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Diserbanti e pesticidi?

| Enzo O. Verzeletti


Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo?
Da dove viene dunque la zizzania?

Matteo 13,24-30 - Domenica, 19 luglio 2020.

Da dove viene la zizzania?
Vuoi che andiamo a raccoglierla?

Dobbiamo iniziare con la Monsanto, famosa multinazionale di biotecnologie agrarie?
La parabola mi fa venire irresistibilmente in mente storie contemporanee di semi, erbacce, diserbanti e aziende che impongono una varietà unica di sementi, promettendo raccolti abbondanti e redditizi, ottenuti con l’ausilio di diserbanti e pesticidi spesso pericolosi sia per il coltivatore che per il consumatore.
Dunque il contesto attuale ci aiuta forse a cogliere un’idea in ogni caso presente in questo testo: non è facile seminare e tanto meno coltivare.

La parabola delle erbacce mette in scena molti personaggi:
un uomo che semina del buon seme nel suo campo, molte persone che dormono, un nemico che semina zizzania, dei servi che non fanno altro che domande - peraltro non proprio diplomatiche: Non hai seminato del buon seme nel tuo campo? – In ogni caso hanno idea di cosa sia un buon seme (se lo ricordano), sanno che il seminatore è uno ed è il padrone del campo, quindi si fanno venire dei dubbi e chiedono donde venga questa zizzania. Comprensibilmente.
Pensano pure che a loro tocchi il compito di raccoglierla. Sembrano avere la stessa funzione del coro nella tragedia greca: sono meno attori che commentatori perplessi di una storia enigmatica.
Infine, ultimo gruppo di personaggi in scena, i mietitori, esecutori del compito che i servi pensavano fosse il loro: cogliere a tempo debito prima la zizzania per bruciarla e poi il grano per conservarlo.

Poco oltre nel testo Gesù spiega ai suoi discepoli il significato della parabola: il campo rappresenta il mondo nel quale il Figlio dell’uomo semina i figli del regno; mentre tutti dormono il diavolo semina i figli del maligno. Alla fine, verranno gli angeli per bruciare i cattivi e salvare i buoni. C’è da notare che Origene interpretò il seme buono e il seme cattivo come i pensieri buoni e i pensieri cattivi. Il destino di questi ultimi è di essere ridotti in cenere alla luce della Parola: una sorta di purificazione.

Che vuol dire? La parabola è un’allegoria? È una lezione di morale?
Ai discepoli è sufficiente la spiegazione termine per termine?
La spiegazione rivela l'identità di tutti i personaggi e conclude con immagini da giudizio universale.
La distinzione tra buono e cattivo risulta a tutti perfettamente chiara?
Qualcuno può pensare che la spiegazione distribuisca nuovi enigmi e frasi sconcertanti: il Figlio dell'uomo, i figli del Regno, i figli del Maligno, la fine del mondo, il regno del Padre; tutte espressioni enigmatiche resistenti al discorso che contribuiscono a produrre.
Non è facile capire: Gesù termina il momento di svelamento con una formula inquietante: Chi ha orecchie ascolti!
(Abbiamo capito? - Sì..., speriamo...).
Bene. Possiamo sapere ora come distinguere il bene dal male?
Siamo ora in grado di rispondere alla domanda posta dai servi: "Com'è possibile che ci sia la zizzania?"

La teologia forse dà delle risposte, comunque sono propenso a credere che il problema sia insito nella domanda: la logica del discorso del Cristo appartiene ad un mondo possibile, diverso dal nostro attuale.
Il Regno dei Cieli (un “mondo” possibile per noi e reale in senso assoluto) risponde ad una logica che non prevede la separazione tra il bene e il male, per la semplice evidenza che talvolta siamo lesti a confondere l’uno con l’altro, e chi può dire fra noi di non essere mai stato coinvolto in scelte “sbagliate”?
Perché il Regno dei Cieli sia un mondo possibile nella nostra vita quotidiana la domanda “Da dove viene il male?” è…perfettamente inutile.
So che questo può deludere i grandi pensatori e gli intellettuali, ma la domanda, quello che c’è da chiedere, è solo di riuscire ad essere un buon terreno, che dia anche solo il 30: sarebbe già molto.
Penso che mettersi in condizione di accogliere la Parola seminata, voglia dire aprirsi a nuovi significati che allargano lo spazio del senso e della vita e ci mettono all’ascolto non di noi stessi, ma degli altri.
Questo è l’inizio di un nuovo mondo possibile. Forse siamo già in grado di vedere che uno dei principali problemi - e ciò che alla fin fine “distingue” gli uomini - non è tanto la bontà o la cattiveria, di cui siamo sempre un ambiguo miscuglio, ma la capacità di ascoltare e comprendere e, alla resa dei conti, agire per il bene dell’altro.
Il compito dei “servi” di quel padrone – quelli che fanno le domande - non è raccogliere la zizzania, eliminare il male dal mondo (cosa impossibile ad un uomo), il compito è non “separare”, ma "ascoltare", “custodire” e "comprendere", vale a dire permettere che la Parola dia i suoi frutti.
Il problema, che attiene alla nostra ragion pratica, non è rappresentato dall’esistenza della zizzania (questione metafisica), ma dal fatto che la zizzania si confonde, mentre siamo addormentati, con il grano.
Discordia, invidia, odio e gelosia sono la nostra personale zizzania: vanno esposti alla luce purificatrice della Parola: solo questo può salvarci dall’insulsa pretesa di conoscere quel che è bene e quel che male, per giunta sempre.

D’altra parte, già dalla Genesi, Caino non fu condannato a morte e la sua punizione non escluse una prospettiva di avvenire.
Siamo invitati a scegliere di entrare in una teologia della fruttificazione, in cui la dimensione del tempo, del nostro tempo che scorre, è importante: questa parabola parla di notte, di giorno, di sonno e riguarda l'avventura umana. Dio è all’opera nella storia, e dentro la storia c’è il nostro tempo personale, la storia di ciascuno di noi.
La comunione, l’unione, le relazioni in senso cristiano si giocano sempre nell’ascolto e nella pronuncia di parole: a noi scegliere quali ascoltare, quali dire.

Per salire al Monte Santo ci faremo strada con diserbanti e pesticidi? O con mani innocenti e cuore puro, senza pronunciare menzogna e giurare a danno del prossimo?