
Paura
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini,
anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli;
chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini,
anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.
Matteo 10,26-33 - Domenica 21 giugno 2020.
Il Vangelo di questa domenica sfiora il paradosso: Gesù incoraggia i discepoli a non avere paura, a ripetere le sue parole a gran voce dai tetti, e poi conclude con un avvertimento inquietante, che sembra pronunciato come per convincere all’obbedienza attraverso la paura.
Tutti sappiamo cos’è la paura; siamo entrati nel nuovo millennio con l’11 settembre 2001 portandoci dentro un mondo in cui la parola “terrorismo” è sulla bocca di tutti.
La cristianità, nonostante il trionfante giubileo, si scopre debole, proprio in Europa, là dove ha invocato le sacre “radici cristiane” della cultura europea.
Ed ora, come a corollario della precarietà di un modo di sentire, portare e trasmettere la fede, c’è anche la paura del Covid19.
Il contesto guida quasi obbligatoriamente la lettura del vangelo di questa domenica.
“Non abbiate paura”. Non bisogna temere le avversità, perché chi può veramente causare il danno più grave, il vero nemico, è colui che farà di tutto per impedire di diventare ciò che si è davvero.
Facile a dirsi: dove trovare la fiducia in ciò che siamo?
Gesù lo dice: di due passeri, che vengono ordinariamente venduti a molto poco, neanche uno morirà, se Dio non lo vorrà. Neanche un solo capello cadrà senza la volontà divina.
Gesù poteva dire queste cose perché si fermava ad osservare il mondo, gli uomini, le donne.
Se anche noi fossimo in grado di farlo, ce ne accorgeremmo, ma questo non succede; siamo occupati sempre in qualcos’altro che ci distoglie, perchè se ci fermassimo ad osservare ci renderemmo conto per prima cosa...proprio delle paure che ci abitano, dei nostri draghi.
Basterebbe porsi una semplice domanda per avere un rapido sentore di quella paura: cosa faremmo, se come per incanto, ci trovassimo rassicurati di non correre alcun rischio, se fossimo certi di poter vivere in una condizione di pace totale da questo preciso momento in poi?
Potremmo forse neanche riuscire a immaginarlo, o forse andremmo a dire tutto quello che pensiamo a qualcun altro, o forse lotteremmo accanitamente per qualcosa di non ancora realizzato nelle nostre vite; forse cambieremmo lavoro o sentiremmo il bisogno di un figlio, o ancora diventeremmo oppositori di tutto ciò che sentiamo dannoso, deleterio, ingiusto, bugiardo.
Forse saremmo persino capaci di dare il benvenuto a persone che appartengono a un universo mentale che ci confonde. Non so. Ognuno avrà risposte diverse, perché l’elenco è infinito come la gamma delle possibilità del nostro essere.
Il Vangelo di oggi è un estratto del discorso di Gesù, in cui è detto cosa attende il discepolo.
A meno che non si viva in certi angoli del mondo dove le chiese vengono ancora bruciate, la sfida che abbiamo davanti come cristiani non è la persecuzione religiosa, ma è quella di resistere a tutte le tendenze che rinnegano l’unicità e l’originalità di ogni essere umano, che impediscono di coltivare liberamente ciò che è stato seminato nella cavità del nostro essere, che deridono il dolore davanti alla miseria altrui, che ridicolizzano il desiderio di infinito e l’aspirazione a trovare la sorgente del proprio essere.
Chiunque rinneghi di realizzare l’essere che è, la vita che gli è stata donata in tutta la sua bellezza e pienezza, non si renderà riconoscibile agli occhi dell’amore.
Se non sappiamo cosa sia l’amore, nessun altro ci riconoscerà. Perchè le radici cristiane dell’umanesimo europeo si basano su questo esatto principio; se le rinneghiamo, non saremo più credibili per nessuno.
Quindi, coraggio. Se siamo cristiani, ancorati alla risposta affermativa verso il bene, non temiamo di essere anche noi figli di Dio e figli dell’uomo, non proviamo terrore di fronte a ciò che siamo e di fronte alle nostre aspirazioni, ai desideri e ai pensieri che ci abitano. Se abbiamo davvero fede, se siamo discepoli del vangelo, questo è ciò che può fare la differenza nel nostro mondo.
Dalla ghianda si sviluppa la quercia, dal seme buono nascono buoni frutti.

