
Gettare le reti
Esiste ancora la tradizione di suonare di citofono in citofono, di passare di casa in casa - non per la festa di Halloween, per il “dolcetto o scherzetto” - , ma per la benedizione delle case...
Anch'io lo faccio durante la Quaresima e il periodo pasquale e a fine giornata prendo qualche appunto; soltanto con le risposte secche, brusche, che rasentano la scortesia, potrei scrivere un libro:
“Devo scendere il cane”
“Sto facendo lo shampoo al gatto”
“Non ho tempo di parlare con te”
“Ora non posso, ho il soffritto sul gas”
“In casa non c’è nessuno" (questo o era una fantasma o era Ulisse).
“Vuole benedire casa proprio adesso? Può ritornare più tardi?” (Si certo...ci conti!)
“Ecche sarà mai una stilla d’acqua benedetta? Manco fosse benzina...” (commento fantastico: la mediazione umoristica dell’intelletto moderno un po’ ateo e un po’ credente).
Mi trovo spesso a pensare a questo aspetto del destino che l'aria del tempo sembra riservare ai cristiani: la beffa beffarda che attraversa i decenni, agita i media e la “riflessione colta”, provoca la diffidenza istintuale di molti; piace designare il credente come un residuato arcaico, scisso, per non dire menomato di una parte di se stesso, dedito ad una credulità credulona che fa sorridere, quando non scatena il sarcasmo o addirittura la franca ostilità.
Certo non ho a che fare con circoli filosofici o scientifici, ma “scartare” il “non verificabile”, trovandolo anche ridicolo, ambiguo, se non sospetto, sembra essere il metodo “rigoroso”, applicato scientificamente, perfino dall’uomo della strada.
In nome sempre del buon senso, naturalmente! In nome del ragionamento “razionale”.
Alcuni dicono forse, conversando amabilmente: “Come può pretendere di pensare e ragionare razionalmente, questo qui che ancora si commuove per le ‘favole’? Come può osare porsi come interlocutore, uno che non è ancora riuscito a rompere una volta per tutte con un’eredità fatta di superstizione? Come è possibile che non voglia farlo?”
Il confronto con un discorso ostile, che a volte ferisce, è un dato di fatto di cui accetto l’asprezza.
D’altra parte tutte le convinzioni devono "dare ragione" di se stesse, se non vogliono rimanere nell'oscurantismo o nel sentimento.
Ciò che più mi irrita sono la superbia e la condiscendenza di alcune requisitorie contemporanee, specialmente quando sono ricevute come ferite da uomini e da donne che incontro personalmente. Non ho più a che fare con la cultura operaia oppure con la bella memoria contadina, dentro le quali esisteva pur sempre la memoria di Dio, quella che permetteva di ascoltare i testi e comprenderli almeno un po'.
L'impressione che ricevo ora è quella di sprofondare nel vuoto di una memoria collettiva svanita irresistibilmente nell'oblio. Non si tratta dello svuotamento salutare dai cumuli di pensiero/immondizia condizionato, ma di fossi qui e là scavati dalla frustrazione di vite difficili, che lasciano spazio a scorciatoie rudimentali, a sentieri impervi e incolti che inaridiscono e desertificano il campo.
Non sto rimpiangendo i fasti della Chiesa, non evoco il ricordo di ospedali, cure, educazione, supporto dato a migliaia di persone sofferenti, non voglio rivisitare la storia del cristianesimo nel contesto di una oltraggiosa demonizzazione, non voglio lottare dal pulpito contro la violenta barbarie contemporanea, perché non intendo cercare alibi per me stesso a causa di una porta ricevuta in faccia. Un rifiuto è un no, e siamo liberi anche di dire no. Mi bastano e mi rallegrano infinitamente i caldi sì di tutti coloro – e sono molti - che mi hanno accolto come prete, come missionario nelle loro case.
Mi chiedo però se la lingua parlata parli ancora e se sia sempre comprensibile.
