale”, l'interiorità cittadina di chi abita la Terra (“intériorité citoyenne”1 di Thomas d'Ansembourg), e offre il meglio di sé al servizio di tutti, avendo cura di se stesso, della propria interiorità, delle proprie migliori qualità. Si tratta di un lavoro di “giardinaggio”, per alcuni più semplice, per altri più complesso, ma questa è la soluzione; si comincia con il riconoscere di avere tutto il materiale genetico e gli strumenti per farlo. L’evoluzione ci ha reso capaci di questo. Una società che non riflette, non sente e non vede non può che degenerare.

Abbiamo bisogno d’imparare a compitare questo senso della comunità che ciascuno di noi reca in se stesso, per poter articolare il “discorso del noi”, di ognuno di noi come parte di un tutto appartenente al passato, al presente e al futuro, tempi coniugati al modo del legame sociale. Così è il regno dell’Uomo, perché è il regno di Dio.

 

1. https://www.youtube.com/watch?v=54s64PB0PC4