
Pentecoste plenaria
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,
mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
per timore dei Giudei,
venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!"
Gv 20, 19-23: domenica 31 maggio 2020.
I discepoli hanno paura: certo! Gesù è stato messo a morte e potrebbe capitare anche a loro.
Si sono barricati (in casa): per proteggersi; tuttavia, la paura è ancora lì e non vedono via d’uscita, la casa si è trasformata in prigione.
Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”
Quale pace? È difficile – molti lo sanno – vivere nella paura, sotto la minaccia di abusi, violenze, calunnie, con l’incubo, in ogni momento, di essere investiti da parole di odio, combattuti senza motivo (Ps 108, 3).
È la carne che è ferita: percossa, fiaccata, sfibrata... trema, come quella di Gesù quando già nel Getsemani trasudava sangue (Lc 22, 44).
Quando si ha paura non c'è più spazio per vivere senza angoscia, senza stanchezza, senza rancore.
Per i discepoli, il ricordo del trauma è vivo e li segue come un’ombra. Ovunque.
Anche se il Maestro è stato crocifisso molto tempo fa. Anche se la vita è stata cercata altrove.
Anche se, sopravvissuti, vivono, nascosti, da fuggiaschi.
Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi.
Il verbo “rimettere”, nella traduzione italiana, traduce due verbi diversi adoperati nel testo greco, aphìemi e krateo.
Aphìemi significa “lasciare andare” e quindi, potremmo dire, cessare di reagire, abbandonare la presa del rancore, in certo qual modo anche disfarsi dell'attrattiva negativa che il nemico suscita; lasciare andare per smettere di trattenere l'avversario nei nostri pensieri a causa della paura che ne abbiamo, con l'illusione di poterlo dominare; "lasciare landare" , per liberare, ma soprattutto per liberarsi: questo è "trovare la pace".
Al contrario non rimettere i peccati, non perdonare - qui il verbo è krateo - significa esercitare una forza, dominare; si tratta della tenacia e del persistere nel tempo della paura e del risentimento nei confronti di chi ci ha offeso o ferito in qualsiasi modo. Questo è "non rimettere i peccati"; porta con sè il rischio di trattenere e tenere in vita il peggio, che consiste nel voler dominare l'avversario, illudendosi di tenerlo sotto scacco, sia pure nascondendosi, mentre ci chiudiamo con lui nella stessa gabbia. Nella stessa cella.
Ma come si fa ad avere la capacità di “mollare” la presa della paura e del rancore su qualcuno che ci appare malvagio, che ci ha offeso e non sembra per nulla disposto a riparare, ma piuttosto a ripetere l’offesa?
[Gesù] mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
L’immagine è fortissima. È Vangelo. È illuminante: lo sguardo di Gesù è distolto dal persecutore, mentre mostra le proprie ferite; per questo i discepoli gioiscono: perché vedono tutto ciò che di liberante si manifesta nella capacità di mostrare le proprie ferite, lasciando svanire il rancore.
È proprio qui che la pace sostituisce la paura, mentre subentra la libertà. Le mani e i piedi del crocifisso sono ancora ferite, ma l’Essere vive e la gioia negli “eredi” prende il posto della paura.
Come è possibile questo capovolgimento?
Nel Getsemani, prima della cattura, Gesù dice al Padre, a chi è insondabilmente più grande di Lui e lo contiene, "Non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22, 42): non lotta, rimprovera Pietro che reagisce, si abbandona alla volontà del Padre, che preserva l’integrità di chi si affida alla grande vicenda della vita. Qualunque sia la prospettiva del calvario da attraversare.
Nessuno può sfuggire totalmente alle prove, al male, alla malvagità. Anzi, più si ama, più si è veri, più si patisce.
La pace che improvvisamente i discepoli provano nel vedere Gesù non è soltanto la guarigione dal trauma della perdita del maestro, è la sostanza stessa della missione per la quale sono stati inviati nel mondo.
“Ricevete lo Spirito Santo" - letteralmente: Ricevete il respiro.
È evidente il legame tra il ricevere il soffio dello Spirito e il dono di rimettere o non rimettere i peccati:
sono i discepoli, quelli che seguono Gesù, a ricevere il suo respiro e ad avere quindi la possibilità di scegliere tra il rimettere e il non rimettere i “peccati”; si tratta di tutti i discepoli, non solo dei sacerdoti e dei vescovi, come la dottrina ha indicato molto più tardi.
Lo Spirito è donato a tutti, nello stesso momento in cui viene offerto il "potere di legare o sciogliere", di trattenere o di lasciare andare.
La prova della paura diventa il luogo per eccellenza in cui si concede all’altro di andare e a se stessi la gioia della libertà.
Il martire o l’eroe, che destabilizzano il malvagio e insieme lo lasciano libero di scegliere se rimanere nella gabbia della propria impotenza o unirsi al loro lasciare andare e accogliere lo spirito che si manifesta in vista di un bene più grande, sono testimoni estremi di questo processo vitale; un processo vitale che scorre ovunque nelle vene del mondo; la storia è disseminata di vicende di singoli, che hanno portato e trasmesso il respiro di Dio.
Più forte della paura è la gioia che viene dalla pace, più potente dell'ostilità è lo Spirito.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome, canta Maria proprio nel momento in cui è minacciata, secondo la Legge, di essere lapidata per adulterio: ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. (Lc 1, 49; 52):
Questo è il dono che ci attende, oggi, in questa festa di Pentecoste: che ne vogliamo fare?

