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Torre di controllo

| Enzo O. Verzeletti


Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Matteo 16, 21-27 - Domenica, 30 agosto 2020.

 A dire il vero faccio fatica a trovare qualcuno che farebbe del vangelo di questa domenica il suo passaggio preferito, un passaggio da rileggere regolarmente, come per assaporare la forza della saggezza delle parole: "soffrire", "essere ucciso", "prendere la croce", "perdere la vita", "rendere a ciascuno secondo le sue azioni ". Tutti gli ingredienti pare siano qui riuniti per ravvivare un cristianesimo al quale sono piuttosto allergico.
Un vangelo per masochisti?
Come desiderare un simile programma?
La Parola, e quindi anche queste parole, non contiene il segreto per un cammino straordinario, per una vita reale con tutto ciò che da essa può derivare?
Ci siamo emancipati. Il passato con le sue forme “devozionali” e le sue pratiche di “sofferenza corporale” è un antico ricordo. Le immagini di autoflagellazione, di vita diminuita, di pane (poco) e lacrime (tante) sembrano essere cadute in disuso.
Forse bisognerebbe chiedersi cosa significa "rinnegare se stesso", "prendere la croce", "perdere la vita"?
Ci provo…
Esiste un’attitudine molto diffusa: la tendenza a controllare. Tutto. La cosa più buffa è che il vero “controllo” non è mai in prima istanza istituzionale, ma è quello che prende l'avvio dal singolo, si può anche estendere e diventare la caratteristica di un ambiente.
Sembra che siamo tutti animati dal bisogno di controllare gli altri, allo scopo di rassicurarci che non stiano facendo nulla che possa mettere in discussione il nostro modo di vivere. Diciamo che è un impulso naturale; d'altronde fin da piccoli abbiamo imparato a cercare di controllare l'ambiente, prima di guadagnare la nostra autonomia. In alcuni casi, anche da grandi, guardiamo all’altro non tanto per interesse e curiosità, ma per influenzarlo o addirittura dominarlo. Allora si controllano il proprio ambiente, i propri colleghi, i propri cari, i propri figli, la moglie, il marito, i figli, i fratelli - e i confratelli - gli amici e i nemici.
Perché? Non per curiosità, per paura; se altri si comportano in modo non confacente alle nostre abitudini, cosa di per sé non solo normale, ma anche auspicabile, sono percepiti come potenziali pericoli.
Curiosamente questo tipo di “grande”, l’ultima cosa che tende ad analizzare è se stesso e il proprio modo di vivere.
Nel nostro ambiente, per esempio, abbiamo imparato a controllare le pulsioni sessuali, abbiamo imparato a sublimarle, a spiritualizzarle, a nasconderle, a canalizzarle, a negarle, abbiamo imparato a controllare l’aggressività o il desiderio di potere o di primeggiare, ma come un fiume carsico, prima o poi da qualche parte, e in qualche modo, tutto questo salta fuori di nuovo, perché si tratta di forze, che governano il nostro mondo e sono perfino la molla dell’evoluzione; se non fossimo una specie così assertiva, energica e dotata d'impulsi animali, non avremmo resistito alle forze della natura. Ci avrebbero spazzato via. Tutto sta nell'intelligenza di guardare a noi stessi per affinare sensazioni, percezioni e sentimenti.
In ogni caso una certa necessità di mantenere il controllo, almeno fino ad un certo punto, fa parte di ogni settore delle attività umane: per esempio, non investiremmo un soldo in un'azienda che non controlli le entrate e le uscite.
Ciascuno di noi potrebbe fare l'esercizio di provare a dire ciò che controlla o ciò che vorrebbe controllare. Chi non vorrebbe esercitare un controllo assoluto sul proprio lavoro, sul proprio impiego? I sindacati non sono nati proprio da questo bisogno? Ma se questo bisogno di controllo, da parte del datore di lavoro o del sindacato, diventa un assoluto in sé, non ci sarà più evoluzione, né novità, né ascolto di idee originali, né adattamento alle nuove condizioni del mercato, né quesiti sulle pratiche attuali, né ricerca di abilità e capacità nuove. Il controllo eretto ad assoluto non solo uccide l'azienda, ma uccide anche il personale.
Anche i genitori vorrebbero controllare il destino dei propri figli - per il loro bene, naturalmente; i genitori sognano in grande per i figli, non vorrebbero in particolare che conoscessero le difficoltà che loro stessi hanno vissuto; provano a tracciare, a mostrare la strada da seguire, per proteggere. Il problema nasce quando questo desiderio, sano di per sé, si blocca nell'esercizio del controllo e del potere, perché per il genitore diventa più importante il proprio desiderio di un figlio fatto in un certo modo, che la serenità del figlio stesso.
Ricordo un amico; il giorno dopo aver conseguito la laurea, disse a suo padre medico: "Ecco la mia laurea in medicina, prendila, è quello che volevi." E iniziò un altro mestiere. Non deve essere stato un bel momento per quel genitore, che tutto sommato il controllo nel settore degli studi l'aveva esercitato.
Un altro esempio: nel mondo politico e dello spettacolo ci sono i curatori di immagine che esercitano un controllo assoluto su ciò che viene detto e scritto a proposito di un personaggio.  Perderne il controllo implica la morte del personaggio. Per definizione, il controllore vuole conservare ciò che esiste e quindi impedisce che si verifichino situazioni nuove.
Ma esiste come una dialettica tra il controllo delle cose e la verità delle cose. Ed è esattamente ciò che il vangelo di questa domenica mostra.
Gesù menziona il destino tragico che l'attende ed è come se dicesse: "Sono fedele alla verità e alla realtà delle cose, anche sapendo che non potrò controllare gli eventi dolorosi che prenderanno forma sulla mia strada."
Qual è o quali sono gli oggetti del non-controllo da parte di Gesù?
Prima di tutto la Parola, quella che per Lui è la verità; in secondo luogo la possibilità della sofferenza individuale e personale, implicita nell'osservanza della Parola; in terzo luogo il proprio destino.
Ora è più chiaro il motivo per cui Pietro viene redarguito così aspramente: nel suo comprensibilissimo desiderio di conservare la presenza fisica del Cristo nella cerchia degli amici, crea la possibilità di un equivoco e di una falsa prospettiva su tutto il vangelo. Sarà una possibilità sempre aperta nella storia del cristianesimo a venire, accanto a quella di mantenere la via indicata dal Cristo.
Per i cristiani pianificare la vita è una cosa, controllarla è un'altra. Nel controllo c'è un seme di morte.
La sfida della mia vita è accettare di lasciarmi "bruciare" dalle parole dei miei cari, dei miei colleghi (confratelli), dei miei amici, da tutto ciò che può contenere un frutto di verità, e quindi accetto, per scelta e consciamente, di non controllare né le persone, né le eventuali sofferenze derivanti dall'opzione fondamentale per il vangelo.
Forse è anche questa una concretizzazione del "dimenticare se stessi", del "lasciare la propria vita"?
Questa è la mia “interpretazione”, ciò che credo rilevante per me.
Non so se sia anche ciò su cui la nostra società e l'intera Chiesa dovrebbero meditare; credo però che sia la condizione necessaria della vita nuova, sovrabbondante e insospettata.