Skip to main content

Toccare con mano

| Enzo O. Verzeletti


Domenica scorsa, giorno di Pasqua, il Vangelo ci ha riferito dell'atteggiamento di fronte alla tomba vuota di un discepolo anonimo,

designato soltanto come “colui che Gesù amava”, chiamato anche “l'altro discepolo”. Colui che vide e credette. Affermazione spontanea e concisa.

Non si può reagire più velocemente!

Oggi lo stesso evangelista ci parla dell'atteggiamento di un altro discepolo, questa volta chiamato e soprannominato, Tommaso, Didimo (gemello). [1]
“Se non metto la mano ... no, io non ci credo”: questa è la logica di Tommaso.
La sua è insieme un’affermazione e una reazione, che durano da otto giorni, rappresentando una condizione della mente e del cuore.
L'altro discepolo vede, eppure apparentemente non c'è niente da vedere.
Vede, cosa? Non si sa. Lui crede. Punto e basta.
Tommaso il gemello, invece, vuole la prova: gli sarà concessa.
Il primo crede in assenza della prova, il secondo ha bisogno dell'evidenza dei sensi ordinari, della prova materiale.
Sono due uomini diversi, non due comportamenti all’interno della stessa persona, i testi non dicono che a volte siamo nella condizione dell'uno, a volte dell'altro o in entrambe.
L'altro discepolo: sono io ... forse tu? Tommaso il gemello: non sono io ... forse neppure tu?

Gesù, con un garbato rimprovero al secondo, loda il primo:
“Perché mi vedi, credi. Beati quelli che non hanno visto e che hanno creduto.”

La questione non è misurare la volontà più o meno buona di accettare la risurrezione di Gesù.
La questione è radicalmente altra: quella della personale attitudine dei discepoli – e nostra - a “vedere”; a vedere oltre l’evidenza materiale e razionale.

Tommaso non si fida di ciò che dicono gli altri, vuole toccare con mano, perché non vede quello che gli altri vedono, vuole “provare” da solo, dopo aver rifiutato di credere alle parole degli altri, come chi, forse a ragione, non vuole sottomettersi per partito preso all’esperienza altrui; quindi chiede, esige di toccare, di metterci le mani sopra. In questo modo ritiene di poter credere all’esperienza altrui, di afferrarne la realtà oggettiva. Il comportamento di Tommaso tende ad abolire la distanza tra l’assoluto e il relativo in modo che non ci sia nulla di non provato. Questa logica, che in fondo è quella del metodo scientifico, non tiene conto della possibilità che la capacità di vedere di cui parlano i vangeli sia qualcosa presente in tutti gli uomini, ma non in tutti continuativamente funzionante. Diciamo che somiglia un po’ ad un talento specifico: tutti lo hanno, molti lo scoprono, alcuni lo esercitano, pochi lo portano a perfezione.

Mi chiedo, cosa ha visto Tommaso di Gesù durante il discepolato, se ora deve visitare le sue ferite per autenticarlo?

Forse, di fronte allo scandalo della crocifissione, il dolore, l’amarezza, il senso di abbandono provati diventano una condizione fissa, apparentemente uno stato oggettivo immutabile.
In fondo non sono rari coloro che vedono in se stessi e negli altri solo le tracce delle disgrazie e sembrano quasi essere infastiditi dall’arrivo di nuove, buone notizie. Sembra come qualcuno li volesse distogliere dalla commiserazione e disturbare la loro sofferenza.
Ci sono persone che, incollate a questa abitudine, divenuta quasi uno stile di vita, non perdono mai un’occasione per partecipare ad un funerale, per poi costruire mausolei e diventare autori di elogi funebri, facendo così zampillare su se stessi le qualità che prestano agli scomparsi.
Saranno questi quei morti che bisogna lasciar andare a seppellire i loro morti?
Al culmine di questo processo, nel degradarsi del bisogno della prova, subentra un livore sordo e sarcastico, che si diletta delle battute d'arresto del mondo, per poi sbeffeggiare i presunti fallimenti altrui.
Costoro preferiscono l'inerzia al movimento, l'immobilità alla creatività, l'intorpidimento alla passione. Il loro motto è: "Qui da noi abbiamo sempre fatto così!"
L’Altro non risuona nelle loro parole.
Costoro - come Tommaso avrebbe forse continuato a fare, se il Cristo non lo avesse liberato con un atto “educativo” veramente divino, un colpo da Maestro, solo a Lui possibile – costoro dicevo, controllano Dio, valutano gli uomini, chiudono la parola, dettano le verità.

Nel Vangelo hanno l'impronta delle istituzioni e del potere, le caratteristiche dei farisei, dei maestri della legge e degli scribi: quelli che legano pesanti fardelli sulle spalle degli altri, perché conoscono il bene e il male. Didimo, prima che il Cristo Risorto lo tocchi, è così. Già: perché in realtà non sarà Tommaso a provare il Cristo, ma il Cristo mediante l’ennesimo abbandonarsi alla volontà del Padre, davanti all’incredulità, proverà Tommaso.

Tommaso faceva molta fatica a vedere la via, la vita, la verità, probabilmente perché ne sapeva ancora molto poco. Come avrebbe potuto ammettere e accettare ciò che gli altri discepoli gli raccontavano della vita di Gesù, quando lui stesso era così poco vivo?

Gesù risponderà alle lamentele di Tommaso: lo autorizzerà a mettere in atto la volontà di toccare le sue mani e il suo costato, perchè il dono della vita va certamente oltre la ristrettezza delle vedute umane.
Tu vuoi mettere la tua mano su di me? Fallo! Sarai stupito – sembra quasi suggerire l’atteggiamento di Gesù - Tu non sai dove questo ti porterà…
E accade il grande avvenimento: Tommaso improvvisamente sperimenta un Altro di fronte a lui: pensava di toccare un uomo, e invece si trova faccia a faccia con Dio: Altro assoluto rispetto ad ogni attesa.
I fori nelle mani dell’Uomo Risorto rendono le mani di Tommaso impossibilitate a prendere, incapaci di afferrare, di appropriarsi del dono attraverso la prova. Tommaso voleva mettere le mani sulla carne dell’Altro: impossibile, non si possono mettere le mani sulla carne liberata, sulla Vita, sull’amore.
La ferita nel fianco del Redentore produce uno squarcio nel guscio di Tommaso, uno spazio, un posto per “essere al fianco”, per ritrovarsi al fianco, e finalmente vedere con occhi di altra natura chi è veramente il Cristo, che crea la distanza per mettersi in presenza dell’altro, lì dove la comunione può avere luogo.

Beati quelli che non hanno visto e che hanno creduto.
Beati coloro che credono senza mettere le mani sull'uomo e su Dio.
Coloro che non hanno visto e che credono si renderanno conto.

Ora, tutti gli altri sono avvisati: possono essere portati dove non volevano andare.

 

[1] Gv 20,19-31.‎