Per esempio, in che senso interpretare la storia della pesca miracolosa (Gv 21,1-19)? Quella del barbecue già pronto sulla spiaggia?
Una storia certamente molto bella, ma più complicata di quanto sembri, perché oltre alla questione di sapere se si tratti di miracolo oppure no – che, confesso, come domanda m’interessa molto poco – vorrei capire dove si trova la buona notizia e in che senso mi riguarda.
I discepoli che gettano le reti sono nell’oscurità, è notte; cercano scampo da una situazione che per loro potrebbe essere pericolosa (sono amici dell’uomo crocifisso come il peggior delinquente, attorno al quale si è sparsa la voce sia risorto e il cui corpo comunque è scomparso dal sepolcro). Gli apostoli hanno fame e paura di non farcela; il mare è profondo e non dà certezze. Provano a pescare, nella notte cercano cibo, vita, ma anche particelle di speranza. Non hanno perso però la memoria di ciò che hanno visto e sperimentato.
Esistono notti oscure, compatte, minacciose, notti durante le quali lanciare le reti equivale a graffiare l’acqua: non si trova nulla, non c’è traccia di vita, a volte si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un muro compatto, oscuro, solido, irremovibile. Le requisitorie sono martellanti: "Cosa sta facendo il tuo Dio per me?". - "In questo male, in questa prova, in questa morte, dov'è Dio? Perché non fa niente?”
E così tanti, come i discepoli, nella notte, si sentono interrogati, ricercati, perquisiti, scrutati, avviliti, braccati, intrappolati sulla sponda secca della vita.
Quando gli apostoli sul mare di Tiberiade provano quegli stessi sentimenti, l’uomo che passa sulla spiaggia chiede da mangiare: una strana richiesta, visto che poco dopo è già pronto con brace accesa, pesce arrostito e pane, mentre quegli altri ancora stanno pescando.
Perché il Cristo fa così? Scherza? Chiede e poi ha già tutto pronto? È una richiesta incongrua! "Gettate le reti dall’altra parte": sul lato destro, dice.
Sì, è vero, il lato destro, ci sono tante interpretazioni; si tratta del lato dal quale viene la luce, ma la differenza sostanziale è che questa volta gli apostoli pescheranno non per loro stessi, ma per un altro.
E quando si cerca per un altro, si trova, perché è l’unico modo per volgersi verso la vita.
Quando continuiamo a rivolgerci solo verso noi stessi, nell’egoismo, nell’aridità, nella disperazione, troviamo sempre e comunque ancora deserto da attraversare.
Cercando per un altro, perfino nell'ombra della nostra vita, dentro le nostre prove, troviamo in abbondanza. Quando smettiamo di avvilupparci dentro noi stessi, ci accorgiamo che qualcuno è già lì ad aspettarci. E il nutrimento non è quello che abbiamo procurato noi, anche se siamo stati aiutati a trovarne in abbondanza.
Il Cristo disse a Pietro "ti farò pescatore di uomini. " È la missione fondamentale: non solo andare al mare per raccogliere trame di vita, ma anche andarci per riportare in vita qualcun altro…
Pietro stesso mostra come fare in modo sorprendente: afferra l’indicazione, si riveste e si getta in mare per raggiungere quell’uomo sulla riva; Pietro è nudo, e, come tutti, sa che la nudità porta alla luce e presenta agli altri tutte le nostre imperfezioni.
Quindi non si tratta di dire: "Sto bene, sono migliore di te, io ti salverò", si tratta di dire: “Non sono nessuno, forse non sono neanche in ottima forma, ma cercherò sempre di fare qualcosa per te, perché mi ricordo chi sei e mi ricordo chi sono.”
Prendo atto che non sono perfetto e non ho nulla da imporre agli altri, non le mie convinzioni, ma neppure le mie mancanze, i miei difetti, i miei errori.
Questa, forse, è la prima condizione per essere in vita, conservando la memoria.

