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Gioghi pericolosi?

| Enzo O. Verzeletti


Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero
Matteo 11,25-30 - Domenica 5 luglio 2020.

Inizio dalla fine: di quale giogo si parla? A tutta prima un giogo sembra  comunque un qualcosa che lega e da portare addosso. Gesù indicava una via nella quale il Signore del cielo donava gratuitamente, per grazia, la sua saggezza ai piccoli del mondo: non c’erano neanche pesanti studi da fare: ciò che il Padre voleva rivelare era donato. Inoltre, il Figlio si faceva conoscere da coloro che erano piegati dal peso dell'esistenza, promettendo riposo e ristoro.

Se la verità viene rivelata ai più piccoli, possiamo provare a interrogarci senza l’arroganza di pretendere di trovare tutte le risposte per poi fingere di sapere.
Se Gesù offre "qualcosa" di suo, non sarà per complicarci ulteriormente la vita, più di quanto non sia già complicata. Questa intenzione non sarebbe degna di Lui e l’idea in sé... non dev’essere farina del suo sacco.
Gesù è venuto al mondo per sollevare gli oppressi; il miracolo narrato in Luca 8,10-17 lo dimostra: una donna piegata, ricurva tanto da non poter mai raddrizzarsi, è chiamata, le mani del Maestro l’aiutano a raddrizzarsi, il fardello che la opprime viene rimosso.

Allora, cos'è questo "giogo" da prendere e da portare?
Il giogo concretamente è un’imbracatura che unisce due animali che devono svolgere lo stesso compito. In Matteo 19,6 Gesù usa ancora l'immagine del giogo per descrivere l'unione dell’uomo e della donna: "Ciò che Dio ha messo sotto lo stesso giogo, che un essere umano non lo separi”, frase spesso tradotta “ciò che Dio ha unito, che l'uomo non lo separi”.
Gesù quindi parla del giogo ed evoca, così facendo, la comunione di due persone che diventeranno "una sola carne": sono unite, congiunte dallo stesso giogo ("giogo" e "coniugato" hanno la stessa radice).
Allora forse conviene riformulare la domanda: il giogo in questione chi unisce?
Unisce noi a Lui e Lui si unisce a noi: questa è la Sua proposta. Rivela un’offerta  e un’aspettativa, è la proposta dell’Emmanuele, come lo chiama Matteo all’inizio del suo Vangelo, del Dio con noi.
Il giogo è il nostro legame indissolubile con il Cristo, che cammina con noi, al nostro ritmo, mentre noi impariamo a camminare al Suo.
Questo giogo è leggero?
Sì, perché non è "qualcosa" da portare in aggiunta: si tratta dello Spirito. Ciò che ci unisce a Cristo senza appesantire le nostre spalle, nel Nuovo Testamento, ha un nome: lo Spirito. Questo è il giogo leggero, che raddrizza le vite, il legame che non incatena, la comunione che libera, il legame che niente e nessuno potrà spezzare.

Certo qui siamo all’inizio della predicazione e difficilmente i discepoli avrebbero afferrato il senso del discorso se Gesù avesse loro detto che il giogo è simbolo dello Spirito. Per arrivare a sentire questo, bisogna sperimentare e vivere l’unione con il Cristo. Questo avverrà più tardi per gli apostoli. Prima ebbero bisogno di avvicinarsi, interrogare, ascoltare, provare, accogliere e solo dopo compresero a fondo il giogo che non lega, il legame che libera.

 All’inizio del brano Gesù aveva detto: "Padre, ciò che hai nascosto ai saggi e ai dotti, hai rivelato ai più piccoli". Il “piccolo” indica in primo luogo il neonato che ha bisogno di tutto e tutto riceve e assorbe per vivere, per imparare, per crescere:  cibo, rumori, sensazioni, parole, volti.
È un'immagine parlante per designare prima di tutto il Cristo, Colui che riceve tutto dal Padre; ogni cosa Gli è data dal Padre, perché il Figlio è il primo dei "piccoli". 

Essere – farsi – piccoli con il Primo dei piccoli vuol dire ricevere lo Spirito che ci unisce a Lui; questo fatto ha un nome: con terminologia... tecnica significa essere cristiani.