
Perdono
«Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me?
Fino a sette volte?»
Matteo 18, 21-35. - Domenica, 13 settembre 2020.
Non si tratta di un testo che fornisce il metodo del perdono, ma ne illustra l'importanza.
Tutto inizia con una domanda di Pietro: “Quante volte devo perdonare mio fratello quando pecca contro di me?”
L’offesa, il peccato, viene paragonata a un debito.
L’immagine del debito è tanto interessante quanto terribile, perché esprime con spaventosa efficacia la forza e l’effetto del male subìto e non perdonato.
Possiamo pensare a tanti esempi, dall’insulto alla calunnia, dal tradimento alla diffamazione fino ad arrivare all’omicidio e allo sterminio.
Proviamo a pensare, ad esempio, a quei figli che, a causa dell’atteggiamento sbagliato o addirittura violento dei genitori, sono stati derubati della serenità.
Proviamo a riflettere su coloro che sono stati privati dei loro cari, uccisi intenzionalmente, o anche involontariamente a causa di gravi incidenti sul lavoro o sulla strada.
Pensiamo alle vittime dei crimini contro l'umanità, talvolta progettati per cancellare intere popolazioni o culture dal mondo dei viventi.
Sono tutti debiti molto seri.
Quante persone sono state fisicamente sottratte alla Vita, all'affetto dei loro cari e al mondo nel corso della storia? Dev’esserci un vasto e pesantissimo debito totale del genere umano nel suo insieme, accumulato fin dalle origini ...
Il racconto biblico ci parla di 10.000 talenti, un ordine di grandezza enorme perché un talento era pari ad un chilo d'oro; il male è quindi pressoché incommensurabile: non siamo in grado di valutarlo correttamente.
Pietro, quando interroga Gesù, vive nell'illusione che sia possibile in qualche modo quantificarlo e quindi calcolare anche quante volte si possa perdonare.
La risposta di Gesù impegna Pietro a scoprire che mentre il male non può essere umanamente calcolato, il perdono non ha alcun limite.
Il male non è oggettivamente misurabile, o almeno, gli autori biblici sono sempre reticenti a definirlo e a teorizzarlo, perché la variabilità dei suoi effetti e della loro percezione è tale da non consentire agli uomini di valutarne l’impatto.
Si può notare con sorpresa, per esempio, che gli attivisti "Pro Life" mentre combattono con vigore contro le interruzioni volontarie di gravidanza, non protestano allo stesso modo contro le morti degli immigrati nel Mediterraneo.
La motivazione potrebbe essere trovata nel fatto che l'unico aspetto del male, cui abbiamo veramente accesso, è quello che “ci fa” male, che fa male a noi, o che assume il carattere del “peggio” ai nostri occhi.
Partendo da questo presupposto, possiamo provare a capire cosa sia il “perdono”.
Tra il male e il perdono c’è l’individuo: nella parabola è un servo, che non poteva essere più indebitato di quanto già non fosse, il cui debito era stato cancellato per pietà dal padrone/creditore. Eppure, questo stesso servo non sarà in grado di mostrare la stessa pietà quando si troverà ad essere modesto creditore a sua volta, e per conseguenza subirà un danno peggiore.
Quindi, dobbiamo perdonare sempre?
Dobbiamo perdonare anche quando i carnefici non lo hanno mai richiesto? Quando non solo non si sono mai gettati ai piedi del creditore, ma lo hanno anche deriso e oltraggiato?
Quando il colpevole è grasso, ben nutrito, prospero, arricchito e antipatico?
È uno scherzo?
L’autentico perdono sembra praticamente impossibile per un essere umano, così come sembra impossibile risarcire 10.000 talenti.
Perdonare vuol dire lasciare andare, recidere tentacoli e vincoli che imprigionano malignamente in una reciprocità di debiti, anche oltre la relazione duale tra il creditore e il debitore.
Gesù con la sua predicazione illumina definitivamente la questione del male e del peccato; il Signore non è il Dio geloso che punisce l'iniquità dei padri sui figli (cfr. Es 20,5), ma Colui che rende manifeste le Sue opere attraverso la grazia (cfr. Gv, 9,1-7). Non si potrà più dire che “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati” (cfr. Ez 18, 1-9), perché la remissione del debito/per-dono è già avvenuta ed è certa; agli uomini e alle donne spetta “soltanto” l’esercizio continuo e fedele dell’equità e della giustizia.
Potremo dire che non è facile sempre, anzi che è molto difficile, ma questo è. Ricordare le parole del Cristo sulla croce ci può aiutare: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno.”
Assolvere, rimettere i debiti - cosa che chiediamo quotidianamente attraverso il Padrenostro - significa sciogliere noi e l’altro dai vincoli del male.
Un essere umano può farlo solo quando lascia che il Cristo operi in lui.
La logica perversa che imprigiona nel labirinto di legami, veti, ricatti, ritorsioni, crediti e debiti, può essere spezzata praticando l’equità e la giustizia e perdonando settanta volte sette, cioè secondo una misura che si prende gioco dei nostri numeri e di ogni calcolo, fino a renderci possibile il perdono alla maniera di Dio. Chi ci riesce … è bravo… cioè… libero…
Il male che commettiamo non possiamo mai risarcirlo, può solo esserci perdonato dal nostro creditore e l’unico limite al perdono è solo il creditore a immaginarlo, in maniera direttamente proporzionale alla forza della sua fede.

