
Pentecoste
Pentecoste: una ricorrenza religiosa per ebrei e cristiani.
I primi ricordano il giorno in cui Dio, sul Monte Sinai, donò la Legge a Mosè, il profeta che aveva guidato il suo popolo fuori dalla terra di schiavitù.
I secondi ricordano il giorno in cui lo stesso Dio donò lo Spirito a tutti coloro che erano (sono e saranno) discepoli del Cristo, il Messia, riconosciuto come tale dai cristiani.
Il dono dello Spirito è per tutti, schiavi e liberi, schiavi simbolici e schiavi nel senso letterale del termine, prigionieri e uomini liberi. Certo, bisogna crederci.
Del resto mi pare impossibile che si realizzi in noi stessi qualcosa di cui si neghi l’esistenza.
A pensarci bene il dono delle tavole della Legge e il dono dello Spirito hanno almeno tre aspetti in comune: la manifestazione della divinità, la trasmissione di un contenuto di fede, la presenza di un gruppo, cui il contenuto è destinato.
Come si manifesta Dio agli uomini?
La gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. (Es 24,12).
E quando Mosè scese dal Sinai, dopo esservisi recato per la seconda volta, portando con sé le due tavole della Testimonianza, ignorava che la pelle del suo viso era diventata “raggiante”, perché aveva parlato direttamente con Dio (cfr. Es 34,29).
Agli apostoli lo spirito di Dio si manifesta invece come un improvviso fragore proveniente dal cielo, un vento impetuoso e tuonante, accompagnato da lingue di fuoco.
Che cosa succede dunque? Quali sono le conseguenze di questo evento che ha del tremendum?
Mosè diventa “raggiante” e gli apostoli subiscono una trasformazione tale da parlare lingue mai conosciute prima. Fuori, nelle strade vicine, stupore, meraviglia, paura.
Gli apostoli, che sono in casa al momento della discesa dello Spirito, si mettono a parlare di Dio; la folla accorre, una folla colorata, cosmopolita - molti stranieri sono a Gerusalemme per la festa di Pentecoste - si raduna intorno alla casa e le voci degli apostoli si fanno più precise, più chiare: ascoltando più da vicino, tutti i presenti sentono parlare delle meraviglie di Dio nella loro lingua madre. Non credono alle loro orecchie! Sentono parlare di Dio: la voce che proviene dalla casa dice le grandi cose che Dio ha fatto. Sentono parlare del Cristo che è vivo e della pienezza delle loro vite.
Quello che accade è un miracolo, il miracolo della comunicazione, senza algoritmi, senza segreti, senza influencer o piattaforme...
È il miracolo che permette, dentro un frastuono sconvolgente, l’emergere della Parola.
Nell’Antico Testamento la Legge fu donata. I dieci comandamenti furono stabiliti. L’umanità aveva bisogno di quel dono e ha ancora questa necessità. “Non uccidere”, “Non rubare”, “Non dire falsa testimonianza”. Siamo tutti d’accordo vero? Eppure…
Nel Nuovo Testamento si va ancora oltre. La Parola come Testimonianza scritta dal dito di Dio sulle tavole di pietra, è anche lingua umana che può essere ascoltata, compresa, ridetta da ciascuno, diventa suono, canto che può raggiungere ogni orecchio, diventa risanamento della Babele.
La discesa dello Spirito è anche un accadimento a livello psicologico; corrisponde a quei momenti della vita nei quali un evento esteriore o interiore ci ha resi più fragili, più esposti, ma al tempo stesso più ricettivi nei confronti di parole, segni e pensieri prima quasi assenti dal nostro orizzonte di senso.
Per capire meglio questa situazione pensiamo a come dovevano sentirsi gli apostoli cinquanta giorni dopo la Pasqua, dopo che avevano vissuto momenti particolarissimi, eccezionali.
Presi dallo sgomento, dal timore, ma anche dalla sorpresa e dalla forza del sentimento, sono costretti ogni momento a ripensare e a rimanere stupiti rispetto a ciò che hanno sperimentato; devono ritornare sulle parole ascoltate e sul cammino fatto.
Guardano indietro, ritornano sui loro passi e rivedono loro stessi, ritrovano nella memoria i discorsi del Nazareno, ne ricordano i gesti, le parabole e le spiegazioni alla luce dell'incontro col Risorto, e all'improvviso sentono e rileggono tutto il loro vissuto in una luce nuova; il senso della loro esperienza ha ora una chiarezza e un’evidenza mai avute prima.
Questa è la discesa dello Spirito.
Nel frastuono del ricordo, dei tentativi di comprendere, dell’emozione, del pensiero, della sofferenza, mischiata ad una luce nuova che ha dell’incredibile, si staglia la verità in tutta la sua pienezza.
Non si può più essere come prima. Chi ha negato, chi ha tradito, chi ha fatto una scelta diversa dev’essere rimpiazzato, tutti gli altri, insieme – perché nessuno sarà più solo - hanno un’unica Via da percorrere: quella della carità, della misericordia, dell’amore. Non esiste altro modo, non esiste altro mondo possibile per loro.
C’è una Parola fra le altre che vorrei ascoltare, cantata in una polifonia multilingue, la trascrivo in parte, invitando a leggere il resto (Gv 17,1-26) lasciando spazio ai ricordi di Giovanni, l’evangelista; come non immaginare che Giovanni fu costretto più e più volte a riandare con il pensiero e con il cuore a queste parole?
Così pregava Gesù, rivolto al Padre giusto “che è nei cieli”, intercedendo per i suoi discepoli:
"Consacrali nella verità. La tua parola è verità.
Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo;
per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.
Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola"
Con l’augurio che questa Pentecoste sia simbolo di ritorno verso una nuova primavera, ora finalmente, dopo tanta pioggia, anche nell’aria intiepidita dal sole. Ognuno di noi possa ritornare ad ascoltare in mezzo a tanto rumore quella parola scolpita nel cuore.

